Ecco già d'oriente i raggi vibra il novo sole, e 'l desiato giorno, ch'è già promesso, lieto alfin risplende; e mentre ei notte e giorno agguaglia in Libra,
ecco già l'ostro io veggio al crine intorno del mio signor che 'n degno grado ascende; ecco il suo premio al suo valor si rende; ecco l'onor s'adegua e giunge al merto,
seguendo lui che gli assicura il varco d'alzarsi fin al ciel, ch'egli apre e serra, parte regge la terra, sostenendo di Pietro il grave incarco.
Ma ne lo stato sì dubbioso e 'ncerto, come buon padre esperto, grave ha 'l giudicio, e non avaro o parco, però giammai non erra,
sia in pace il mondo o 'n perigliosa guerra. Roma c'ha del valor corone e palme, non pur men cari e gloriosi pregi, ben se n'avvide, ha già molti anni e lustri;
e 'l mio signor fra le più nobili alme degno stimò de' più onorati fregi, che faccian lieti i suoi famosi illustri. Né Roma sol, bench'a' suoi rai s'illustri
e le tenebre antiche apra e disperga; ma qual esposta a l'indurato gelo è d'Europa più culta e nobil parte, conobbe i modi e l'arte,
e l'alto ingegno a lui dato dal cielo, e come per tai gradi ascenda e s'erga; ed or che in sé l'alberga, l'alta Roma, dico io, non Cinto o Delo,
mille virtù cosparte in lui rimira, e le consacra in carte. Ben l'antiche e le nove ei volge, e prima con sollecito studio anco rivolse,
per arricchir d'un bel tesoro eterno; e da questo e da quello estranio clima, ove l'industria de' miglior s'avvolse, peregrinando pur la state e 'l verno
ei sapere adunò, ch'è bene interno, lo qual fortuna non invola o toglie, come suo dono; e non se 'n gloria o vanta. Così vide egli e seppe, e 'n suo profondo
ingegno accolse il mondo, con la scorta del ciel sicura e santa. Così pria meritò purpuree spoglie, ch'altri pur se n'invoglie,
di cui sì glorioso alfin s'ammanta, chiesto a l'onor secondo; ma degno è di portar del primo il pondo. E ne l'età più grave e non acerba,
ch'onor veste e virtute, innanzi a l'ostro ei la vestì, come abito celeste; e fortuna che fa l'alma superba, nulla ha d'imperioso in lui dimostro,
brame destando a la ragione infeste; e mover non potria nembo o tempeste che perturbasse il suo pensier tranquillo e del saggio intelletto il bel sereno,
lo qual in bene oprar se stesso avanza; e 'n sua maggior possanza, sotto un modesto e mansueto freno tien la fortuna, a cui lo ciel sortillo,
come Scipio o Camillo di saper, di bontà fornito appieno, grave in umil sembianza. Oh d'Italia e d'Europa alta speranza!
Quel che di tre corone il crin circonda, l'altre, come a Dio piace e com'è giusto, può torre e dar con infallibil legge; e col potere onde mai sempre abbonda,
non da Cesare dato e non da Augusto, ma da lui ch'ab eterno in ciel l'elegge, e d'alto il basso mondo e move e regge, lunge rimira, ove d'orrore ingombra
empia fortuna ancor le parti estreme, e di vil giogo animi alteri indegni; vede più feri sdegni del ciel turbato, che si cangia e freme,
e qual ivi sovrasta orribil ombra; e quinci e quindi adombra l'orto e l'occaso, che si crolla e teme, e quai vapori o segni,
quasi disfatte le corone e i regni. E sembra il buon nocchier, ch'i mesi e gli anni ne l'Egeo corse e passò Scille e sirti, s'ode fremer da lunge o l'onde o 'l vento,
e del mar teme insidiosi inganni e 'l variar de' tempestosi spirti, lontana nube in rimirare intento: veloce al provveder, ma grave e lento
a scior le vele ed a levar il morso, che tiene i legni, ove più il cielo avvampi. Intanto a gli altri insegna, e d'alta sede il governo lor crede;
e predice il sereno a' tuoni, a' lampi, del periglio vicino o pur trascorso nel lungo e dubbio corso; o come s'assicuri o pur si scampi,
con animosa fede, dal mar ch'usurpa le più ingiuste prede. Canzon mia, tardi nata e tardi adorna, e con alto rimbombo anco risuona
or vedi com'appresso il ciel riluce; e lieta Roma e i colli e i sacri tempi: perch'i turbati tempi volge fortuna, ove lampeggia e tuona.
Tu ne la pura e più vicina luce, guida non cerchi o duce; ma dove di sua gloria ei s'incorona, pur con gli antichi esempi
de la sua grazia i tuoi difetti adempi.
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