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1544–1595

1394

Torquato Tasso

Santa virtù, che da l'orror profondo, che le cose ascondea nel rozzo seno, pria con volto sereno i secoli spiegasti in chiara luce

e, le tenebre scosse, apristi al mondo le varie forme, e di colori adorno da l'oriente il giorno, e 'l sol che nel suo grembo il dì conduce,

e lei che bianca e fredda indi riluce; tu tra le fiamme e l'indurato gelo posta hai la sede, e tu 'l conserva e guarda perché fra' suoi contrari ei non si stempre;

e con soavi tempre tu disponi la terra e 'nsieme il cielo: ah fia che tutto incenerisca ed arda, se muti albergo; e chi 'l partir più tarda?

Ove degg'io cercarti? ove s'accende la negra turba al raggio estivo e tinge? o dove i fiumi stringe e le paludi e i mari il ghiaccio indura?

Né de' miei detti il suono ivi s'intende, né ciò che vergar può la tosca penna, ma fere e non accenna barbaro Marte con sembianza oscura.

Deh qual legge di fatto o di natura è sì mutata? o qual crudele stella sì mi persegue, o dea, se dir conviensi, e solo offende me, s'altrui minaccia,

con spaventosa faccia? Alma io non sono al mio Signor rubella, perché le colpe spesso io pianga e pensi or con gelidi spirti, or con accensi.

Sei dove sparve l'Orsa? io pur mi volgo al bel paese, in cui m'affida appena l'accoglienza serena, benché la terra ivi toccassi in prima

che poi nutrimmi, e non com'uom del volgo. Deh qual altra più degna e nobil sede il sol girando vede con più tepidi raggi in altro clima?

dov'è l'aura più dolce in verde cima? dove i guerrieri armenti alberga e pasce più fortunata piaggia o più feconda? dov'è più bello il monte o 'l piano o 'l lido?

dov'il suo proprio nido, sotto ciel sì benigno in altre fasce? qual terra più de' suoi gran doni abbonda? o dove più ne porta il vento e l'onda?

Tu pur solei già ritrovar sovente quivi d'altre Virtù felice schiera, quasi in celeste spera, ché non è parte a lei tanto simile;

e v'era Astrea, com'è nel ciel lucente, discesa a Carlo; e se là sù l'accolse, Scorpio allor si raccolse. Or non so dove sia, fra Battro e Tile,

o fra gente selvaggia o fra gentile; ma spesso il mio pensier non lunge a l'Arno mi suol guidar, quasi di riva in porto, mentre misura pur l'arena e 'l mare

con le mie pene amare, perch'io non pensi di cercarla indarno là 've un gran duce, a cui l'occaso e l'orto non vede eguale, emendi il nostro torto.

Ma vela non spiegò sì presto volo nave spingendo già leggiera e scarca, come il pensier se 'n varca là dove alberga libertate e pace,

presso l'un mare e l'altro, in nobil suolo; o dove innalza la frondosa fronte imperioso monte, che diè riposo a chi l'invitto Trace

vincer potea (la Fama il ver non tace) là dove la gran Quercia i colli adombra, ferma ad ogni procella, ad ogni nembo: deh non mi scacci da gli ombrosi rami,

perch'io pur mi richiami dove il buon padre mio cantava a l'ombra, e talor penso a voi, Po, Mincio e Brembo: aprimi almeno, alta mia patria, il grembo.

Poi quasi da un mio grave e lungo sogno io mi riscuoto e dico: "Ahi! gran letargo, a cui le rime spargo, nutrito di speranze incerte e false?

che pur attendo omai, che pur agogno già stanco, e sotto grave e doppia salma, palma giungendo a palma, in guisa d'uom cui sol di gloria calse,

e per tempo girò Parnaso e 'l salse? Ma ne 'l tuo monte, o Sisto, in cui t'adoro, o padre, o solo in terra e vivo esempio de la Chiesa di Dio, ch'è in cielo eterna,

ove fia ch'io la scerna? Più bella che 'n avorio o 'n marmi o 'n oro opra di Fidia, in te, se 'l ver contempio, ha la Clemenza e nel tuo core il tempio".

Seco è la Fede in un medesmo petto, che non ha forse al mondo altro rifugio; deh più non faccia indugio a le promesse, ond'altrui a me fu parco:

la mia salute e la tua grazia aspetto da la tua santa man, che lega e solve, pria che converso in polve sia questo grave mio tenace incarco.

Vedi c'ho già vicin l'ultimo varco; a chi non sa, di perdonare insegna, però grido: "Perdona a chi m'offese, ché la fraude coprir di falso amore

è troppo grave errore; quasi guerrier sotto mentita insegna, perdona mille scorni e mille offese, mille gelide invidie ed ire accese".

Né sol io da la grazia, io che mi pento, io, che l'offeso fui, rimanga escluso: tante volte deluso quante pregai, quante sperai perdono;

e mentre il mondo a la tua gloria intento, là 've in sua vece il Re del ciel ti scelse mira l'opre tue eccelse, rimbombi, come suol lucido tuono,

la tua Clemenza e corra intorno il suono; e non pur l'oda il bel Sebeto e 'l Tebro e l'Arno e 'l gran Tirreno e 'l mar che frange il Po turbato, e l'Appenino e l'Alpe;

ma lunge Abila e Calpe, Parnaso ed Ato ed Acheloo ed Ebro, Istro, Tamigi, Senna e Nilo e Gange, e 'l mondo tutto aspra sentenza or cange.

Voi, cui d'Italia il freno in mano ha posto Fortuna, o regi, e voi ch'avete in guerra Soggiogata la terra, di gloria alteri e d'alta stirpe e d'armi,

vizio è l'ira crudele e l'odio ascosto in magnanimo core; e d'uomo esangue quasi pascer il sangue, vivendo d'altrui pena, indegno parmi:

non aspetti il perdono i preghi o i carmi non ritardi aspettato, e tosto incontra si faccia a mitigar l'altrui cordoglio, se medicina ha il male o pur restauro;

anco il leone e 'l tauro atterra ciò ch'opponsi e ciò che 'ncontra, non offende chi giace, e 'n alto scoglio fulmina il cielo e 'n più superbo orgoglio.

Vola, canzone, ove in sublime seggio fanno i purpurei Padri alta corona al vicario di Cristo: a lui davante t'inchina e 'l piè gli bacia, e parla e prega;

quinci poi l'ali spiega, e grida: "Ove Clemenza altrui perdona, stringendo amici cori, è più costante che catena di lucido diamante".

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