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1360–1419

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Simone Serdini

O magnanime donne, in cui biltate posto ha sua forma, e voi, superni dei, udite i dolor mei, dell'impia morte e aspra crudeltate!

Prendete essemplo e prendavi pietate, leggiadre giovinette, al mio cordoglio, ch'i' non so quale scoglio non si movesse a far di me vendetta.

I' fui ne' teneri anni giovinetta leggiadra sì che spesse volte i rai del bel sol contrastai né potè lui a me toglier vigore.

I' non temea del traditor d'Amore né di sua guerra né di suo trattato ma avea diliberato di viver sempre serva di Dïana.

E spesso andavo sola a una fontana, mostrando alle chiare onde il mio bel viso, che tal forse Narciso non vide, quando il suo tanto gli piacque.

Ninfe già non curavan le chiare acque mentre miravan gli occhi miei giulivi, e negli ornati rivi del fonte mi facean seder tra loro.

Ivi era nato un sacro arbor d'alloro che copria il fonte e poi con sua ombrìa una rama stendia nella finestra d'un mio car consorto.

E gli edifizii circundavan l'orto del parentado mio ch'era lì sito, sì che mai apparito ivi non era alcun fuor di mia gente.

Io non so per che caso (o me dolente!) da un mio cugin fu convitato un giorno un giovinetto, adorno ne' modi, vago, onesto e pellegrino;

il qual, mirando, vide nel giardino da l'una parte il fonte e la verdura, da l'altra mia figura, nel mezzo il dispiatato dio d'amore.

E l'occhio vago che m'aperse il core in un punto mirando fu mirato, perché un simil fato il suo voler col mio giunse ad un tratto.

Non fu a giugner l'occhio mio sì ratto quanto paura, anzi stupor m'assale, e l'amoroso strale a figgermi nel cuor le sue quadrella.

Non mi potea restar, sì mi martella Amor dicendo: "Mira con disio questo novello dio venuto in terra a domandar merzede!".

E Onestà, ch'ancor non gli dà fede, più volte disse: "Omè, Dïana, corri, per Dio, or mi soccorri ch'io temo che 'l tuo aiuto non sia tardo!".

Poi mi dicea Amor: "Quel suo bel guardo vorresti tu vederlo in altra forma sì che Dïana l'orma gli desse d'Ateòn, facendol cervo?".

Oimè, perché già ciaschedun mio nervo mi si strugge di duol mentr'io ci penso? E quel dolore immenso mi fece in terra quasi tramortire.

Ma poi ch'alquanto si cessò il martire: "Vinta hai l'impresa, omai di te mi fido!" invocando Cupido, di nuovo remirai l'alta finestra.

In nella quale ancora Amor balestra saette d'oro a quel corpo divino, con l'aureato crino composto in ciel nel benedetto coro.

Qual Ganimede, omè, qual Polidoro, qual Ipolito bello, qual Narciso non rimarria conquiso di biltà da costui ch'ogni altro eccede?

Isperando merzé con pura fede, miravo l'occhio suo più bel che 'l sole, e quel fronte che vole portar la fama omai d'ogni bellezza.

Le guance sue, di tanta leggiadrezza, di color immortal ch'io non so dirti, vivificar gli spirti si veggono a chi 'l guarda per diletto;

il mento piccinino e 'l fiero petto, la bianca man che a Bacco saria bella, i modi e la favella arieno inamorato un cor di pietra.

Da poi mirava lui che dentro impietra: trafitto per amor, fisso mirava e merzé domandava con l'occhio, ché la lingua nol può dire.

Intanto l'ombra cominciò a parire e Febo col suo carro gira 'l monte, onde da quel bel fonte feci una con Amor di lì partenza.

Non mi può più veder per riverenza de' mie' congiunti dentro a quel giardino, ma spesso per cammino a caval vidi il nobile scudieri.

Or sopr'uno or sopr'altro bel destrieri, per le strade che van dal mio palazzo venia per suo sollazzo nel cavalcar più fier che leöpardo.

Or corre or salta, e io misera il guardo con l'occhio assai più presto che baleno: "Ahi, gentil palafreno (dicea fra me), riguarda il mio signore!".

E poi dicea: "O dispiatato Amore, che m'hai condotto a questo ministerio, perché 'l suo desiderio col mio non fai in un punto felice?

Modo non so trovar, se tu nol dice, ch'abbracciar possa sue membra leggiadre, però che l'impia madre sospetta già di lui, di me tien cura".

