Skip to content
1544–1595

1435

Torquato Tasso

Onde sonar d'Italia intorno i monti de le più colte e più leggiadre rime, e crollar l'alte cime gli olmi, i pini, gli abeti, i lauri, i faggi,

per cui facean concento i fiumi e i fonti, infin da l'Alpe a l'arenose sponde? E 'l mar con tutte l'onde, mormorando cessò gli usati oltraggi?

E de la crespa fronte ardenti raggi incontra 'l sol vibrò purpurei e d'oro, a cui sospende l'arco e la faretra, onde i figli di Niobe irato estinse

Febo, e prende la cetra, com'allor ch'i giganti in Flegra ei vinse coronato d'alloro? Ecco dal suo canoro

giogo lunge le Muse, e lunge avvampa di nove faci una congiunta lampa. Il giorno lieto e 'l suo splendor conosco, e la pompa real ch'Italia accoglie;

e con mutate spoglie te, Ferrando, veder lontano or parme, te prima gloria del paese tosco: te canta il coro, e Febo a' suoi concenti

ti molce l'aria e i venti, che già cantò de' tuoi la gloria e l'arme; e 'l Greco a te misura il nostro carme. Ma non cessan le Grazie o cessa Amore

intanto di versar rose e giacinti e quanti fiori il maggio a noi produce, o l'aprile ha dipinti, a questa ch'onestate e fé conduce,

di se stessa maggiore, per farle eterno onore; benché non bastin fiori, ombre e ghirlande, e ciò ch'instilla il ciel, la terra spande.

Ché non è degno, onde si faccia il manto od altro che le membra orna e circonda, ciò che si scuote e sfronda, per serico trapunto, o tesse e pinge;

e di verdi sorelle indegno è 'l pianto, che s'aduna stillando al freddo cielo, per cristallo che 'n gelo di vecchia neve più s'indura e stringe;

e quello che di conca umor dipinge; e quanto sceglie in più lucenti arene avara man de l'Ermo o pur del Tago, non basta al culto, onde si mostra adorna,

quasi del cielo imago; né sotterra, ove il dì giammai non torna di preziose vene, pietra a lei più conviene;

né splende a par di lei, dov'ella appare, perla o gemma che mandi il ricco mare. Ma co l'animo vince ogni ricchezza, ogni tesoro, e giunge in nobil parte,

che più ne serba e parte; e mentre l'oro sparge, onor aduna e gloria miete; e 'n più sublime altezza chi siede? E se non parve il seggio angusto

a la figlia d'Augusto, chi più si può vantar d'ampia fortuna? o di chiaro valor, che non imbruna per volger d'anni o per girar de' lustri,

quand'ella terra e ciel mesce e perturba; anzi lucente è qui, non pur sereno, s'a l'animosa turba rallentò mai l'ingiuriosa il freno,

nemica a' fatti illustri; e quinci par che illustri Toscana tutta e le rischiari il giorno, e corona le fa di raggi intorno.

Quinci l'ava passò le gelide Alpe, ch'ad invitto d'Europa antico regno giunse quasi sostegno, e diede i successori ai grande Enrico;

oltre Pirene ancora, Abila e Calpe, l'una e l'altra d'Alcide alta colonna inchinan l'alta donna; e la figlia, che fece al pare amico

lo sposo, ch'era dianzi aspro nemico. Qui torna la nepote, e più felice, onde colei partì, costei riporta gioia e speranza pur di novi figli,

quasi un'istessa porta, ch'aperse il passo al ferro ed a' perigli de l'Italia infelice; or sia più grata invice,

ed onde Marte i nostri campi infiamma senza incendio Imeneo scuote la fiamma. E qui pur lega Amor due nobil'alme: qui il sangue lotteringo in un si mesce

con quel ch'a' Toschi accresce l'antica gloria, e novo onore aggiunge; e qui due stirpi invitte in un congiunge, e ciascuna di fama ha ricchi fregi

tra peregrini egregi, e trionfi e corone e scettri e palme; stringe la fede qui due fide palme; e d'una parte castità risplende

con beltà pura, e nobiltà pareggia e ciò ch'in donna più s'onora e piace; d'altra quasi fiammeggia valor, senno, di guerra arte e di pace,

spirto ch'al ciel intende, Astrea ch'a lui discende; e mentre l'una mano il ferro vibra, l'altra giuste bilance appende e libra.

Ma di più grave carme e d'altra penna degna è quella virtù che sì l'esalta, e di lode più alta, ché questa si disperde al lieto grido;

e parlo e scrivo in guisa d'uom ch'accenna, mentre Imeneo si canta al ciel notturno, e più bello ch'eburno suona il teatro e 'l bel paterno nido,

e l'Appenino e l'arenoso lido. Vivan dunque felici; e 'l breve dono usino de l'età, che vola e fugge più veloce che stral, né torna indietro,

ch'ogni cosa si strugge; ecco, chi saldo pare è quasi un vetro, e di color che sono sol ci rimane il suono,

e la Fama che parla in guisa d'ombra; l'altre cose la Morte e 'l Tempo sgombra. Vivan felici adunque, e dian figli e nipoti al Tosco Impero,

e premio a la virtude e luce al vero.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
1435 · Torquato Tasso · Poetry Cove