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1544–1595

1634

Torquato Tasso

Alma inferma e dolente, che sì diverse cose intendi e miri, la terra e l'onda e i bei celesti giri, ed or Leone, or Drago,

or Centauro di fiamme e d'or lucente, or Tauro, or Orsa, or altra luce ardente, e pur vaneggi d'una in altra imago; ne' bei celesti regni

drizza a più certi segni il tuo pensier, ch'è del tuo mal presago, oggi, ch'indi riluce languido lume e lagrimosa luce.

Mira del Re superno, mira, alma peccatrice, alma pentita, il trofeo d'empia morte e di pia vita: il trofeo, che risplende

sovra quel foco e quel cristallo eterno; il trofeo ch'ei drizzò del cieco inferno; mira il trofeo sul monte, ov'egli ascende; miral sparso di sangue;

mira il Signor che langue ne l'alta Croce incoronato e pende, ora che 'l sol n'adduce languido lume e lagrimosa luce.

Oggi che piange il sole, oggi che 'l cielo e il mondo ampio e natura piangono in veste tenebrosa e oscura, anima, chi non piange?

chi non sospira e non si lagna e dole? Anima, quai singulti o quai parole, qual Etna di sospir, qual Po, qual Gange di lagrimoso umore

bastano al suo dolore? qual cor di marmo, ahi! non si spetra e frange? Ahi, ahi! chi più riduce languido lume e lagrimosa luce?

Alma, al pensier rimbomba il sonoro martel co' duri colpi, onde te stessa e il tuo peccato incolpi; odi com'è trafitto

quel che fu come agnel puro e colomba; tu, cagion di sua Croce e di sua tomba, odil gemendo omai languido, afflitto, e sanguigno e spirante;

odi pie voci e sante: odile, e di lor serba al cor lo scritto, ch'a morir seco induce languido lume e lagrimosa luce.

Alma, seco moriamo, seco in Croce affiggendo i falli nostri per tornar seco a gli stellanti chiostri; alma, se non germoglia

o di cedro o di palma il tronco o 'l ramo, come la Croce a noi figli d'Adamo, il suo frutto, il suo fior, la verde foglia non è sembiante al germe

di nostre anime inferme; ma grazia e merto avvien ch'indi si coglia, di tal pianta il produce languido lume e lagrimosa luce.

Questa, questa è la serpe, che 'n loco s'innalzò selvaggio ed ermo, ond'ebbe già salute il volgo infermo; così dal Legno sacro,

che de la nostra vita è viva sterpe, risana il mal che più si spande e serpe. Deh qual di puro sangue ampio lavacro, anima, vuol che lavi

le tue colpe sì gravi, oggi, ch'insieme col mio duol consacro al glorioso Duce languido lume e lagrimosa luce?

Deh quanto il fallo abbonda oggi che 'l pianto nostro è troppo scarso! Ma che? Pietà s'avanza e il sangue sparso: ahi cor, ché non ti stampi

tutto di quelle piaghe? e in vece d'onda il sangue fia, che di sua grazia inonda? Ahi cor, perché non t'apri e non avvampi? Almen quante le stille,

tante sian le faville, che fan la Croce al mio pensiero e i lampi, mentre ch'a lui traluce languido lume e lagrimosa luce.

Poggiam là 've conduce languido lume e lagrimosa luce.

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