E così stemo assai tempo a la dura, per fin che un mio parente fu creato ambasciador, mandato in lunghe parti e strane del paese.

Il giovin, che d'amor sentia l'offese, seppe con gli attenenti mie' sì fare che venne ad abitare nel luogo donde quel s'era partito.

Un contigüo mur tenia spartito il suo viso dal mio, ma non il core; onde più forte amore m'accese, quando 'l vidi esser sì presso.

E lagrimando a' pie' del muro spesso maladiceva i fati e la fortuna e i cieli e ancor la luna, che messo avien quel mezzo fra noi dui.

Ma poco tempo trapassò che lui per affanni d'amor si levò suso e fe' nel muro un buso, mentre ch'ogni animal dormendo posa.

Allor del letto mi levai angosciosa, combattuta d'amor, tutta infiammata, già come disperata or qua or là per casa trascorrendo.

Mentr'io andavo Amor maladicendo, il giovinetto vee per la fessura del mur la mia figura e sente il dir della dolente voce.

"O signor mio, ch'ad una simil croce d'Amor siàn posti (cominciò lui a dire), tu sol mi fai morire: per Dio, soccorri un poco al mio tormento!

D'amorosi pensieri io son sì vento che, se 'n prestarmi aiuto non se' accorta, tu vederai qui morta in brieve spazio mia gentil persona".

Con simile parol' costui ragiona con le quale Parìs si tolse Elèna; ma paura ogni vena mi fe' tremar, da poi che l'ebbi udito.

E ricordar mi fe' del mal partito che prese Tisbe, e della morte acerba che fe' sopra dell'erba, a' pie' del mor che poi cangiò colore.

"Che pensi, tapinella (disse Amore), non ve' tu quel per cui sei sì penata? Serai tu tanto ingrata ch'a sì gentil parlar non dia risposta?

Deh, non, per Dio, tu sai ben quanto costa il pentersi da poi: pensa nel grido che diè la trista Dido poi che non poté più veder Enea!".

Lassa, questo pensier sì mi mordea che ritrar non mi puotti da l'impresa, ma senza altra diffesa seguii con presto passo ove Amor vole.

Cominciai lagrimando este parole: "O lume agli occhi miei qual sempre adoro, soccorrimi, ch'io moro per tua cagion, se non mi dai rimedio!

Dentro al mio cor Amor posto ha l'assedio, tal che ogni difesa seria in vano: se la tua degna mano non mi soccorre, el mi convien morire!".

"Le pene tue mi dan maggior martìre, gentil madonna, assai che 'l mio dolore (rispose il mio signore): o crudel mur, perché non mi dai loco?".

L'un si consuma, l'altro arde nel foco, l'un chiama aiuto, l'altro misercordia; e non giova concordia aver tra noi, ché 'l mur c'era nimico.

Ognun è ricco e ciascuno è mendico, e stavàn come Tantal che vuol bere e non ne può avere, ben che abbia assai dell'acqua intorno al viso.

Poi cominciò a parlar con presto aviso il giovinetto più bel che Ansalonne: "O fior di quante donne fûr mai al mondo, ascolta il mio parlare!

Un modo a nostre voglie sol mi pare, che in eterno le farà contente: non temer di nïente, poi che tu segui Amor, sii animosa!

Tu dei saper ch'io non ebbi mai sposa e di stirpe gentil son procreato, e sono più onorato che uom che viva in tutto mio paese.

Io son fornito di ciascuno arnese, sì che più nulla ti de' dar temenza: facciàn dunque partenza, che insieme viveren sempre felice!".

Pensai più volte quel che costui dice, e ben che Amor mi desse grande ardire, el mi paria morire mentre pensava far tal dipartita:

ricordandomi allor della smarrita Adriana rimasa su nel lito, poi che si fu partito quel che per sua cagion vinse il gran mostro.

E poi dicea fra me: "Per certo il nostro amor non potrebbe esser con inganno, pensando nell'affanno che lui per me mostrò allor d'avere".

Nell'ultimo pensai pur di volere venir a quel che ne seguì mia morte, e con parole accorte risposi a quel, che in desiderio aspetta:

"Fa, signor mio, di me che ti diletta, pur che la mente tua tenghi piatosa a prendermi per sposa quando saremo in tuoi paesi gionti.

Ma prima il giurerai con atti pronti per quanti son deïficati in cielo e per lo sacro velo che portò quella a cui mo sol diservo!".

