Al cader d'un bel ramo che si svelse, pur come quel che sterpa orrido nembo, sparso a la terra il grembo de' suoi bei fiori e de le spoglie eccelse,
vedova pianta ond'Appenin s'adombra parea dolersi, e Flora in negro manto urne versò di pianto; l'Arno e i monti addoppiar l'orrore e l'ombra;
né larve il fiero duol ch'il volto ingombra, benché sopra le stelle, translato il nobil ramo e quasi offerto, sia tra l'alme più belle,
più bel di quello ond'è l'Inferno aperto: perch'egli aperse il cielo, e fu suo merto. Ma com'esce di tomba o da tronco talor voce rimbomba,
tal s'udia nel lamento de le preghiere sue mesto concento. "Padre del ciel," parea Toscana e tutto pregare il glorioso almo terreno,
di mestizia ripieno, "tempra d'Italia il grave affanno e 'l lutto; mira di questi eroi la stirpe antica, che producea, sì come fronde e fiori,
le vittorie e gli allori, mentr'ebbe il cielo e la fortuna amica, senza il bel ramo suo. Sorte nemica il gran ramo le toglie,
come sia tocco da tempesta o gelo, o pur tua mano il coglie e, s'in terra ei fioriva, ei splende in cielo: deh! se ti mosse mai pietoso zelo,
di quel ramo ch'è tronco, germogli il glorioso e nobil tronco da radici alte e ferme, di virtuti e d'onore il novo germe.
Padre e cultor de le più sagge genti, que' fiori di leggiadri alti costumi or son celesti lumi, e fiammeggian là sù fra luci ardenti;
ma qui si duol, quasi d'ingiusto oltraggio, l'arbor sempre fiorita e gloriosa, s'a la sua chioma ombrosa non splende di tua grazia il dolce raggio;
succeda ancor più lieto il maggio al maggio, e tutta ella s'asperga de la rugiada tua pura e celeste, e si dispieghi ed erga
senza timor di tuoni o di tempeste. Deh! se ti mosser mai preghiere oneste, se lagrime non false, se de l'onor d'Italia unqua ti calse,
nasca il figliuol ch'io bramo, quasi in vetusta pianta il novo ramo. Nasca a Fernando Cosmo, indi la chioma con la corona del suo antico adorni,
ne' suoi perfetti giorni, e trionfante il veggia Italia e Roma; veggia di novo il Vaticano e 'l Tebro d'or, d'ostro, d'armi altera e sacra pompa;
né fortuna interrompa la gloria che sperata omai celebro, ma porti invidia a l'Arno Anfriso ed Ebro." Così Toscana disse;
e 'l Re del ciel tonò con chiari lampi, e stelle erranti e fisse volse benigno in più sublimi campi. Or tutta d'allegrezza avvien ch'avvampi
Fiorenza, e par imago de l'ampio ciel, che più di lumi è vago; e de l'alta speranza parte s'adempie e parte ancor n'avanza.
Così d'animo agguagli il re di Pella, d'anni pareggi e di fortuna Augusto, e di giustizia il giusto ch'oltre a l'Istro domò gente rubella;
e quanti mai cesari invitti e regi leggi diero a la guerra, arme a la pace vincendo o Mauro o Trace, e quanti fur mai peregrini egregi;
così de gli avi suoi rinnovi i pregi; e sovra orridi monti spoglie innalzi e trofei; colonne ed archi porti su l'acque e ponti,
onde l'amica terra e 'l mar si varchi; così da varie prede adorni e carchi, da' barbarici regni vengan a' lidi toschi i toschi legni;
e Fortuna seconda spieghi le insegne sue di sponda in sponda. Appena ella, fermando i passi erranti sovra le sfere del celeste regno,
avria maggior sostegno, né d'altro in terra più si glorii e vanti; e, benché pur si cangi e varii e volga, e ingiuriosa faccia alte contese
in magnanime imprese, non fia ch'al mio signor la gloria tolga. Virtù par ch'il fanciullo in seno accolga qual celeste nutrice,
e d'ambrosia divina ancor l'instille, acciocché men felice fosse Romolo invitto o 'l fero Achille; e se là sù di raggi e di scintille
splende il Centauro e d'armi, e qui l'antica Fera in bianchi marmi; virtù fra noi si cole, ed imagine e tempio ha sopra il sole.
Cerca tra fonti e selve e statue e logge, canzon, la real cuna, e dì: "Senza favor d'altra fortuna, fra mille arti leggiadre,
virtù m'affida e cortesia del padre".
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