Cerbero invoco e 'l suo crudo latrare. che l'infimo mio ingegno a sé raccoglia e faccia scuri i miei versi mughiare; acciò ch'i' mostri l'infinita doglia
qual sento ognor pel ben ch'i' ho perduto, ch'a ciò pensando triemo come foglia. Veggomi in tanto sterminio venuto, ch'al misero Atteòn invidia porto,
e come Dido la vita rifiuto. Or m'avesse il furor di Giove morto quel giorno ch'i' rimasi nella rete d'Amor crudel, che mi fa tanto torto!
O dardi di Vulcano, or vi movete, venitemi a cavar del laberinto, ché di veder Plutone ho molta sete! Omè, ch'i' son sì stanco, lasso e vinto
per seguitare Amor falso e crudele, ch'all'esser micidial di me son pinto! Fra gli altri innamorati un sì fedele unqua non fu qual io fui sempre a Venere,
che mi promisse dolce, or mi dà fele. Or fuss'io stato l'ora e 'l giorno cenere, ch'Amor mi fe' veder il vago lume, che fûr duo dardi alle mie membra tènere!
Occhi miei, fate omai di pianto un fiume poi che v'è tolto per fortuna e sorte quel che vera ogni legge e buon costume! Non ristarò d'andar plorando forte
per isfogare il mio crudo martire, tanto ch'arà di me pietà la morte. Ah, quanto m'era più caro il morire quel crudel giorno che dagli occhi miei
il mio signor da me vidi partire! Io non so ben ridir quel ch'io vorrei né quanto sarà amara la mia vita, che di non esser nato eleggerei.
Come il giovan teban gentile Arcita, che star voleva più tosto in prigione che da Emilia bella far partita, ogni diletto, ogni consolazione
perduto ho per uscir di servitudine, perché tal libertà m'è passïone. Ahi, quanta poca fu la dolcitudine ch'Amor mi dette e in quanto poco spazio
m'ebbe a tornare in grande amaritudine! Non fe' d'alcun Cupido tanto strazio quant'egli ha fatto della vita mia, che son peggio che morto e non è sazio.
Ma poi che piace al ciel che così sia, abitar vo' fra boschi e mutar forma, menando vita indomita e restìa. E vo' che la pietà per me si dorma,
per monti alpestri e per diserte piaggi vo' seguitar de' faüni la torma; orsi, tigri, leon crudi e selvaggi vo' in compagnia, e per abitazione
caverne e antri e pruni e folti faggi. Miser, condotto in tal declinazione che forza non are' di rallegrarmi d'Orfeo la cetra e l'orar d'Anfïone!
Ogni ora di morir mill'anni parmi, e volentier vorrei Medusa cruda venisse in duro smalto a trasmutarmi; triema nel foco e dentro al ghiaccio suda
l'alma mia afflitta, pensando a lo schermo c'ha fatto di me Amor, simile a Giuda. O velenosa fera, o crudel vermo, che nella terza spera hai valor tale
che i corpi e tutto il mondo tieni infermo, fuggir ti doverrebbe ogni mortale, ché, ripensando alle cose passate, veggio ch'ogni tuo fin riesce in male.
E voi, giovan gentil, che incominciate a seguitar le vestigie d'Amore che già tante camicie ha 'nsanguinate, prendete essemplo al mio grave dolore,
non credete a colui che pel passato al moro gelso fe' cangiar colore! Il giovinetto Ipolito pregiato morir lo fece Fedra acerba e rea,
per non seguir d'amor tanto peccato. Amor fe' fratricida esser Medea e insegnare a Gianson il vèl dell'oro, e fece uccider Dido per Enea.
Amor fe' convertir Damne in alloro, e fece Achìl morir per Pulisena e Pasifè ingravidar d'un toro. Giove legato dalla sua catena
prese d'Anfitrïon la propria forma e scese in terra e giacque con Almena. Amor crudel con la sua voglia innorma fe' prender veste <a> Apollo di pastore,
e poi d'Admeto il fe' guardar la torma. Amor protervo, ingrato e traditore Ercole giusto condusse a filare, poi Nesso uccise lui con gran furore.
Leandro giovinetto al salso mare d'Amor guidato ogni notte notava, tanto ch'al fine e' vel fece annegare. Amor crudel con la sua voglia prava
fe' portar a Aristotil freno e sella, e una giovinetta il cavalcava. Vedete Filomena tapinella, che si lamenta del crudo Tereo
pe' folti boschi colla sua sorella; vedete la rapina di Teseo, di Fedra e d'Adriana; e poi soletta Adriana lassò con pianto reo.
Penelopè vedete quanto aspetta il greco Ulisse, e vedete Oliferno che per amor fu morto da Giudetta. E per mille ragioni il ver discerno:
chi prende questo Amor falso a seguire, uccide il corpo e l'alma va all'inferno. Io non potrei con mille lingue dire quel c'ha già fatto Amor con falsi inganni,
ma legga Ovidio chi ne vuol sentire. Or finiranno i giorni, i mesi e gli anni per me, perché Antropòs appresso sento, che mi viene a cavar di tanti affanni.
Quanto più presto vien, più son contento, però ch'aperto veggio e chiar conosco ch'è me' morire una volta che cento. Non vo' più ragionar del crudo fosco,
ma vo' lassar laudare e biasimare a quei che sentiran, com'io, suo tòsco. Dolenti versi miei, vo'vi pregare ch'andiate a ciascheduno innamorato,
piangendo, il mio dolore a raccontare. Direte loro il mio misero stato e qual fu la cagion ch'Amor mi prese col laccio che m'ha il cor tanto serrato.
Un atto onesto e un parlar cortese, un oggetto gentile e pellegrino furon le fiamme che dentro m'accese. Gran tempo ha fatto Febo il suo cammino
mentre che stato sono in tal dolore, nimico a fato, fortuna e destino. Preso ho partito e ho disposto il core morir contento e non mi doler d'altro,
purché pace mi renda il mio signore, se non è in questo mondo, almen nell'altro.
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