"Io priego il ciel che ciaschedun mio nervo sia fulminato simile a' Giganti, e gli dei tutti quanti mi sien contrarii e tutto il mondo in guerra;

chiudasi l'aere e aprasi la terra ad inghiottirmi senza alcun riparo, come fe' ad Anfiaro, e sia contra di me ciascuna stella;

dal ciel tempesta e sùbita procella, qual Faraòn già nel mar Rosso vidde, e scontrimi in Caridde e cibo sia de' pesci o d'altre fiere,

s'io non ti sposo ancor per mia mogliere; e non che sposa, ma serai madonna, al mio viver colonna, conforto agli occhi, pace e ver diletto!".

Questo parlar produsse tanto effetto, che non sì tosto della notte il nodo si sciolse, che noi 'l modo trovamo del partir sùbito allora.

E mentre che le stelle a l'Aûrora tutte fan loco, salvo che Dïana, lassai la ninfa eguana con l'altre dee e 'l fonte e 'l bel verzieri;

e nell'arcion d'un possente destrieri posemi Amor con sue opre leggiadre; ma la dolente madre non si svegliò alla sùbita rapina.

Lassa, ben ch'io invocasse ogni divina ed eterna potenza e ciascun nume, che 'l loro sacro lume fusse al mio andar principio, guida e duce,

non pote' sì invocar la santa luce ch'a me volgesse la beata spera, ma l'infernal Megera e l'infelice uccel mi fu presente;

le triste voci e l'anime dolente mi venien presso, e non Giove o Mercurio; ogni spietato augurio mi dicea il mal che mi dovea seguire.

Ma io, cupida pur di voler gire una col signor mio senza intervallo, mossi il presto cavallo e da' segni mortal levai gli orecchi.

Chi ci vedea, dicea: "Simil parecchi natura non produsse mai nel mondo: or qual viso giocondo non perderia la fama tra costoro?".

Il sol mostrava omai un color d'oro e parte n'era giunta allo dì oma', e già l'aurata chioma lustreggiava per lui, sì m'era presso.

"El convien che oramai veloce gresso via ci conduca" disse il giovinetto, perché nessun difetto al disïato andar rendesse impaccio.

Allora il destro sul sinistro braccio mi pose ragionando pur d'amore, e così in picciol ore giungemo a li confin di quel distretto.

Io non saprei discrivere il diletto (né lingua non seria che 'l proferisse) ch'io ebbi, quando el disse: "Omai noi siamo fuor d'ogni pensieri!

Quivi è un fiume dove i buon destrieri lassaren rinfrescar nell'acqua un poco, e noi con festa e gioco laudiamo Amore e tutti gli altri dii!".

Intanto una gran voce chiaro udii, che non una, ma più dicean: "Prendete!"; e chi dicea: "Correte a' passi, che non possa trapassare!".

Incominciommi ogni senso a tremare, e fisso rimirava il mio compagno: "Deh, non vi date lagno, madonna (disse), e cavalchiàn via forte!".

Credea fuggire e seguitava morte dirieto a lui sì come abandonata, già tutta sgomentata, timida fatta e divenuta mesta.

Poco durò l'andar, che una foresta terribile a mirar mostrando scura, giunti sol per paura, ciascun procaccia di trovar ricovero.

E faciavàn come animal che, povero, si ve' dell'arme natural privato, che ad ogni picciol guato a un sùbito gridar ritrova il centro.

Ma poi che stati assai fummo lì dentro, che non sentimmo spesseggiar le strida, ben ch'io fussi smarrida, volsesi il giovinetto ai servidori:

"Io voglio andare a saper che romori son stati questi e poi andaren via, e voi per compagnia della mia donna rimarrete seco;

ch'io non vo' che nessun venga con meco!". E poco seguitò dopo la traccia, che sentì che una caccia questa era stata drieto a un cavriolo.

Da me non si cessò timor né duolo fin ch'io nol vidi inanzi a me tornato, il qual con viso grato disse: "Io non veggio nulla da temere;

ma mi par meglio alquanto rimanere con la mia donna in questo loco fosco, e voi nell'aspro bosco (disse a' famigli) cercarete intorno".

E dismontò del palafreno adorno, prese la staffa e dismontai po' io; e così si partìo ciascun di quelli e rimanemo nui.

Sùbito e presto cominciò po' lui: "Io ardo e struggo d'amorosa face; rendimi dunque pace, ché qui non è più mur che ci dia impacci!".

