Com'il sole a scoprir l'eterna luce, signor, mai non attende o canto o preghi, ma tosto avvien che spieghi da l'aurato oriente i dolci raggi,
e seguendo gli obliqui erti viaggi fa con perpetue leggi a noi ritorno per riportarne il giorno; così vostra virtù pronta riluce,
ch'a la fortuna sua medesma è duce; e non pregata giova, anzi previene le preghiere, che già son vecchie e lente di lungo spazio; e non lodata ancora,
sé di se stessa onora, tutta de' raggi di sua gloria ardente, e per le vie de l'alto ciel serene pigra è colei che suol volar repente,
né 'l volo appressa di sì nobil mente. Tarda fu la fortuna al vostro merto, non solo a quel di lui, che d'alta sede l'ostro a' merti concede;
tarda è la lode che voi segue, e bassa, né giunge a lei, che tutto a dietro or lassa l'oscuro mondo e solo al cielo aspira; tarda si volve e gira
la fama, e 'l grido suo falso ed incerto, che solo in voi lodando è vero e certo: voi tardo no, ma grave e d'alto ingegno, là sete giunto, ove si svela e scopre
l'uom che d'ostro si fascia e d'or s'ammanta. Come sia bella e quanta la verace virtù, dove s'adopre, già Roma il mira ed ogni estranio regno,
intento a' modi, a le parole, a l'opre, quasi in teatro, poiché nulla il copre. Là in dipinto cristallo accesi lumi, e statue mute infra colonne eburne,
e pompe altre notturne fortuna variando altrui dimostra; qui dove il sacro manto a voi s'inostra, in voi si veggon lumi eterni e santi,
virtù vive e spiranti tra reali e divini alti costumi, e tutti avvien che di splendore allumi quel sommo Sol, che non in Tauro o 'n Libra,
ma ne' cuor nostri e ne le menti alberga. Quindi con mille raggi altrui risplende quella che 'n alto intende, là dove l'altre al fine indrizzi ed erga,
e Giustizia i suoi premi appende in libra; e seco ogni altra, in cui s'adorni e terga l'alma gentil, cui null'orrore asperga. Ma tutte fa più care, anzi più illustri,
gentilezza di sangue antica e d'alma virtute infusa ed alma, e fama omai canuta e gloria prisca, a cui s'inchini Europa e riverisca
la memoria de l'avo al ciel translato sovra il mortale stato, e mille anni la serbi e mille lustri o pur finché la terra e 'l ciel s'illustri,
e lieta cortesia con dolci modi, e 'n amici sembianti e 'n saggi detti, sempre i migliori affida e parte accoglie. Da le purpuree spoglie
il fasto fugge in più superbi petti; fugge il rigor, fuggono inganni e frodi, e v'hanno albergo sol pensieri eletti, arti e virtù sublimi e puri affetti.
Oh come è bella Italia e Roma altera, anzi lieta l'Europa e lieto il mondo, mentre reggete il pondo col vicario di Cristo e quell'incarco,
che gloria accresce a chi n'è grave e carco! E come il chiaro sol dal primo Sole prender sua luce suole e più bella rotar celeste spera;
così da voi lume immortal si spera, mentre spargete altrui del sommo Padre le grazie e i sacri doni in nobil parte del mondo, ch'è di Dio lucido tempio;
e con divino esempio egli per voi l'accresce, e le comparte a questa de le genti antica madre, che tolse a Giove i templi e tolse a Marte,
sacrando a Cristo in terra altari e carte. Squallidi sono e tenebrosi i regni, di boschi in guisa e d'arenose piagge deserte o pur selvagge
le provincie, orbi i regni, e i feri duci privi del giorno e de l'amate luci, dove di santo ardor raggio non ferve, tra genti o sciolte o serve;
ma vivon, come sian del sole indegni, quei che mosser del cielo i tardi sdegni più de' Cimmeri, a cui perpetua l'ombra fa la vita mortale orrida e 'ncolta;
o s'altra gente al più gelato cielo, ne l'altissimo gelo e 'n tenebroso orror vive sepolta. Deh qual altro splendor la notte sgombra?
o fa di tanti error l'ombra men folta, che l'umil plebe al precipizio ha volta? Il peso a cui s'appoggia Italia e Roma, meglio ei sostien, canzon mia stanca e frale,
che tu la gloria sua con debil carme: però gli scettri e l'arme, e la pompa superba e trionfale, potria forse parer men grave soma;
ma benché non sia laude al merto eguale, dov'egli sparge i rai, tu spiega l'ale.
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