"O alta fiamma di quel sacro monte, surge!": e Calïopè chiamava alquanto, al sonno tutto spanto; poi discernea un prezïoso fonte
e io con le man gionte tutto m'inginocchiava a quei che 'ntorno stava - al chiaro sito, che divenni smarrito
come colui che 'l sol riguarda fiso: così mi parse come paradiso. Tre alte donne di color celeste ornate, e quattro di bei razzi d'oro,
i' vidi a quel lavoro, e altre sette delle proprie veste; e sette ancor fra queste il fonte circundare,
Cupido saettare - in ogni parte; vidi Pallàs e Marte, Iupitèr, Febo decorare il luoco, dove si stava sempre in festa e giuoco.
Un verde ulivo in mezzo il fonte fo coronato di mirto e fresco lauro; vidi lettere d'auro: Este Nicolò;
spandere il fonte po' vedia di cortesia, e la gran baronìa - e gente magna senza alcuna magagna;
vedia la sua virtù ben prosperare e sempre poi più di grazia abondare. Quanta gloria felice e trïunfale del chiaro fonte sempre uscir vedia!
Poi uman comprendia non gli atti suoi, ma l'esser naturale. Poi di su l'alte scale vidil cadere in terra:
"Omè, chi si disserra?" - allor gridai; non valse lutti o lai, e nullo scudo valse a quel forte arco che 'l fiero stral non fêsse il dato varco.
Poi si vedea una gran nube e bruna gemer la terra, e l'acqua intorbidare, l'aëre tempestare, e quelle donne lacrimar ciascuna,
gridando: "Omè, Fortuna!". Poi vidi l'arco rotto e Pallàs far gran lutto - e lo dio Marte vidi da l'una parte
come sconfitto, ché 'l suo mal l'accora; così Giove si stava e Febo allora. Signor', baron', cavalieri, e gentili donne e donzelle far crudel lamento
vidi (grande spavento!); d'ogni maniere genti, assai e vili, vidi pianger lor fili; e tale al ciel gridava
e tal sì si squarciava - tutto il viso, e io, come conquiso, pensava se d'Ettòr fu pianto tale: non trovo che mai fosse più mortale.
Or chi potrebbe espremere il dolore, or chi potrebbe espremer la tempesta, ciascuna faccia mesta e tenebrosa fino a mezzo il core?
"Perso aviamo il valore e ogni ben disposto! Omè, tu, morte, tosto - or ci disvolle! Da poi che più non polle
la chiara lampa, <e> è spenta ogni sua vena, or ci dispoglia di cotanta pena!". Poi vidi come un sol, d'alba vestita, una figura, ch'era tanto bella
che quasi parea stella. Parea che d'ogni pena fusse uscita, e con voce gradita dicea: "Ché lamentate?
Deh, gli occhi rilevate - a me felice! O quanto è bëatrice chi scande su fra quelle eterne segge, che più che mille e mille mondi regge!
Deh, non piangete, umana gente, omai non lamentate più, non fate duolo, lassate questo molo e diponete i dolorosi lai!
Io vo fra i dolci rai della somma Virtute: o quanta è la salute - che lì regna! Quest'è l'ultima insegna:
ché chi col core a lei s'e raddrizzato sarà là su perpetüal beato. O car signori, amici, o car parenti, deh, non piangete, ch'io son fuor di mole:
ecco il divino prole che voca me fra le beate genti! Istate omai contenti e fatene gran festa;
rilevate la testa - con amore: ecco il mio Crëatore! Io me ne voe a quella santa manna dove si canta sanza fine Osanna!".
"Memento (disse poi), or mementote che cosa e qual fortuna sia, e morte e le sue greve sorte, e rimembrate sue volgenti rote!
Ché a nessun fa note le sue grevi percosse, ma quel che si riscosse - fia beato". Poi vidi un cerchio ornato
d'angeli e santi rilevar quell'alma: così fra lor n'andò con verde palma. Vanne, canzon, a chi ti vuol provare fa che chiarisca bene il tuo latino,
e allega Augustino: che di chi s'è veduta buona vita gloria si debba credere infinita.
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