Musa, discendi omai dal verde monte sul chiaro Mincio e cingi il crin di lauro, mentre il corona d'auro quel che le fronde tue non ebbe a sdegno;
spargi sue lodi ancor da l'Indo al Mauro, quasi gran fiume dal tuo puro fonte, e de l'altera fronte il novo onore illustra e 'l chiaro ingegno,
che di loco senile il fa più degno. L'una corona or prendi e l'altra or canta, cui non crollò fortuna e non impose con mani ingiuriose,
ma natura e virtù, che sì l'ammanta, fatta matura in su l'etate acerba, e lieta in tanta gloria e non superba. Anzi molte virtù l'han fatto adorno:
quella che lunge vede e 'n alto intende e che tutti difende, e più riluce d'amorosa stella, se vaghi raggi innanzi 'l sole accende
o da poi ch'è sparito al cielo il giorno; e stanno a lei d'intorno Fortezza e ciascun'altra onde si svella o tronchi voglia a la ragion rubella,
e non paion l'istesse e non diverse nel loro abito eletto e ne' sembianti, pur come stelle erranti l'una ver l'altra con amor converse.
Queste corona danno e chiara palma, anzi corona son di gloria a l'alma. Di queste ella si cinge e vibra i raggi, più che lucide gemme in oriente,
del suo splendor lucente; per queste antica fama ancor s'avanza e vola incontra il sol da l'occidente ed oltre i suoi ritorni e i suoi viaggi;
con queste i forti e i saggi agguaglia e per natura e per usanza ogni stato, ogni sforzo, ogni possanza. Taccia intanto Fortuna ostro e diadema
d'Assiri e Medi, e de l'imperio afflitto, e di Persia e d'Egitto estrania pompa, o d'altra gente estrema, arme ed insegne prese in breve guerra,
scettri e seggi calcati e sparsi a terra. Perché la gloriosa e nobil sede che Luigi innalzò, fera tempesta di fortuna molesta
non turba già tant'anni e non la move; e 'ncoronando l'onorata testa questo suo novo successor possiede ciò ch'a lui si concede
come sia grave salma, ond'ei rinove l'antiche glorie e cresca ancor le nove. Omai la dotta penna e 'l dolce carme erano scarse lodi e scarsi onori,
né bastavan gli amori e 'l frenare i cavalli e 'l mover l'arme: tanto il senno vincea l'etate e l'opre, e tesoro ei parea, se terra il copre!
Or ha ben largo campo in cui si mostri fra popoli e città famose e liete, e 'n cui le regga e quete o pur le mova; e 'n cui si volga e stenda,
più che 'n teatri e 'n cerchi o 'ntorno a mete, e 'n cui seco talor contenda e giostri; né per gli affetti nostri si turbi, o men sereno altrui risplenda;
ma quasi Olimpo in verso il cielo ascenda sovra le nubi l'animo tranquillo, dove non s'ode mai procella o pioggia, né Borea od Austro poggia,
e dove sua natura e 'l ciel sortillo, e sotto fremer senta e sdegno ed ira, qual tuono o nembo che trascorre e gira. Il mio signor nel chiaro alto sereno,
che nulla passion maligna adombra, con pura mente e sgombra gode in se stesso di perpetua pace, e fuori la conserva, e sotto l'ombra
di sacre penne lieto è il bel terreno, a cui fiorisce in seno tutto quel che ne giova in terra o piace. Con amicizia o con amor verace
virtù crescente in quest'età feconda a gli alti ingegni è largo campo aperto, ha favore ogni merto, l'industria ha loda e de' suoi doni abbonda.
Arti, sorgete, e Poesia risorga, suoni il suo nome e Tebro e Mincio e Sorga. Canzon, dove ne vai rozza ed inerme fra gemme ed ostro ed oro, e dove accampi
quasi muta a le trombe e cieca a' lampi?
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