Allor risposi: "Gli amorosi lacci che insieme te e me sai che legâro già non diliberâro che pudicizia qui perdesse il grado;

ma quando trovaren tuo parentado, e sposata m'avrai come hai promesso e confermato spesso, avrai d'amor l'effettüal vittoria".

"Io son disposto d'aver questa gloria tra me 'nanzi che 'l sol venga all'occaso; però son qui rimaso!" replicò il traditor subito allora.

Questo parlar fra me stessa m'accora e con piatosa voce lacrimando e più volte pregando ch'alli promessi patti tenga fede;

quanto più dico tanto lui men crede, talvolta priega e talvolta minaccia e d'accostar la faccia dell'un viso con l'altro assai procura.

Poi ch'io non potti più stare alla dura, per minor male al suo voler m'adusse: quivi venne Venusse, che di veder tal cosa avea gavazzo.

Preso che 'l traditore ebbe sollazzo e di mia fanciullezza il fior rapito, tra sé prese partito lassarmi tra le fiere in quel diserto.

Io t'ho il principio e 'l mezzo discoperto, lettor, perché nel fin la crudeltade ti commuova a pietade e a maledir l'impetüosa mano.

O cruda stella o spirito profano nimico a pace a ciò il tenia trafisso, o furia dell'abisso contraria a me gli sopravenne adosso.

L'iniquo, dal pensier tutto commosso, or qua or là per la foresta guarda: "Omai è l'ora tarda e qui non si può star se non digiuno!

(cominciò lui) Io vo' mirar se alcuno di nostra gente a ritornar s'assetta, e voi una ghirlandetta fra 'l tempo tesserete per mio amore".

Così da me si partì il traditore; e io simplice e pura a quell'ingrato avea già cominciato a coglier di quei fior ch'eran lì varii;

ma poco stando, ché mirando a l'arii io vidi il sol che poco avea a gir longe: allor mi si componge l'animo di dolore e ogni spirto.

Il capel d'òr si cominciò a far irto e ciascun senso par che si distruga, onde sùbita fuga dirieto al traditor seguir m'invia.

Ciascuno sterpo un animal paria: qual mi par orso e qual mi par leopardo; quanto più oltre guardo, tanto la selva mi parea più folta.

Lassa, tapina me, dov'io son colta, a morir qui tra questi luoghi alpestri, che gli animal silvestri in brieve spazio mi devoraranno!

E tanto andai per quella selva erranno che dalla lunga vidi il giovinetto andar per quel distretto giunto già presso ad un terribil foce.

Quanto potei, gridai con maggior voce: "Deh, torna, signor mio, or mi conforta, ch'io son già quasi morta, o fin ch'io giungo a te, per Dio, m'aspetta!".

Quanto più grido, tanto più s'affretta in nel fuggir veloce; alcuna volta inver di me si volta, mirando i modi e la spietata caccia.

E fa come animal che si discaccia, che quando al correr si vede vantaggio si volta per vïaggio mirando il passeggiar del bon levriere.

Dolor sopra dolor crudel mi fière e più che d'animal la poca fede, e pensai che merzede a domandare più non mi giovava.

Silvano e gli altri dei tutti invocava c'hanno ne' boschi piena libertade, che mossi a caritade salva mi tresser di quel mortal nido.

Or quindi or quinci per la selva strido e, i tristi passi miei mossi all'in suso e mo rivolti in giuso, piangendo pur chiamava: "Aiuta, aiuta!".

Nulla speranza mai mio cor saluta, ma ad ora ad or mi par sentire i denti di tigri e di serpenti, di idre, di lion, di lupo e d'orso.

Ahi, impio Amor, dov'era il tuo soccorso? Ché poi ch'io volsi tua legge seguire, tu lassarmi morire non mi dovevi in sì disperso loco!

Cacciando lì Dïana in festa e gioco m'apparve, omè, e mostrossi nimica a me che fui impudica sotto l'amore, e dinegommi aiuto.

Penso, s'io avessi tanto core avuto ch' i' fussi andata a lei con pura fede a domandar merzede, forse a qualche pietà l'avria commossa.

Ma i sensi miei non ebber tanta possa, come chi erra che non vuol concordia né cerca misercordia dal suo signor, da poi ch'egli ha fallito.

Ahi, lassa me, che mai sì grave invito contra d'Amor non ebbe donna alcuna né che sotto la luna fusser le carni sue tanto straziate!

E po' pensava se mai sventurate furono donne per cagion d'Amore, che con simil dolore rendessen l'alma al ciel provando morte.

