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1544–1595

1222

Torquato Tasso

Deggio forse lodar l'aurato albergo, in cui dimori o quello in cui nascesti? questi o que' pregi, o queste glorie o quelle? o 'l tuo valore a cui mi sveglio ed ergo

qual uom già lasso, ch'a gran dì si desti serrò col raggio di minute stelle, vede cose più belle a lo splendor che le colora ed orna?

Ma chi porta lontan sì care salme e coglie allori e palme? chi poggia incontr'al sole e chi soggiorna? e chi giunge a le mete e chi ritorna?

Pur io dirò che ne la reggia antica di sacri augusti avea con auree penne gran simulacro e con favor secondo; ma spesso trapassò fortuna amica

d'una stirpe ne l'altra, e quasi tenne la terra sotto l'ale e 'l mar profondo. Or più felice è 'l mondo: non sorte, ma virtù trionfa e regna,

non idolo scolpito in oro o 'n marmi, né di corone e d'armi falso splendor, ma vera gloria e degna del cielo omai, che di salirvi insegna.

Vera gloria del ciel deriva e nasce dove nacque il fratello e 'l padre augusto e gli avi tuoi che trionfar la terra; e son fede e pietà le prime fasce,

ed amor d'onestate, amor del giusto, son l'arme sue fortezza e senno in guerra; né già vaneggia ed erra d'un tetto in altro come a' primi tempi,

né trascorre da l'uno a l'altro sangue; né per vecchiezza or langue, ma ferma con più belli ed alti esempi la sede in occidente incontra gli empi.

Indi per arricchir d'un bel tesoro, ché gemme sono i figli, onde risplenda la gran Toscana, a lei volgesti i passi con odorato crin di lucid'oro,

come angeletta che fiammeggi e scenda e quei cerulei campi a dietro lassi. Tutti i versi son bassi e tutti sono rochi i nostri accenti

in lodar te che l'umiltade inchina, donna, duce e regina; ma tutti sono ad onorare intenti i seggi in cui tu regni alti e lucenti.

Te quell'albergo trionfante accoglie a cui d'intorno udì sì dolce canto il nobil Arno e chi da' fior si noma; altri recò le gloriose spoglie,

altri n'uscì che la corona e 'l manto portò di Pietro e sacra antica soma: tal che l'Italia e Roma quinci l'imperio a l'onor suo converso,

quinci vede colei che gli alti imperi e dona i regni interi, né l'uno a l'altro per disdegno avverso, né monte scorge o mar di sangue asperso.

E 'n te rimira sì leggiadre forme di felice virtù, che meno apprezza le peregrine e le romane illustri, e tutti inverso al cielo i passi e l'orme

e i figli vaghi d'immortal bellezza cui non disfiora il trapassar de' lustri; e mentre più gl'illustri, né crudel guerra i nostri lidi infiamma,

né rischiara il tuo nome acerbo esiglio, non morte né periglio, non piaga o serpe e non accensa mamma, né ferro che s'affini a viva fiamma.

Canzon, vince se stessa l'alma reale e l'una e l'altra sorte, essendo la più casta e la più forte.

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