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1544–1595

1486

Torquato Tasso

Già non son io scultor di bianchi marmi che in alta parte a gran colonna appoggia statua, che mai non si rimova e parta; ma qual diè moto in disusata foggia

Dedalo ai simulacri, in breve carta tento dar quasi vita a' novi carmi. Musa, che lodi le corone e l'armi dei magnanimi duci e l'alte imprese,

e gli acquistati imperi e i vinti regni, e de gli antichi eroi trionfi e palme, tu sai le strade in cui sublime ascese Perseo e Bellerofonte, e scrivi i segni

onde scendon fra noi le nobil'alme; qual nave adunque fia che tutta spalme e recusi d'andar fra scogli e sirti, le vele aprendo a' più turbati spirti,

con le sue care salme, o dove più fremendo il mar si sdegni e fra' monti apra il passo a' curvi legni? Tu che passasti 'l cielo e i giri ardenti

de le stelle e del sol, tu pronta or varca il mare, o Musa, a mezza notte il verno; e qual di te fia degna e grave barca speri bella mercé d'onore eterno,

malgrado pur di procellosi venti. E se Argo coi suoi lumi alti e lucenti, cui Borea od Austro non estingue o 'mbruna, a i naviganti ancor luce e scintilla,

è tua grazia e virtù, Musa celeste. Tu spesso con seconda ampia fortuna corri l'onda turbata o pur tranquilla, e lieta miri or quelle piaggie or queste,

senza temer sonore onde o tempeste; o il gran Tifeo, che scote a' monti 'l dorso e non fa del veloce e leve corso l'alte fughe men preste,

perché versi col fumo atra favilla; non ti ritenga alfin Cariddi e Scilla. Etna vedrai, che ne l'antica fronte le nevi accoglie in ogni tempo e serba,

e presso a le faville indura il gelo: Etna fra lor colonna alta e superba e gran sostegno al suo stellante cielo; che sparge fuor del cavernoso monte

d'inestinguibil foco acceso fonte e vivi fiumi di suonante fiamma, e negri spira e densi fumi il giorno, onde l'aria vicina adombra e cinge;

arde la notte e 'l ciel sereno infiamma d'orribil luce rosseggiando intorno, e i duri sassi alpestri accende e tinge e inceneriti in mar gli rota e spinge;

quasi tonando in guisa il fier rimbomba da l'infiammata e spaventosa tomba. Ma quanto ombreggia e finge vetusta fama del suo grave scorno

fia poco a lato a quel che in rime adorno. Altro men fero monte il petto e 'l grembo là 've Imera il bel corso affretta e rompe, a te di rose infiora e di ligustri;

altri vedrai sepolcri e sacre pompe con varie insegne tolte a' duci illustri, che già rapì di guerra oscuro nembo. E da le verdi falde al negro lembo

del gran mar african l'imprese eccelse, onde Ierace e quella nobil terra meno apprezza i giganti al sasso avvinti. Vedrai quei tempi ove il suo regno scelse

dal ciel discese la Vittoria in guerra, per cui fur Greci e Mauri e sparti e vinti, e Franchi avversi 'n tanta gloria estinti; né fan sì glorioso o bel trofeo

spargendo i fochi Encelado e Tifeo del lor sangue dipinti, od altro cui gran peso aggrava e serra, né vede il sol quando l'avvolge ed erra.

Quivi ti raccorrà l'eletto albergo del buon nipote d'alti eroi normandi, che vince di Ieron l'antica reggia; e mentre, o Musa, l'ali 'ntorno spandi

girando il mar, che presso i lidi ondeggia, lascia le prime meraviglie a tergo; e porta il mio pensier, che innalzo ed ergo, dove 'l novo Giovanni agguaglia il padre

di gloria e gli avi e quel che tutti avanza, e ne rinnova il nome e 'l pregio e l'arti, e i fatti 'nsieme e le virtù leggiadre d'animo, di valore e di sembianza.

Simile a lui che in quelle e in altre parti Sardi, Traci, Africani ancisi e sparti lasciando, al cielo ascese e forte e giusto, de l'auree spoglie d'Oriente onusto.

E s'ei vorrà pregiarti, digli ch'io vivo, e per continua usanza d'empia morte mi affida alta speranza. E perché ben due volte invida sorte

m'abbia sospinto appresso il dubbio varco, ove Acheronte i' vidi e i neri chiostri, altre tante ho ritratto il grave incarco, come già Orfeo placò gli orridi mostri

ch'eran dintorno a le tartaree porte. E vengo incontra a la seconda morte di rime armato e incontra il tempo avaro, ch'ogni cosa mortal distrugge e rode

e premio e nobil fama in duro campo; e con la poesia se 'n vola al paro per me l'istoria, e di quel tuono or s'ode l'alto rimbombo presso al chiaro lampo,

né senza loro avrei rifugio o scampo. E se avverrà che al cieco oblio ritoglia le care prede, abbia la grave spoglia l'empio, ch'io solo accampo

di far a gli anni ingordi usata frode, sacrando a veri nomi eterna lode. E dei grandi avi suoi l'imprese e i fregi farò più adorni; e se al mio voto adempio,

coronato per lui di verde lauro intaglierò d'eternità nel tempio que' ch'oltre il giogo del nevoso Tauro e fero oltre l'Eufrate i fatti egregi,

vincendo d'Asia e d'Oriente i regi e l'arti e l'armi del superbo Egitto, e scotendo a i fedeli il grave pondo che oppressi gli tenea con giogo atroce.

Né tacerò del suo Rollone invitto, o di Roberto, o del fratel secondo che parve in rari assalti aspro e feroce, il cui figlio esaltò purpurea croce.

Né di Serlon, che d'una e d'altra riva cacciò barbara gente e gente argiva, fu men canora voce, nel vessillo del ciel portato: ascondo

miracol novo e nova grazia al mondo. Musa, il numero ancor d'estinta turba racconta, onde fu preso il chiaro nome di cui Sicilia più si onora e vanta;

ma chi nel vanto annoverar potrebbe arme, genti, città difese e dome, e, quasi rami de la nobil pianta, gli scettri, ond'ella al ciel levossi e crebbe?

Quel Greco che le sfere a contar ebbe qui fora vinto a sì bell'opra e stanco, non ch'io, sì fral che già vacillo e manco di quanto a lui si debbe;

e quel ch'ora per noi si scrive e canta raggio è di un sol cui la sua luce ammanta.

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