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1544–1595

1367

Torquato Tasso

Celeste Musa, or che dal ciel discende nova progenie in terra, e pace han di lor guerra l'aria e l'onde tranquille e cheto il vento,

prendi la cetra; e dov'inchina ed erra il sol per via distorta e dove ascende, l'alto suon che s'attende spargi, e de le sue lodi alto concento,

qual di corso là sù veloce o lento: perché il vecchio Saturno e 'l padre e 'l figlio, che 'l sospinse in esiglio, e tanti lor nipoti, ond'è ripieno

mar, terra e ciel sereno, men chiaro esempio danno, ove si vanti l'antica età di mostri e di giganti. Qui non vedesti guerre interne o sdegni,

non discordie e furori, non favolosi amori, che quasi han fatto vergognar le carte; ma verdeggiar le palme e i sacri allori

tra l'arme trionfali e i chiari ingegni via più che in mille regni, come sol vide il buon popol di Marte; ed ornar la natura a prova e l'arte

cittate antica, e mansueto impero d'invitto cavaliero, che d'elmo ricopria canuta chioma, qual Cincinnato in Roma;

poi di tre guerre e saggio e forte e giusto a prova trionfò col grande Augusto. Di questo nobil seme e di celeste principio al mondo nacque

qui sovra lucid'acque il figlio ed altri eroi famosi in armi, i cui pregi la fama allor non tacque, anzi l'ali spiegò veloci e preste:

ricordar ve 'n dovreste voi che date gran pregio a gli alti carmi, tal che l'hanno minor metalli e marmi; e più de l'altre tu, che cerchi intorno

il ciel di lumi adorno, onde scendon fra noi da l'auree stelle l'alme leggiadre e belle, onde questa volò con auree piume

ch'or apre gli occhi vaghi al nuovo lume. Mentr'ella giù venia di sfera in sfera ne' sereni viaggi tra cerchi e lumi e raggi,

e tra forme lucenti e segni eterni di fere che non fanno a l'alme oltraggi, perché la gente, oltra ragione altera, qua giù languisca e pera

e veggia rinnovar gli orridi verni, tutti l'ornaro a prova, e que' superni regni lasciando e gli alti seggi a tergo, qual natio caro albergo;

ella parea portar diletto e pace e ciò che giova e piace, e lieta le spargea di fiori 'l grembo la terra sparsa d'un celeste nembo.

E 'l Mincio fé parer chiari cristalli e puro argento l'onde, e ne l'antiche sponde di smeraldo parean le foglie e l'erbe,

e gemme in su le rive e 'n fra le fronde i fiori somigliar vermigli e gialli, e fiorir prati e valli e le piante mostraro alte e superbe

fiorita vista di bellezze acerbe; e le gregge, pascendo, assai più bello fecero e chiaro il vello; e l'aure mormorar con dolci spirti

tra pini e faggi e mirti; e risonò di cigni il dolce canto, e tre volte s'udì: "Felice Manto". E le voci sonora e lieta imago

replicava tre volte, e perché ogni uom l'ascolte tre volte le portò la Fama a volo per l'abitate parti e per l'incolte;

ed io, quasi presago, sovra il suo puro lago l'intesi, onde temprai l'interno duolo. Signor, che questo reggi e l'altro polo,

tal ch'un tuo picciol cenno al ciel profondo è legge, e legge al mondo, conferma le speranze e i detti nostri da gli stellanti chiostri;

e se nube lontana il cielo adombra, la scacci la virtù che 'l mal disgombra. Onde cresca il fanciullo, e 'n lui risplenda pur come raggio o luce

del padre e d'alto duce e di tanti avi suoi la fama illustre; e se vera virtute al ciel conduce, né fortuna né fato in van contenda,

e glorioso ascenda con le sue membra e segni il suol palustre d'alti vestigi il suo valor trilustre; e tra l'arti di pace ancor s'avanzi,

anzi tra l'arme, ed anzi tra gli aurei scettri; al fin d'Olimpo in cima, ov'è la fede, e prima poggi a la Gloria e con serena fronte

fiammeggi armato in quel famoso monte. Tu giacer il vedrai, canzone, in fasce, e l'aquile, sostegno a l'aurea cuna, segni d'alta fortuna,

quasi voglian portarlo in grembo a Giove. Pur, mentre ancor non move, se l'ali il sonno od altro affrena o lega tu veloce e leggiera al ciel le spiega.

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