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1360–1419

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Simone Serdini

Come per dritta linea l'occhio al sole non può soffrir l'intrinseca sua spera, e riman vinto assai da quel che sòle; così l'ingegno mio, da quel ch'egli era,

rimaso è vinto dalla santa luce che, come il sole, ogni altro corpo impera. Franca Colonna, or poi che tu se' duce di comandarmi, e io voglio ubbidire;

ma degna Musa fia che mi conduce! Per lei ardisco, e poi per te servire, parlar del sacro fiorentin poeta che nostra lingua ha fatta in ciel salire.

Qual divina influenza il bel pianeta Mercurio giunse a Virgo in ascendente, e Venùs vide grazïosa e leta? Furon le ninfe allor tutte presente,

e vide Apollo il suo ricco Parnaso, Damnès più che giamai bella e fervente. Vide Minerva il benedetto vaso pien di rugiada parturire un fiore,

che 'n grembo a Bëatrice è poi rimaso. Felice ventre in cui tutto il valore dell'idïoma nostro in fra' latini acquistò gloria, e tu porti l'onore!

O lume d'eloquenza in fra' divini poeti, che per fama ha venerato la patria sua e tutti i suoi vicini! Ben ti puoi millantar, popolo ingrato,

del ben che 'n vita tu non conoscesti, e anco il cener suo ha' disprezzato! Non fûr gli antichi tuoi tanto molesti che discacciasse le virtù l'invidia,

sol per ben far, come che tu facesti. O maladetta fame, o trista insidia degli stati caduchi, anzi veneno che v'ha cecati nella sua perfidia!

Brevi e leggieri assai più che baleno, divisi con affanni e con paure, dunde veniamo a poco a poco meno. Non bastan pur le tombe o sepulture

a l'osse isvelte dalle crude morti, ché ne son pieni i poggi e le pianure! Rapine, incendii, uccisïoni e torti, puttaneggiar le vergini e gli altari:

o iustizia di Dio, come 'l comporti? Questi boccon desiderosi e cari acerbaràn la strozza ancora a' figli, e forse a' nostri dì parranno amari.

Trovossi Dante fra cotali artigli, che per seguir gli stati e 'l ben civile corse in essilio e a maggior perigli. Tutto fu lume al suo spirto gentile,

che, sviluppato di sì van disio, tolse dappoi così leggiadro stile; e posti gli error publici in oblio, dopo gli studii italici, a Parici

volse abbracciar filosofia e Dio. Non molto stette poi riveder quici la Scala, i Malespini e 'l Casentino, che fûr di lui veder troppo felici.

Da poco poi rivolse il suo camino al buon Guido Novel, quel da Polente, sì gentil sangue fatto oggi Caino. Costui fu studïoso e fu scïente,

col senno, con la spada, e liberale, e sempre accolse ogni uom probo e valente. La festa, l'accoglienza, quanto e quale fusse l'onor ch'a lui si convenia,

Ravenna, tu sai ben, che dir non cale. Qui cominciò di legger Dante in pria retorica vulgare, e molti aperti fece di sua poetica ermonia.

E se tu ben, lettor, cerchi e avverti, le rime non fûr mai prima di lui se non d'amore, e d'uomini inesperti. Così il vulgar nobilitò costui

come il latin Vergilio e 'l greco Omero, e onorò più il suo che 'l suo altrui. Dunde, per essaltare il magistero, con tanta alta materia dir vulgare

volse, e per esser solo in suo mestero. Or taccia ben chi mai volse parlare di tutto il viver nostro e del costume: lingua mortal giamai non ebbe pare.

L'acque e le frondi del peneido fiume bagnâro e cinser l'onorate tempie ch'a molti han fatto glorïoso lume. Nel cui principio pöetando adempie

le pene a' peccator quanto s'aspetta, come le colpe fûr più e meno empie. Nuovi tormenti, orribile vendetta, mostra per raffrenare i molti vizî

dove la gente vede tanto infetta. Perché da' nostri superiori inizî nasciamo atti a ragione e libertate, iustizia ordisce a' rei degni supplizî.

Inferno pone all'anime dannate che fûro essecutor di passïoni e del celeste dono al tutto ingrate. Nel secondo entra in nuove regïoni:

verso un prato di giunchi, una montagna murata in mezzo, e sagliesi a scaglioni. Ed è in quello emisper tant'alta e magna che tocca il colmo suo l'etere puro,

dove gran gente con disio si lagna. Qui punisce il poeta infino al muro color che furon negligenti in vita: però son più di lungi al ciel futuro.

Da indi in su, come che fu contrita, così di grado in grado ivi si purga, infin che giunge all'ultima salita. Qui moralmente vuol che ciascun urga

gli appetiti mondani in quanto pote, e che per contrizione a Dio resurga. Nel terzo scande all'amorose note, di cielo in ciel, perfino a' santi cori,

là dove truova l'anime devote. Beatus vir, che Dio temi e adori, beati quorum tecta sunt peccata, beati immaculati e puri cori!

O donna fecondissima e beata, beati gli occhi e benedetta l'ora che t'ha in sì degno ostel fama acquistata! Non così caldamente or s'innamora,

che l'uom s'ingegni alle virtù per forma che la sua donna in terra e 'n ciel s'onora. Dietro l'amante alla santissima orma di Bëatrice segue il suo poema,

dove c'insegna la beata norma. Come il maestro, poi c'ha dato 'l tema al fantolin, che inanzi a lui attento, non sapendol comporre, il mira e trema,

molte fïate, d'una volta in cento, gli mostra il nome e 'l verbo e 'l participio, tanto che del latino il fa contento; e come a Roma tremefatta Scipio

soccorse e con parole e con effetto, che fu di Libia allor grato principio: così nel nostro debile intelletto a parte a parte mostra e ci soccorre

e poi ci acquista un regno altro, perfetto. Per questa terza via si saglie e corre al sommo ben felice e a quel fine che né resia né morte il può disporre.

Lì non si tien le rètine o le crine della rota del mondo, e non si punge la man per côr la rosa in fra le spine. O felice colui che si compunge

ad ora e col ben far sempre s'adopra, e non aspetta infin che 'l prete l'unge! Qui mostra degno premio a ciascun'opra, qui finisce il Comedo, e qui t'accenna:

or cerca ingegno altrui che te lo scopra! Poco poi scrisse la famosa penna, finito il Libro suo, ché Bëatrice l'anima chielse e l'ossa ebbe Ravenna.

O vita sua perpetüa e felice, vaso d'elezïone, essemplo nostro, che, così morto, vivo ancor si dice! Non fûro i panni suoi purpura d'ostro,

non fûro i cibi delle varie prede, ma fu scïenza, il calamo e l'inchiostro. Nacque vacante la romana sede, corrente il tempo a' prosperi annüali,

che M due CC LX et V procede. Cinquanzei soli stette in fra' mortali e fece altre opre grazïose e belle: poi verso il ciel fuggendo aperse l'ali,

con Bëatrice ad abitar le stelle.

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