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1360–1419

70

Simone Serdini

Addio chi sta, ch'io me ne vo cantando, forse qual fece con Plutone Orfeo per non voler da morte eterno bando; ma non arabo, tartaro o caldeo

fia che m'intenda, perché il mio linguaggio non è di quel lignaggio che contra il gran Superbo Dio produsse. Ma se alcun mio consorte adrieto fusse,

chiuda la porta per costume antico! I' so' ben quel ch'io dico (Sulpicia, Tisbe, or già più non sonno ché dormono il suo sonno)

e cibo il ventre senza degni lai: onor con vere lodi non amai! Speranza di pietate e di iustizia, sincera fede e manifeste prove

fin qui m'hanno tenuto con mestizia; ma vedo ben che se dal ciel non piove la grazia che l'om brama, indarno spera; perché Fortuna altera

percuote il giusto e sempre volge e gira. Questa Ercule som<m>erse e Deianira, non dico i tramutati regni e seggi; ché, se ben guardi e leggi,

innumerabel volte il mondo ha sfatto. Poi vidi alcun disfatto nel proprio nido e rilevato altrove, unde il mio bon camin di qui si move.

Fug<g>ir voglio l'invidia che percosse il prudente Anacarsi, o le salute di Crasso ricco e sue mortal angosse; cupidità di pace e di virtute

son le catene che mi stringe il fianco, sì che non fra mai stanco di cercar vita, poi ch'io sarò terra. E se l'ira di Dio non si disserra

sopra di me, ben vederà l'effetto tal che m'ha tolto a petto ingratamente e contra ogni ragione (o crudo guidardone!):

riveder possa il prego di Tobia, temprando Roboàm, Saul e Golia! Ma poi che così piace al mio distino, chinar voglio le spalle e la mia spene

riponer tutta nel grembo divino. Io so che Lui già ruppe le catene di Quinto Cincin<n>ato e di Camillo, e redrizzò il vessillo

di Gaio Mario e poi di Massenissa. A Cristo Redentor la mente ho fissa, a Lui me ricomando e a la sua Sposa, che nella glorïosa

turbe, morendo, l'anima conserve; e' pesci o le proterve fere selvagge sepellisca il velo, lassando a l'ossa per coperchio il cielo.

A voi, donne liggiadre, lasso il frutto di ciò che ho guadagnato voi servendo, e anche il proprio, s'el vi piace, in tutto. Il cor che già fu vostro non vi rendo,

ma lassovi per quello un voler cieco e varia gloria sieco, nulla fermezza, orgoglio e ipocresie, le false viste e le pi<n>zocarie,

il pronto lacrimar, la poca fede. Vi lasso per erede di guerra eterna chi v'ama e onora; in avarizia ancora

vi lasso soffocate e nel mal dire, sprez<z>ando ogni virtù fino al morire. Le pompe e le iniustizie e le rapine, le invidie, le superbie e tiran<n>ie

lasso a chi mai non pensa di suo fine; robar le croce, usar le simonie lasso a' seguaci de l'antico Mago, che nel profundo lago

hanno sommerse lor vaghe diademe; <e> i sacrilegi e per un boto il seme del padre Abràm uccider senza colpa. Voglio con osse e polpa

esser di cui nel mondo so sì infida! Né qui orecchie di Mida besogna al parlar mio, ch'ognun intende u' viva l'arco sotto sacre bende!

A mercadante dico, e non a ebrei, i stocchi tuoi usura i mal contratti, sempre leggendo il Miserere mei. Ai poveri amatori e menticatti

balli con canti, i piacer vani e brevi e tutti i mie' relevi lasso liberamente, anzi confermo! O cieco seme, fragellato e infermo,

arai tu mai sì chiara e bella luce che cangi stato e duce, vivendo fuor di guerra e senza inganni? Io vi riservo i panni,

se mai di tanto pelago uscirete, contento più qual Marte de la rete! Di tutti <l>i altri vizii e pensier frali Passifè scellerata e fornicace

con il suo tauro faccio eredi eguali; Claudia, Semiramìs, Mir<r>a e Canace, Ario, Sardanapalo, Erode e Iuda, Diomede con sua cruda

e cieca voglia, Olinferne, Epicuro, difendan tutti l'usitato furo e siano essecutori al voler mio, lassando a l'alto Dio

ogni iusta vendetta del mio male. Ora mi pongo in ale, fuggendo Amore, fraude e gelosia, poi che di libertà son posto in via!

Vommene adunque, e meco porto quello che già molt'anni in podestà non eb<b>i, mentre durai nell'aspro Mongibello; ma tal ne ride e rise ch'io nol creb<b>i,

che non men doglia arai del suo cantare qual io del lacrimare; né varrà ch'el si penta e perdon chieda. Così mi piace che t'appalpi e veda

passarne il tuo gran fallo e il tuo appetito, poscia che a tal partito ogni valor hai perso, ogni tua fede. Ahi, tristo mai chi crede,

Amor, nel tuo coraggio esser fermezza, ché sempre volgi in pianto ogni allegrezza! Or, conchiudendo, in una a tutti dico: chi dubita, a suo <danno> il provi chiaro,

ma simil fiamma accenda il mio nimico! Prego ciascun che del mio stato amaro abbi pietà, pregando il summo Iove che mai non mi rimove

l'antiche brame, e salvi il mio camino. Come sbandito, e non qual pellegrino, usanza fuggo, e se morendo fia qualche persona pia

che mi sotterri, assai ne lo ringrazio; ma per più crudel strazio vorrei da' babüini esser scoperto, perché nel ciel del tutto aspetto merto!

Se, discorrendo Europa, canzonetta, uom che 'l mio torto ha non lì vedrai (perché, come tu sai, alcun che pianga il morto non si trova),

siegui il vïaggio e cova, mentre ch'ognun t'intende, e poi l'invita: ché mai sicura non fia la tua vita.

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