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1360–1419

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Simone Serdini

Vinto da la pietà del nostro male, che per sonno e vigilie mi molesta, ch'i' scriva cosa mesta veduta in sogno, orribile e pietosa,

scrivo, anzi volar voglio senza ale, ché la matera è grande e non mi presta alcun valo<r>, ch'io vesta il nudo 'ngegno a ritrar tanta cosa.

Era la maggior luce ancora ascosa e biancheggiava giù da l'orïente quella che dal feriente suo caldo fugge e subito dispare,

quando dinanzi agli occhi miei appare una turba di donne tutte a negro senz'alcun atto allegro vestite, <e> si dolean sì fortemente

che me con lor fên pianger lì sovente. Piangendo vanno e nessuna favella, e io con loro mormorando giva, come persona priva

d'ogni allegrezza, fino a<d> un bel bosco: nel quale una più alta e la più bella pianta, più verde, più fronduta e viva, vidi che giù cadiva,

onde divenne l'aër tutto fosco. Una voce sentimo: "Or ben conosco ch'ogni speranza m'è venuta meno d'esser mai nel sereno

stato ch'i' fui, più bello e più felice!". Allor ciascuna delle donne dice: "Andiano avanti e piangiàn con costei, che per l'ira de' dei

serva ritorna di reina e donna, poi ch'è caduta sua ferma colonna". I<n> mezzo di quel bosco era la pianta caduta; ivi una donna tanto affritta

che star non potea dritta, tanto dolor gli avea la mente oppressa; questa turba di donne tutta quanta piangendo in terra avante a lei si gitta,

che ben parea sconfitta, e ciascheduna più suo pianto ap<p>ressa. Riz<z>ossi quella donna tanto fessa, c'ha i crin disciolti e lacrimoso il viso,

riguardando lor fiso: "Oimè (disse), dov'è 'l nostro alunno?". Costor non tarde né rimesse funno, ma, rinfrescando 'l pianto, biastimava

la morte oscura e prava, dicendo: "Chi mai più nostre dottrine seguiterà, a<h>i, misere tapine?". Posto silenzio al pianto tra lor tutte,

la più degna di lor, ciò fu Iustizia, così parlando inizia con sospiri, con lacrime e <con> strida: "Donna, le luci mie essere asciutte

di lacrime non ponno per trestizia, poiché mortal nequizia tolto m'ha 'l mio temone e la mia guida. Non serà ma<i> più <la> mia spada fida,

le mie bilance equalmente tenute; le mie ragion fien mute, e senza fren ciascun farà sue voglie. O caro figliuol mio, con le tue spoglie

porrò le mïe, sì che dir si possa: "D'una sola percossa morti si veggian per ciascun paese Iustizia e l'alto duca milanese"".

Iustizia pose fine al suo parlare, e un'altra di lor si fu levata, Fortitudo chiamata, così parlando nel suo gran lamento:

"No mi farò giamai più nominare Fortezza a<l> mondo, perch'io son privata di quel ch'era dotata, né colonna so' più né fondamento.

Tornarò in cielo, poi ch'è 'n terra spento quel che fermo teneva on<n>e consiglio, il mio diletto figlio per cui detta era fondamento e torre;

ma questo non mi puo' già, o morte, tôrre: che l'animo divin ch'el avea seco no me ne 'l porti meco e con voi inseme omai delle superne

cose parlare e non pur delle inferne". Poi dopo questo la nobil Prudenza si levò suso e con maggior desdegno di parlar fece segno,

e per dolor la voce tornò indietro. Restata un poco, cominciò: "Non senza grave dolore, a recontar io vegno il caso aspro e malegno

che m'ha tolto di mano il chiaro vetro. Morte m'ha posta in loco oscuro e tetro, onde i mie' occhi e 'l mio antivedere han perduto il potere,

perché mort'è chi li facea lucenti. Né preterite cose né presenti né future anche più vedere io posso, poi che quinci è rimosso

colui che mi portava infino al cielo ond'io rompeva de' futuri il velo". Tacette la Prudenza e poi levòse la quarta donna, detta Temperanza,

parlando con baldanza, di dolor e d'affanno tutta accesa. Disse: "O donna eccelsa, le penose doglie ch'i' sento ciascun'altra avanza,

poi che ogni mia speranza veggio perduta e crudelmente offesa. Chi farà più nel mondo ormai contesa dal poco al molto? E chi port<r>à misura,

poi ch'una sepultura chiude 'l temperamento d'onne troppo? Chi sa, desci<o>glia questo amaro groppo: senza temperamento corta vita

esse<r> debba e finita, perché cose contrarie insieme stare senza mezzo non posson né durare". Finito ch'ebbon le quat<t>ro sorelle

il lor lamento, e ciascheduna tacque. Una che di lor nacque mùnice contrafece tal cordoglio: "Poi che morte spiatata mi divelle

dal mio signore, a cui io tanto piacque che fino all'ultime acque per lui fu' nominata, move<r> voglio dall'un balzo del mondo all'altro scoglio.

In ogni nazïon e ogni gente mostrai quanto possente e magnanimo fusse 'l mio signore! Dolgansi tutti del perduto onore,

Almàn, Franceschi, Ungari e Ispani, saracini e pagani, e tutti que' signori e gran baroni che sentirono i frutti de' suo' doni".

Tre sacre donne, che per lor sembianti Fede, Speranza e Carità mostrâro tra lor deliberâro che Carità per tutte e tre parlasse.

