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1544–1595

1513

Torquato Tasso

Giunt'era al segno in ciel formato e fisso il gran pianeta, al cui splendor s'aggiorna, scaldando il tergo a l'animal di Frisso, là 've pari a la notte il dì ritorna;

Dio nel profondo suo divino abisso scelto l'avea per far la terra adorna, simile a quello in cui da mole informe il mondo uscì con più leggiadre forme;

quando fuor venne a sentir caldo e gelo l'alma, già cinta di terrena veste, l'alma discesa da l'empireo cielo, che serba ancor la sua beltà celeste;

e qual pittura in prezioso velo cela talor liete sembianze o meste, tal ne le dolci sue membra terrene forme ascondea vie più del ciel serene.

E 'l divin Fabro, che di luce e d'oro creò le vaghe stelle, e 'n ciel distinse l'Orse, il Cigno, il Leone, 'l Drago e 'l Toro, e corone ed altari in lui dipinse,

fé ne l'alma gentile il bel lavoro e di natura il magistero or vinse, e quel ch'adorna il suo mirabil tempio, in se stesso mirando il primo esempio.

Fatta simil l'avea col vivo lume a l'alta idea de le superne menti, e di quel suo divino alto costume semi in lei sparsi, quai faville ardenti;

quinci spiegando le dorate piume, lasciò 'l bel lume e i seggi alti e lucenti l'alma, che peregrina Iddio rassembra, e di tornar là sù tardi rimembra.

Ma lei ch'altronde venne il mondo accoglie, quasi in ampia spelonca o 'n antro ombroso, e poi l'avvolge di sue care spoglie, peso prima gradito, alfin gravoso;

e perché tutta del suo amor l'invoglie, né cerchi fuor di lui pace o riposo, o piacer che dal ciel l'inviti ed erga, fa che bea del suo Lete e i sensi asperga.

Ma ne gli occhi al fanciullo omai fiammeggia, quasi dal puro ciel, celeste luce, e la gloria de gli avi e l'alta reggia scorta sarà nel suo ritorno e duce;

e purché lei qua giù rimiri e veggia di sole in guisa che nel mar riluce, rimembrerà quel che nel cielo ei scerse, quando tante sue grazie in don gli offerse.

Ché non è cosa onde a' celesti regni uom più somigli, anzi al suo Re superno, de la virtù, ch'innalza i chiari ingegni sovra le stelle, ov'è l'onore eterno;

né più sereni o più lucenti segni trascorre il sol portando o state o verno, di que' che son dal Padre impressi e mostri, perch'egli ascenda a gli stellanti chiostri.

Già preso ha il vello d'or lucida Parca, per cui prima s'armò l'antica nave, d'armi e di greci eroi gravosa e carca, che nulla in ciel tempesta o nembo or pave;

e per sua vita il fila, e non è parca di trar lo stame a lui chiaro e soave: parte al petto ne fa monili e fregi, quai poscia ornaro i duci invitti e i regi.

E forse al portator di Frisso e d'Elle via men dispiace averne ignudo il tergo e fiammeggiar con men lucenti stelle, quando il sol parte e lui si lascia a tergo,

s'ei splenderà con le virtù novelle, a cui prepara il ciel sereno albergo; e la terra sublime ancor lo scelse, e già spoglie vi scorge e 'nsegne eccelse.

Alto seggio, fanciullo, alta fortuna t'adorna e innalza, e grande onor ti serba; e spira odori a te la nobil cuna, germogliando a' tuoi piedi i fiori e l'erba;

ombra ti fanno i cedri opaca e bruna con verdi rami a la stagione acerba; e dolce mormorando i fonti e i rivi ti lusingano il sonno a' giorni estivi.

Senz'opra di cultore o di bifolco produrrà i frutti poi l'avara terra; altr'Argo in mar farà più lungo solco, gli eletti eroi portando a nobil guerra;

e 'n altra parte, allor ch'in Lenno o 'n Colco, là dove al giorno il velo o s'apre o serra, spoglie avranno e trofei di preda ostile, e i gioghi sosterrà l'estrema Tile.

Ma di più ferma età famose e conte fian col tuo re l'altere imprese e l'armi; Napoli ne' suoi lidi e 'n piaggia e 'n monte lieta gl'inalzerà metalli e marmi,

e gran corona a l'onorata fronte; si canteran le rime e gli alti carmi al nipote di Carlo a suon di tromba, e già col suo gran nome il tuo rimbomba.

Mira com'è turbato e vecchio il mondo là dove più s'infiamma e più s'agghiaccia, e come stanco dal suo proprio pondo, vacillando ruina alfin minaccia.

Mira la terra e mira il mar profondo quasi allegrarsi in più serena faccia; e 'l ciel promette, variando i lustri, nove a la nova età vittorie illustri.

Oh! se la vita che languisce e manca, potrò tanto schermir da' gravi affanni che sia degna di voi la penna stanca, almeno per virtù de gli ultimi anni

vi sacrerò l'età canuta e bianca, sperando fare a morte illustri inganni, e con gli studi, in cui talor m'attempo, vincer il fato e trionfar del tempo.

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