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1544–1595

1348

Torquato Tasso

Quando ritardo a' miei pensieri il corso, donna d'imperio degna, i vostri pregi tesser volendo e 'l nome vostro in rime, veggio farmisi innanzi al primo occorso

invitto duce e cavalieri egregi, perch'io portar di Pindo a l'alte cime tema, in suon più sublime, spoglie, palme, trofei; l'insegne e l'armi

e 'l lucid'ostro e le corone io veggio, e 'l sacro manto e 'l seggio; e perché d'ogni ardire io mi disarme, mute quasi le cetre e basso il carme.

Tal che dico fra me: "Chi poggia or tanto quanto la fama lor s'innalza e spande? Qual mai virtù me' vinse in casi avversi? Questa è materia da stancar nel canto

Febo e Parnaso, ove in stil chiaro e grande di gloriosa laude ordisca i versi. Merti così diversi o più raro valor, più degni esempi,

Italia non mirò, da poi ch'a terra vide il suo imperio in guerra, benché rammenti pur gli antichi tempi; e quasi gli alzerebbe altari e tempi".

Così pensando, i miei desiri intenti stanchi già sono anzi ch'io parli o scriva; ma cortesia, deh! non mi prenda a scherno, e gradisca il silenzio, i gravi accenti,

e 'l puro affetto ond'il parlar deriva. Né già men bel de lo splendore interno è quel ch'in voi discerno di fuor, perle, rubini, avorio ed oro

e rose sparte in bianca e viva neve, e 'n dolce spazio e breve di natura e d'amor gloria e tesoro; ma chi dipinge quel ch'io dentro onoro?

Quai saranno i colori e l'ombre e i lumi, onde possa ritrar leggiadro stile quelle virtù di cui già sete adorna? o pietra in cui scolpire alti costumi

alcun possa talor d'alma gentile? o penna, che descrive e poi distorna quel che man dotta adorna, e 'n varie guise pur colora e parte?

Ben si potrian lodar (non forse a pieno) gli occhi e 'l volto sereno, ma in descriver di voi l'interna parte vinti sarian gl'ingegni e vinta l'arte.

E come in ciel veggiam la bianca Luna, o chi vicino a lei si volge errante, o più lontan Marte, Saturno e Giove, ma contar non possiam, qualor imbruna,

de l'imagini sue, che son cotante, ogni stella che tarda o presta move; tal ne la mente, o dove l'alma del suo splendor s'illustra e splende,

lucenti raggi il mio pensiero adombra, quasi per nube od ombra; ma de' vostri alti doni appena intende la minor parte, e se n'abbaglia e accende.

Ed a quelli ch'ei scorge, il dir non basta di lingua che si sciolga in pigre voci: però ne l'alma il meglio ascondo e celo. Portino il vostro nome, o bella, o casta,

mille cigni canori e più veloci, dal Mincio a l'Arno, anzi da l'Arno al cielo, mentre con puro zelo, v'ergo statua nel cor quasi o colonna.

Bella è la chiara ed onorata fama dove gloria più s'ama; ma più bella virtù d'eccelsa donna, ch'in cima siede e del suo cor s'indonna.

Canzon, perché alto sorga, e sia de le sue lodi adorna e lieta, ella tocca d'onor più nobil meta.

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