Se mai vi furon, suoi martìr conforte assai sarien a me con minor lagna; avendoci compagna, temperaria più il mio dolore intenso,

e più volte pensando nell'immenso dolor che provò Tisbe alla fontana: di se stessa inumana, fu per Pirràmo di sua vita priva.

Oimè, oimè, ch'ella può esser diva rispetto a me, perché non fu tradita, anzi perdé la vita il suo signor con quella spada propia!

Mira la ninfa che perdé la copia del bel Parìs in Grecia navicando, e mira Biblìs, quando al scelerato amor si sottomise!

E pensa in Dido, che d'amor s'uccise, ché sol costei dovrebbe esser riparo al tuo piangere amaro, e fu d'Amor, come tu se', gabbata!

E poi diceva: "Oimè, ch'ella menata non fu tra' boschi a sì dolente sorte, sì che già la sua morte non debbe dare a me conforto e pace!".

Poi penso a Filomena che non tace, ben che ancor abbia sua lingua tagliata: ella s'è vendicata, e io, misera, a ciò non vedo modo!

A te non fie punito il crudel frodo, benché Medea ancor per simil duolo il suo proprio figliuolo cibar facesse al suo padre Iasonne!

Ma io, che son tra le dolente donne la più infelice, perché almen non posso ricoverargli adosso con una spada e dimembrarlo tutto?

Ma poco s'indugiò che 'l grave lutto fu più e più forte, ché la nostra luce a tramontar s'adduce, e già mostrava i boschi essere oscuri.

"O dei superni, non istate duri, deh, prendavi pietà di qui cavarmi e di tal pene trarmi!": le man piegate, al ciel levai le luce.

E poi seguii dove fortuna adduce i passi miei nell'oscurata valle, e tra l'orribil calle vagando gìa, sì come furiosa.

E poi dicevo: "O madre dolorosa, a lo cui viver fui unica spene, pace, conforto e bene, ecco ch'io moro e tu non mi soccorre!".

Mentre ch'io stava, il dispietato corre con mortal faccia, e ben ch'ïo vedesse con che viso venesse verso di me, assai mi die' conforto.

E' nella effigie sua mostrava smorto con fiero cor d'ogni pietà mendico, come chi il suo nimico sùbito aspetta a far di lui vendetta.

"Fa (disse) omai di te che ti diletta! S'io ti menassi, io potrei esser preso o in altro modo offeso: però tu sola a camminar t'invia!

Qui son pastor che per lor cortesia t'aiuteran, da poi che ti vedranno; forse ti condurranno in luogo dove salva potrai stare.

Io non volea di qua da te tornare, ma pur m'ha mosso qualche misercordia; non star più in discordia, egli è mo tardi: briga a fuggir fore!".

Pensa fra te, lettor, come 'l mio core, udendo tal parlar, diventò ghiaccio; ma in ginocchion mi caccio, con le man giunte e gli occhi al ciel levati:

"Per quanti sono in ciel deïficati, e per li sacri giuri che facesti allor che promettesti quel che dei ben saper che non mi scorda,

non so se di color mo ti ricorda che fêr contra li dei nel loco sagro: deh, non esser tanto agro e non aver gli spirti tuoi tanto empî!

Che fai, signor, che 'l mio voler non empi? Di modi e di costumi sei gentile: deh, vogli esser umìle (cominciai poi) alla mia fanciullezza!

Non è orso o lion di tanta asprezza, quand'egli è ben commosso a crudeltade, che a qualche pietade sol le lacrime mie nol commovessero.

Se i sospiri e la fé non ti movessero aver pietà, pur il divin timore e 'l nostro unico amore mover dovria tua mente ad aiutorio,

gli occhi e le man che sembran pur d'avorio, che sol per te soffriscon tanto male! Vorrai tu ch'animale feroce sïa qui mia sepoltura?

O signor mio, io non ebbi paura, servendo te, venir contra Dïana; ma, s'io fussi una strana, placar dovrei gli orecchi a compassione!".

"Non fa mestier seguir più tal sermone (rispose il traditor), ch'io son disposto a partirmi via tosto senza di te, e sia quel ch'esser puote!".

Il parlar di costui il cor percuote a tremar, come chi batte in Caridde, o Mario, quando vidde sopra la testa la tagliente spada!

Più volte replicai, non una fiada, per gli uomin, per la terra e per gli dei e per gli affanni mei per lui sofferti, che non mi sconforte;

ma poi ch'io vidi apresso me la morte, e che né dio né uom più non m'aida, dissi con grave strida: "Nimico di pietà, figgiti un poco!

