Acque che per cammin chiuso e profondo e per vie prima ascose il piè movete, poi ne l'aperte da l'oscuro fondo, quasi a mirare il sol, vaghe sorgete;
appresso la città che vinse il mondo, ove il cipresso adegua omai le mete, qual maraviglia uscir di loco angusto e veder lei come la vide Augusto?
Più bella in pace che fra schiere ed armi, e d'altre imprese adorna e d'altre spoglie, e d'altre colte prose e d'altri carmi, d'edre e di mirti e d'altre verdi foglie,
fuori sotto un grand'arco e 'n vari marmi d'imagini diverse entro v'accoglie, che simiglian bifolchi e fere belve usciti di spelonca e d'alte selve.
Ruggir leoni al mormorar d'un fonte, spargendo in larga copia i freschi umori, diresti, e sovra l'acque a piè d'un monte far soave armonia vivi pastori;
pronte a cantare ed a risponder pronte siedon le Muse ivi tra l'erbe e i fiori, e paiono al tenor d'onde tranquille tanti far versi quante son le stille.
Quante le stelle in ciel, in mar l'arene, tanti son del gran Sisto i merti e i pregi, onde pure e felici; e ben conviene ch'altri solo da lui v'appelli e pregi,
e che vi ceda il Tebro e l'Aniene, benché quello un nomò de' primi regi; ma cangiar nome a le famose rive sepolcro e morte, a voi chi regna e vive.
Voi sete quasi grazie, acque correnti, ch'egli comparte a questa nobil terra; Sisto, che 'nsegna al ciel le vie lucenti sovra l'acque, che 'l cielo in grembo serra,
fece per refrigerio a' giorni ardenti le vostre più secrete ancor sotterra, al popol suo, popol amato e caro, di sue grazie non più che d'acque avaro.
Anzi i popoli suoi, dilette gregge, non lascia traviar con altra guida, non lascia vaneggiar con altra legge, non consente che 'l lupo alcuno ancida
o 'l ladro involi, ed ogni error corregge; gli erranti a' paschi, a' fonti ei drizza e guida, tal che in felice mandra ha santa pace semplice agnello, e vi riposa e giace.
Quasi cristallo sete e quasi argento, acque, e tesoro pur d'alma natura, e vi copre la terra a l'aria, al vento, al chiaro giorno ed a la notte oscura,
e porta mormorando a passo lento ne l'urne, che man dotta orna e figura, e 'n lor vi spande a l'altrui voglia accensa chi ricchezze celesti ancor dispensa.
Così la terra quinci e quindi il cielo apre per arricchir gli egri mortali; e, mentre il caldo tempra al vostro gelo, d'amor gli spirti infiamma e scaccia i mali
e l'empia morte; e con pietoso zelo l'anime estinte omai rende immortali de' pastori il Pastor, ch'alberga e pasce e lava con quell'acque ond'uom rinasce.
Già s'aspetta più bello il secol d'oro di quel che pria si finse, ed or s'adombra, non perché larga e senz'altrui lavoro stia la terra, e l'agnello e 'l lupo a l'ombra,
né l'angue abbia veneno o rabbia il toro, ma perché la giustizia il mal disgombra; e quai rose vedrem d'ispidi dumi da' severi fiorir dolci costumi.
E le bell'arti in pregio e i chiari ingegni, e l'opre di famosa e nobil mano, catenato il furor, quieti gli sdegni, come allor che si chiuse il tempio a Giano:
tal che ritornan di Saturno i regni mentre siede il gran Sisto in Vaticano; ma se 'l nome di Sisto anco rimbomba, la mia sampogna agguaglierà la tromba.
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