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1360–1419

64

Simone Serdini

Amor, chi le verdi ombre everse in ghiaccio veggio e la dolce spera e rifiutar tua schera qual più dovrebbe, a te subietto e caldo.

"Cieco di me, quando allentasti il laccio di tal mio bene smisurato e saldo, or, come brado e baldo di me tradir, se' sciolto e gito via!

Io sempre fui a te servente e pia e tu di me crudele: or, tapinella, io son pur fantinella né però sì dovria esser lassata;

ch'io son abandonata da cui credeva ogni conforto e gloria!". Perduta ho mia vittoria: però, piangendo, non m'aviate a sciocca,

ché gran ragione ha <a> lamentar chi tocca. S'egli ha da ridolersi il tristo core, a molti è quasi aperto, ma, perché ognun sia certo,

vo' palesare il mio crudel martìre. Io posi, lassa, tutto il mio amore in un chiar giovinetto e 'l mio disire, che senza alcun fallire

di beltà passa ogni crëatura: alto, leggiadro e snello oltra misura, cuor di lione e nel parlar umìle, l'aspetto atto e gentile,

gli occhi suoi ladri, e tutto pellegrino; il saproso bocchino, moscado, fiori, rose e odor santo, sempre con festa e canto,

che creder era strano il piacer mio, chi nol provasse, omè, come ho fatto io. Ricordomi con lui <i>spesse volte in un giardin gioioso,

e l'arco prezïoso di più di mille strali il cor pungia. Le voglie nostre eran sfrenate e sciolte, che di ciò rallegrarsi il ciel paria;

e poi si congiungia già l'uno e l'altro sguardo in un bel riso: non era uman piacer, ma paradiso! A' pie' d'un rivo in verdi lame ombrato,

e spesso adormentato fra l'erbe e 'l suon dell'acqua e gli uccelletti, in braccio stretti stretti, ad ora ad or paria mi fusse tolto;

e io come uomo stolto mi risvegliava paürosa in ello, poi contemplava il ricco amor mio bello. Dir più non posso omai, ché mi decide

il duol che mi dipolpa, poiché senza mia colpa perduto io ho sì glorïoso dono; ma chi <è> di ciò cagion comprenda Alcide,

qual fe' del forte Anteo, senza perdono: in lui sia abandono d'ogni sustanza angelica e umana! O fantasma crudele, o mente strana,

quale spirto ti mosse inorme e fello rapirmi un tal gioiello? Prima spogliata avessi l'alma trista! Ahi, quanto mal acquista

un molto ben che per fortuna è breve! Nulla cosa è più greve che ricordarsi il suo felice stato, e poi, com'io, trovarsi abandonato!

Per non aprir quel che di dentro alberga, io fuggo ogni altra setta, rimota e sì soletta fuor che da' miei sospir, e con lor brigo.

Biastemo i poli e dico: "In me sommerga la terra, sì che fugga un tale intrigo!". E poi il petto rigo di lagrime pietose e di cordoglio.

Veggio qual so', ricordo equal già <a> scoglio, che pianger dovria i sassi e 'l ciel con meco, e spesso spesso preco la morte per men pena e mio conforto.

Qual barca in tristo porto non teme, benché speri a mar tranquillo? Io misera distillo, che, se speranza non m'aita, i' veggio

por fine a ciò seguendo un altro peggio. Pur vince ancor disio che mi nutrica e quell'ardore accetto che già m'aggiunse al petto;

e che pietà ristringa il dolor mio! Io chiamo omai te, Iuno, e te, pudica Io, <e 'l> scudo di Minerva; e quello dio, che di fiero arco e pio

ci punse già, ritenda or più fervente, sì che 'l soave sguardo e sì lucente, d'altra più vile a me nascoso e tolto, recuperi, e 'l bel volto

che veggio illustro, ond'è Dïana speglio. E se ciò sarà 'l meglio, sarò contenta e tu, benigno, ornato; ma se pur fussi ingrato,

morte crudel che contra me venisse e tu per me qual fe' per lui Narcisse. Vanne canzon, e breve, a chi tu sai, fa delle braccia croce,

di' con pietosa voce come mi struggo, e chiede a lui mercede: se con pietà ti vede, fa che sia presta, cara, a ritornare,

ché gran martìr m'è certo l'aspettare.

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