Poi ch'el convien che dentro a questo loco queste misere carne abbian lor letto, assai minor dispetto mi fia il morir da te ch'altri m'uccida!

Sol quella man ch'a viver mi disfida sia che i miei giorni faccia qui finire, ch'io non voglio più gire chiamando aiuto, poi che tu mi lassi!".

Io pensai pur che cotal dir placassi in qualche modo la sua mente cruda, ma con la spada nuda volsesi verso me quello inumano.

Col cor divoto al ciel levai la mano, da poi ch'io vidi la mortal tempesta: con voce grave e mesta in tal modo invocai l'alta potenza:

"O lume eterno, o divina clemenza, o superno Motor clemente e pio, o giustizia di Dio che invocata col cor sempre soccorri;

de l'impia morte a far vendetta corri! O Eölo, o Nettunno con tue posse, Megera e Antroposse, Proserpina con gli altri dei d'abisso,

non ritenete il vostro braccio fisso, ma fate di costui simil disfazio e punite lo strazio che fa di me la dispietata mano!

Saetta, Giove, e fabrica, Vulcano, sopra le carni a questo traditore che con legge d'amore nei boschi oscuri a morte mi conduce!

Sia contra lui ogni beata luce e sian le stelle a disfarlo in concordia, perché misericordia è contra un traditor esser feroce!

Fovente terra, converte in atroce! Che dove el passa sia un Mongibello, tal che pure a vedello, non che a toccarlo, lui si strugga e arda!

I' priego il ciel che ciò che costui guarda, quant'ella sia più disïosa e bella, si converta in procella che a divamparlo mai non gli dia pace!

Gli animal tutti e quello uccel rapace ch'umana carne becca e fanne guasto prendan di te lor pasto, l'aër nimico e sempre ti sia oscuro!

Ogni pietoso cor ver te sia duro, e 'l cibo perda la sua propria forma, consimile a quell'orma ch'avvenne a quel che l'òr facea col tatto!

Oimè, oimè, se pur avesse fatto come fe' la sua donna a Menelao, o quella d'Anfiarao, i' non sarei nell'ultimo partito!

Oimè, lassa, che per tôr marito costui di cui le man son empie e ladre, lassai la trista madre nel proprio nido e disprezzai l'onore!

Dov'è la festa, dove, traditore, che far per me da' tuoi parenti cresi? Usasi in tuoi paesi consumar in tal forma il matrimonio?

O glorïoso lume, o divin conio, o disprezzati giur' che costui fece, vendicate la nece che 'l dispietato cor mi fa sentire!

Assai men doglia mi seria il morire, quando serò tra l'altre tapinelle anime, se novelle sentirò del traditor aspre e crude.

Vezzose giovinette, siate nude di pietate e crudel contra ciascuno, per amor di quest'uno a cui chiamar mercede è stato indarno!

O mare, o Po, Tesìn, Tevero e Arno, o ciascun fiume d'ogni ornata riva, per Dio, se costui arriva tra le vostre acque, fatene vendetta!

Io non voglio più star, ch' i' so m'aspetta in nell'abisso già Adriana e Dido; oimè, ch'io sento il grido di molte che vi stanno in sempiterno!

Io trovarò nel tenebroso inferno Proserpina, Fillìs, Fedra leggiadra, Medea e Clëopadra, e so che aran di me compassïone.

Non lassarò per quel l'aspra mozione, ma sol per questo iniquo vo' cercare; ché, se 'l posso trovare, ver lui incitarò ogni dimonio!

Io non conosco spirito sì erronio, né aspro cor di tigre o di serpente, che, udendo me dolente, non si rivolti a lui con mortal rabie.

E voi che rimanete, siate savie, piccole e grande, giovene e polzelle, di non esser sì felle ch'assentiate, com'io feci, ad Amore!

Mirate pur quant'egli è traditore: che chi mai dal principio a lui consente, non giova esser dolente, poi che a lui consentir mostra una fiada!

Oimè, ch'io veggio qui la mortal spada che arà il mio cor di sùbito sommerso: ma priego l'universo di tanta crudeltà ne sia memoria!".

Seguir non posso la dolente istoria, ch'al fin delle parole il colpo lassa tal che 'l petto mi passa, e poi si fonda a vulnerar la testa;

infin ch'io caddi morta alla foresta. E' fuggì poi, che dir non è mestiere: alle affamate fiere fûr le mie carne cibo e nutrimento;

e fu di questa vita il lume spento.

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