Incominciò: "Se i dolorosi pianti fusse alla morte di costui riparo, molto mi saria caro piangere finché gli occhi ci bastasse;

ma se le voglie nostre sono in casse, che pianger giova senza fine o modo? Dio ne ringrazio e lodo, quanto si de' per ogni crëatura;

quanto per carne possa in noi natura, io mi debbo doler, perché costui fu con tutte e tre nui sì fervente ad amar con pura fede,

che merito di ciò presente vede". Parvemi dopo 'l pianto maraviglia: tanto silenzio e tanta devozione, che quella regïone

teneva af<f>litta e l'aër ne piangeva. Quella donna ch'io dico alzò le ciglia e, raguardando tanta afflizïone, un gran sospir dipone

e poi, parlando, in tal modo diceva: "Care sorelle mie, io non credeva a quest'atto dolente avervi insieme, anzi ch'alle supreme

glorie, promesse a me, esser doveste: purpura e oro e non sì triste veste, canti sonori, e non raüchi e fiochi, <gioia, non dolenti occhi,>

Italia regina esser chiamata e non vedova sola abandonata! Ma poi che questi son li onori estremi che mi dovete fare in sempiterno,

ogn<i> allegrezza sperno e sol vo' ragionar de' mie' affanni. La mia misera nave senza remi, senza vele, temon, senza governo,

veggio nel mar di verno in gran tempesta tra Cariddi e Scilla; e veggio spenta l'ardente favilla ch'al<l>uminava ogni cosa che luce:

or la morte perduce agli occhi nostri tenebra infinita. Più non curo oggimai de la mia vita: costui, che esser dovea mio caro sposo,

loco più glorïoso eletto egli ha, lasciando questo lito, ond'io non voglio giamai più marito. Ma per veder cogl<i> occhi quant'oltraggio

morte n'ha fatto, andiamo ov'egl<i> è morto <e> vedremo il gran torto che fatto ci hanno i fati aspri e sinestri". E così detto, prese 'l suo vïaggio

e l'altre drieto con grande sconforto, finché venne a<d> un orto lì presso, pieno d'animal silvestri: cani, lïonze e lëopardi destri

ivi erano infiniti mescolati, né morder<e> né aguati facean fra lor, ma stavan tristi e vili. Una bara con drappi vedovili

in mezzo contenea il prence eccelso, che da noi ha divelso morte, che 'n uno estremo punto sciolse tutto 'l poter che mai natura accolse.

Non ave<a> ancor la donna posto fine al suo lamento, e ciascheduna intenta costei che si lamenta stava a<d> udir, com'uom che fermo ascolta;

quando non di mortal, ma di divine ombre duo schiere verso noi s'avventa e, come chi paventa, ciascuna verso 'l Nostro si fu volta.

Dinanzi a tutte della schiera folta veniva un'ombra di splendor coverta, tal che nessuna certa figura si potea da lei ritrare:

d<i>rieto a quella io vidi seguitare gente togata di gran dignitade, con voci gravi e rade, degne di tanta reverenza, ch'io

per conoscerli n'arsi del desio. E quando fatte fû<r> più prossimane, conobbi che Mercurio quella schiera sotto la sua bandiera

guidava, <e> quelli grolïosi spirti. Abiti e veste loro eran umane e 'l viso di ciascun saria lumera in questa bassa spera

di tenebra repiena: e chi di sirti di raggi coronati, e chi di mirti. Io vidi Varro, Livio e Cicerone, Virgilio e 'l buon Catone,

e altri molti spirti glorïosi: questi con umil detti e con pietosi parea che ragionasson del valore, de l'ingegno <e> del core

che 'n vita fu capace questo duca, la cui fama convien che etterna luca. Marte con l'altra schiera, furebondo nel viso acceso con focosi rai,

più ch'io non scrivo assai, terribil venne a' dolorosi lutti. D'animo vigorosi e di profondo consiglio sperti vi considerai

tali e tanti, che mai io non potrei recontartili tutti. Armati, fieri e sotto l'arme strutti, Cesare viddi col feroce aspetto

<e> Alessandro perfetto ragionar del Bisconte valoroso; Camillo e l'African vittorïoso, Anibàlle e 'l Dentato e 'l buon Cursore

lodar questo signore, dicendo: "Sol costui di Marte 'l segno fatto ha vittorïoso e d'onor degno". Subito dopo questo, e duo splendori,

Marte e Mercurio, colle lor<o> corte, con quelle donne accorte deliberâr di non lassarlo in terra, ma farlo degno de' celesti onori

nella spera di Giove e di Mavorte, ove non pote morte né del futuro mai porte si serra. Dell'eloquenza principi e di guerra,

Cesare e Alessandro dall'un lato, Virgilio e l'Arpinato dall'altra parte, quella bara prese: subito l'ale ciaschedun distese,

li dei e quelli spir<i>ti eccellenti; non con pianti e lamenti, ma con canti e piaceri indi fu tolto, portato in cielo; e io dal sonno sciolto.

Canzon, tu n'andarai al mio signore, che teco con dolore participe con pianto e con disdegno: costui è tanto grato

che <i> no<str>i <versi> odirà volontieri, quantunqua che leggieri sieno di sentimento e di dolcezza. Penso tu 'l moverai per tenerezza

e altro non ti dico, che né come; ma perché sappi 'l nome, signor messer Pandolfo ell<i> è nomato, dei Malatesti eccelso e onorato.

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