Lascia, o figlio d'Urania, il bel Parnaso, e 'l doppio colle di quel verde monte e i seggi ombrosi e foschi, e da Pegaso aperto col piè duro il chiaro fonte;
e 'n riva al Po discendi anzi l'occaso, cinto di rose la serena fronte, con quella face onde la notte illustri, e col giogo ch'imponi a l'alme illustri.
Ne la città, c'ha più onorate palme che 'l sacrato Elicona ombrosi allori, mille famose in guerra e care salme, ond'ella il ferro del suo nome indori,
vedrai due pellegrine e nobil'alme, degne di gloria e d'immortali onori, e per volar da gl'Iperborei a gl'Indi maggior virtù non vedi o quinci o quindi.
Per questo giogo, a cui sì lieta inchina la nobil coppia de' duo casti amanti, nova prole a l'Italia il ciel destina, qual già domar solea mostri e giganti,
per cui questa del mondo alta regina di porre il duro giogo ancor si vanti a l'Asia doma, a l'Africa rubella, onde i suoi vincitori ancor appella.
Non è fallace speme o pur superba questa, o buon figlio de la Musa amica, ché l'una e l'altra stirpe ancor riserba il valor primo e la sua gloria antica;
e costei ch'è nel fior d'etate acerba, giovine adorna di beltà pudica, sparge d'alto valor faville e spirti: deh chi le intreccia al crine i lauri e i mirti?
Anzi, chi pur di gemme al crine adorna corona in terra con mirabil arte, e sù nel ciel, dove il valor ritorna, di chiarissime stelle ivi cosparte?
Questa, ch'in volto uman fra noi soggiorna, scesa del seme del figliuol di Marte, e mostra un non so che quasi divino, in cui più di Ciprigna appar Quirino.
Ma chi de gli avi suoi famosi in armi, fra' quali è l'avo ancor del grande Augusto, potria raccorre i nomi in mille carmi o i simulacri del valor vetusto?
Perdon le carte più famose e i marmi; ma se l'età misuri e 'l tempo angusto, a così gloriosa alta memoria ben convene alta speme ed alta gloria.
La progenie di Carlo ancora è grande, d'eroi feconda e de' lor fatti egregi, che dove l'ocean si gonfia e spande ebber di chiara fama antichi fregi;
né Roma diè giammai palme o ghirlande altrui più care o più onorati pregi; l'Italia al fin, come translata pianta, in sé l'accolse ed or se 'n gloria e vanta.
E risonan le vaghe ombrose rive già del valor di Carlo e de' suoi merti e de la gloria sua, cui non prescrive termine il ciel ne l'onde o ne' deserti;
cantano a prova l'amorose dive tessendo fiori in ghirlandette inserti; e d'esser vinte nel cantar a prova da l'alto cavalier lor piace e giova.
Portano i nomi de gli sposi i venti, e i chiari nomi han le procelle a scherno, e par che Febo istesso in chiari accenti l'imeneo canti; anzi con suono eterno
e di rai coronato or più lucenti, accresca gloria il suo splendor superno a l'umano splendore, e mentre avvampa, è face d'Imeneo l'eterna lampa.
Ed ogni giorno pur la vibra e rota per onorarne il mio signor cortese, quella per fama non oscura o ignota, che già 'l tiranno di Sicilia accese;
od altra, che giammai s'accenda e scuota, o per diletto o per audaci imprese, a questa non s'agguagli, onde riluce celeste onor sovra terrena luce.
Chi può tacer di Gesualdo il veglio la costante pietà, la fede invitta? o del bel duce Elia, lucido speglio del valor prisco a la sua Italia afflitta?
Ma qual prima, qual poi trapasso o sceglio da la memoria d'alte cose iscritta? Bastan per mille antichi in cielo eterni duo grandi Alfonsi e grandi eroi moderni.
E l'un risplende ancor ne' lucid'ostri, primo fra' padri, e solo a lui secondo che n'apre il varco a gli stellanti chiostri, e degno di portar l'istesso pondo;
in cui par ch'ogni grazia il ciel dimostri, ed ogni don celeste onori il mondo in questo sacro a Dio lucido tempio, primo d'onore e di virtute esempio.
L'altro, di scettro e di corona altero, splende ne l'armi ancor qual chiaro lampo, degno del grado e de l'onor primiero o 'n gran consiglio o 'n periglioso campo;
anzi di sostener regno ed impero, ch'abbia per lui trionfo, e non pur scampo; e se novo Annibal rompesse il varco, par saria d'aspra guerra al grave incarco.
Al nobil Carlo ed a la sposa eletta dà Ciprigna la zona ond'ei la scinga, e 'n care forme la stagion diletta par che di novi fior s'orni e dipinga;
l'aura soave i dolci sonni alletta, la natura medesma e 'l ciel lusinga, e 'l fonte si rischiara, e 'l fiume e 'l lago per esser degno di sì bella imago.
Il mar s'acqueta, e nel tranquillo seno senz'onda ed ira si riposa e giace, e 'l confin le restringe e legge e freno, chi di lei nacque, e Borea ed Austro or tace.
Brama quel d'Adria e brama il gran Tirreno portar la bella coppia in lieta pace; s'ingemma intanto il prezioso grembo e ne cosparge il suo ceruleo lembo.
Almen portar da più lontane sponde lor brama prezioso ampio tesauro, e de l'acque vermiglie i lidi e l'onde impoverirne, e il mar de gl'Indi e 'l Mauro.
Non appare il delfin, ma pur s'asconde, e con la fronte il Po d'orrido tauro: "Questo è il mar de gli eroi," risuona e grida "dove la bella coppia ancor s'annida.
Ed io, fiume d'eroi, fiume celeste, che d'auree e chiare stelle in ciel m'accendo, qui di valor m'illustro, e veggio in queste rive altre stelle, e d'altro sol risplendo;
e mille forme di virtù conteste m'appaion pur, dovunque il corso stendo". Così dic'egli mormorando, e 'ntanto fanno i cigni soave e dolce canto.
Conferma le fatali alte promesse con la propria armonia lucida Parca, fila lo stame d'or, Fortuna il tesse, de' suoi gran doni e de' favor non parca;
tutte ha 'l ciel le sue grazie or qui concesse, e quel ch'è de le stelle alto Monarca, che da sinistra or tuona e stral non vibra, e pesa i merti altrui con giusta libra.
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