Da gran lode immortal del Re superno abbia quella del Re principio in terra; anzi laudisi quel ch'i regi esalta, Padre e Signor, che m'apre il cielo e serra
e le tartaree porte al cieco inferno, onde antico avversario ancor n'assalta. Lodate Dio dal cielo, e 'nsin da l'alta parte s'oda la santa e chiara tromba,
o angeli, o virtù del sommo coro; s'oda il canto sonoro, dove null'altra voce al cor rimbomba. Lodal tu, eterno sol, che 'l giorno illustri;
o luna, e tu, che fai men folta l'ombra; lodatel voi, sublimi ed auree stelle; lodilo il lume onde son chiare e belle, quando la nera notte il mondo adombra;
lodatel voi, di pura luce illustri, cieli de' cieli; e per girar di lustri non cessin mai là sù lode e concenti; lodatel sovra il cielo, acque lucenti.
Perch'ei comanda e solo eterni e fissi sono i suoi detti: ogni altro vola e passa; que' no, benché trapassi il cielo e 'l mondo. Lodate lui da l'ima sede e bassa,
dragoni e serpi e tenebrosi abissi, foco, ghiaccio, contesa in mar profondo de' venti, che 'l perturbi insin dal fondo; il lodin tutti i colli e gli aspri monti,
i cedri, i lauri, i mirti, i pini e i faggi; voi colti e voi selvaggi, ch'incoronate le più alpestre fronti; voi fere belve, e voi, ch'a l'aspre some
porgete 'l dorso, e voi congiunte gregge, voi pesci, e voi de l'aria augei volanti; lodate lui, lasciando i propri vanti, re de la terra; e voi ch'affrena e regge,
co la lor verga, amici al santo nome, vergini sacre, e con recise chiome giovani casti, età canuta e stanca, ch'ogni altra lode cade alfine e manca.
Ma sovra gli altri or tu, famoso Tebro, e tu, d'antichi eroi madre e d'augusti, alza il suo nome al ciel con auree penne: ch'egli a te diè cesari invitti e giusti
pastori, e questi, ch'io tardi celebro, dato da lui, sol per sua grazia or venne. Egli, che volge il cielo ovunque accenne e cangiar puote al sol il ratto corso,
e da la destra a noi Giove e Saturno, contra 'l giro diurno, mostrare; ei pronto move al tuo soccorso. Ei volse a te pietose luci e sante,
a te d'imperio grande antica donna, che piangevi duo Padri, al nero occaso giunti, pur come sia fortuna o caso, o quasi manchi al ciel doppia colonna
e minacci ruina il vecchio Atlante; ei gli altri accolse in te, grave e tremante, e fra' più gravi e saggi or questo ei scelse, nato per mitre e per corone eccelse.
Di stirpe degna e di più degno padre, quasi novo Gregorio, al mondo nacque questi che dal primier s'appella e noma, perché la fama, che garriva e tacque,
e fra le nubi tenebrose ed adre nascose il capo e la canuta chioma, più si vergogni, e taccia Atene e Roma, e Tebe antica e la feroce Sparta,
del suo Alcide e di Marte o pur d'Egeo, né Romolo o Teseo, de' quai sì chiara loda al mondo è sparta, di progenie gentil si glori a prova;
né d'Alessandro, uom conosciuto al sangue, del re suo padre non contento e pago, si narri il parto o 'l favoloso drago, o l'ignudo fanciul ch'uscì de l'angue,
che le favole prische anco rinnova; ma casta nobiltà, ch'antica e nova virtute e gloria insieme adorna or rende, con l'alte insegne sue fiorisce e splende.
Così nascendo mansueto, umile, seguisti, o sommo Padre, impresse l'orme del tuo, lunge d'error prisco e novello. Chi vide mai ne le cangiate forme
miracolo maggiore? Al santo ovile prima giacesti semplicetto agnello, poscia al fonte lavasti il bianco vello, e chi travia reggesti e chi vaneggia,
fatto sacro pastor con sacra verga; e là dov'egli alberga, parve la mandra tua sublime reggia, e s'udian risonar le selve e l'onde
de' sacri accenti e de' più colti versi, onde più chiaro fu Scamandro ed Ida. Pastore or de' pastori e santa guida, da duo lati del mondo assai diversi,
tutti gli accoglie in su l'antiche sponde, e di là 've 'l sol nasce o pur s'asconde, e tien de l'alto Re vece e sembianza: oh meraviglia che tutt'altre avanza!
Qual mastro suol, che 'n aureo e breve giro l'imagin del gran mondo impressa mostri, con tutto ciò che 'n terra o 'n ciel contempio, tal dimostrar solevi a gli occhi nostri
de la Chiesa di Dio, che lieta or miro, la vera forma in men sublime tempio. Ora in questo sì grande il vero esempio vedrem per te di quella idea celeste,
ove i suoi cori il Re del ciel distinse. E chi più ne dipinse la mente mai, cui vela il corpo e veste? Or quanto con duo mar circonda intorno,
del famoso terren la rigid'Alpe e l'Appenin divide, a te s'inchina, ed a questa del mondo alta regina Pirene istessa più lontana e Calpe,
sì che puote obliar l'antico scorno. Deh, qual si loda magistero adorna? o qual regno o qual re, cui 'l Mauro o l'Indo raffreni, si disegna in Ato o 'n Pindo?
Dunque ogni loda il mondo a te converta, a cui d'ogni suo dono illustra l'alma, il Padre eterno de' celesti lumi, o scelto a gloriosa e grave salma
e degno pria de la corona offerta, santo d'opre, di mente e di costumi. Brama mutar il corso il re de' fiumi, perch'altri il suo cammin non turbi o rompa,
ed occulto passar di seno in seno; brama nel mar Tirreno Adda venirne a la romana pompa; quasi dal sito par si mova e cange,
e Cremona e Milan, ch'a te verrebbe, già figlio, or padre alzato a tanta gloria, che mai trionfo o sede alta o vittoria d'imperador non vi pervenne o crebbe,
per dispiegar l'insegne a l'Indo, al Gange, o dove l'Istro e 'l Ren percuote e frange; e, se corona è in ciel, la tua rassembra, mentre ancor vesti le terrene membra.
Oh qual (sian tardi, prego, a volger gli anni), là 've 'l Sol di giustizia i raggi spande, corona di giustizia a te si serba! Questa ancor sì lucente e bella e grande,
in cui Roma, mutando i fieri affanni in santa pace, mutò frondi ed erba, giusto premio è del merto, a cui superba forza cede e furor d'empia fortuna:
parlo del proprio e taccio il merto antico, ch'ebbe Paolo sì amico; taccio il nome immortal che nulla imbruna, perché tenebre oscure asperga il tempo;
taccio l'arti, gli studi, il culto e 'l senno, e d'antica eloquenza i rari pregi. Questo giudizio approva il Re de' regi, che move il mondo e gira il cielo a cenno,
e l'alte grazie sue comparte a tempo; e quegli adoro, in cui pensar m'attempo, profondi abissi di consigli e d'opre, e la lucida nube, ov'ei si copre
A voi mi volgo ancor, d'elettro e d'auro, angeli in ciel lucenti, a voi, che sempre siete de' raggi di sua gloria accensi; e tu, sol, che risplendi a' vaghi sensi,
aspira al mio concento in dolci tempre perché si sparga il suon da l'Indo al Mauro, verdeggi al nuovo canto il mirto e 'l lauro, fra marmi e fonti e seggi ombrosi e foschi,
risonando Gregorio il fiume e i boschi.
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