Italia mia, che le più estranie genti e più lontane da le vie distorte, onde il sol vita e morte suol recare a le cose errando intorno,
venir vedesti al sacro seggio adorno, anzi colui che Dio somiglia in terra; qual di pace o di guerra messaggiero aspettato unqua rammenti?
o pur qual risonare intorno senti così degno di gloria e vera e salda, com'il signor ch'a' nostri dolci campi da l'estremo d'Europa amato or riede,
mentre i velli al Leone il sol riscalda? Per lui d'atra tempesta i tuoni e i lampi non turban pura pace e pura fede; per lui Marte non fiede,
né face scuote, ond'alta fiamma avvampi; per lui schiere non movi o 'n guerra accampi. Ma pria dove del mar regina afflitta l'ira ardente del ciel grave sostenne,
l'una e l'altra ei mantenne, e giustissimo fu tra pochi e giusti. Oltre i confini poi d'Italia angusti la sua fama onoraro Augusto e i regi;
co' peregrini egregi, a cui segnò la via che solo è dritta, ei magnanimo re di gente invitta fé più divoto al successor di Piero;
e parve un chiaro sol, così disperse la folta nebbia e i tenebrosi orrori; e de le carte illuminando il vero, a guisa di fantasma il falso ei scerse
di tanti antichi ed ostinati errori; né sol gli umani cuori, ch'eran già chiusi a le fortune avverse, ma 'l ciel con altre chiavi ancora aperse.
La terra istessa, ove sì lunga adombra la fredda notte, e fra le nevi e 'l gelo talor non vede il cielo, lieta maravigliando al novo raggio,
la fronte alzò senza temer oltraggio: "Qual luce è questa sì serena, ed onde vien, che lei nulla asconde? Ma 'l Carro illustra e 'l pigro Arturo, e sgombra
co 'l suo chiaro splendor l'orrore e l'ombra. Scesa è certo dal ciel, ch'a nullo è scarso de' suoi tesori e de le grazie eterne; angelo è certo e donator di pace,
a cui simil di rado è in terra apparso. Passi il suo raggio a le mie parti interne, perch'io nulla paventi il fero Trace. O viva e santa face,
al tuo splendor, chi può temenza averne, se piovi in noi tante virtù superne?" Così diss'ella: or che 'l valor e 'l nome non pur là sotto l'Orse è chiaro e grande,
ma l'ali intorno spande più che non fé passando il duce mauro, e torna, Italia, a te, né pompa o lauro basta a' meriti suoi sì varii e tanti;
bench'altri più si vanti di schiere ancise o pur d'oppresse e dome genti, ei non chiede a l'onorate chiome l'ostro, con mani ancor di sangue tinte,
né porta spoglie d'or superbo a' tempi; ma paga è la virtù, senz'altra gloria. Ei pacifico, inerme, ha l'ire estinte, presi gli animi altrui, terrore a gli empi,
e de' buoni è refugio: oh gran vittoria! Per qual nova memoria, a questi già turbati avari tempi lodiam più gloriosi e santi esempi?
L'onor, che l'orme di virtute impresse sempre ricerca e 'ntorno a lei sol usa, che sovente il ricusa, lusingando girarsi, e quasi a forza,
or perché non si move e non si sforza? Facciasi incontro a quel sublime ingegno, che fa l'onor più degno, e giunge merto a le virtuti istesse;
là dove nobil vita un tempo elesse, perché no 'l trae da' foschi e verdi seggi Roma a' suoi colli ed a' suoi dolci fonti, e 'n quella luce che a lei sol risplende?
Gli altari e i tempi e le romane leggi, il pregio omai de le più degne fronti, tutti chiedon per lui, ch'in alto intende; prega Italia e l'attende
e i passi accusa al suo voler men pronti: a l'amico Annibal chi spiana i monti? Napoli ancor, mentre la gloria antica per volger d'anni e per girar di lustri
fa gli avi suoi più illustri, l'aspetta a l'onorata e sacra verga la 've le gregge sue pasce ed alberga, e 'l proprio ovile a così nobil fama
fortunato si chiama; e 'l fiume e 'l monte e quella piaggia aprica, cui mormorando il mar Tirreno implica, serbano al suo pastor mille corone,
ch'ardore o ghiaccio non scolora e sfronda, come fior d'Elicona o di Parnaso; e del suo nome avvien ch'omai risuone non pur Sebeto e l'arenosa sponda,
ma quanto già da noi lunge è rimaso fra Borea e 'l nero occaso; e dove più s'indura il gelo e l'onda par ch'il gelido mare al suon risponda.
Taci, canzon mia roca, e frena i vanni; odi quel ch'al mio core omai rimbomba, o sia di sacra fama un novo canto, o suon d'acque lucenti abbiam d'appresso,
o silenzio divin, cui chiara tromba non può agguagliarsi, e riverisci intanto del vicario di Cristo il fido messo quasi dal ciel promesso;
e mentre a lui s'inostra il grave manto, si volga in umil prego altero canto.
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