Roma al partir de la sua chiara stella
che pare Orsa a l'altezza e sole a' raggi,
mesta voce mandò fra pini e faggi:
"Ahi, mia fortuna, di pietà rubella.
Già regina del mondo, or cara ancella
esserle io bramo; o miei pensier non saggi,
deh rieda per gli usati ermi viaggi,
o me stessa da me divida e svella,
perché gli alteri monti in basse arene
e gli aurei alberghi in più rozzi soggiorni
per appressarmi a lei sicura io cange.
Sol che faccia le notti a me serene,
dolce il mar e la terra, e i lidi adorni,
quella per cui cedeva al Tebro il Gange".