Il tempo fugge e l'ore son sì brevi, ch'io temo che 'l pentersi omai fia vano: miser, quanto lontano se' fatto dal piacer che ti sullevi!
Ché quando il modo e' dolci giorni avevi prendere il fior della novella etade, tu con tue vanitade te stesso hai fatto della mente cieco.
Ora ten piangi e io non men con teco, dicendo: "Omè, così avess'io fatto!", ché presso a scacco matto ti se' lassato giunger con l'alfino.
Ahi, quanto poco fia lungo il cammino di quel che s'aggecchisce infino a terza, né molto cura isferza destrier che non si teme agli speroni.
O pighero, che fai? Tu t'abandoni dove infin mo se' corso senza il freno, che non volge baleno sì presto quanto il capo ti vacilla.
Questo è quel che t'inganna e che t'ancilla, gittandoti in segnizie al tristo foco: tu ti gitti da poco, pensa che gli altri poi t'han da nïente!
Questo è lo stato al mondo e a Dio spiacente: in un vile ozio e biastimar fortuna, colpi la falsa e bruna invidia iniqua e biasmi il suo calere.
Alcuna volta dici che in potere non hai tua volontate e colpi i fati: omè, tristi isciagruati, quanto così perdianci ogni altra spene!
Credi tu senza affanno aver mai bene, dico del temporal, più di salute? Non s'acquista virtute senza grande labor d'animo e d'opra.
Or che bisogna omai più ch'io ti scopra che, conoscendo il tuo passato oscuro, non curi del futuro, avendo mille essempli innanzi agli occhi?
Vanne pur via e séguita gli sciocchi! Ché stando male or presso a giovinezza, pensa nella vecchiezza come starai a simile ragione!
E perché gli è passata la stagione un poco adoloscente al cominciare, vergogniti imparare e così fuggi ciascun virtüoso.
Ma poi fra' ciechi tu se' glorïoso, e fra 'l vulgo bestial che non t'intende con certe tue leggende a te medesmo parti esser salmista;
da poi che l'ignoranza tua è vista, da gente che s'intenda è conosciuta, tu, come cosa muta, t'abborri e fuggi il luogo per vergogna.
Se tu pur parli, è quale un uom c'ha gogna, senza conclusïone e con rubore: tale allega aütore che mai nol vide se non per udita.
Questa simplicitate oggi ci addita, ché tale è reputato un Tulio o Dante, che non sa se le piante si sien più dalla cima che da' piedi.
Alcuna volta il gran vulgaccio vedi volgere gli occhi e l'orecchie levate, come capre di state da caldo stupefatte a qualche greppi.
S'alcun si move o che per caso treppi, egli è ripreso, e se nïente parla, mentre ch'aringa e ciarla misser frate Barbuglia che s'imberta.
Così sta il vulgo con la bocca aperta, che par che gli escan passarin di bocca, e poi l'un l'altro tocca spesso pian pian dicendo: "Odi marviglia!".
Da poi che frate Schiù china le ciglia e ha finito il suo nuovo oratorio, odi poi parlatorio strano del vulgo e varïe novelle.
Tu odi ragionar di cieli e stelle, di fato, di fortuna o di gran mostro, a tal che in paternostro dirà: "Santo Ficè, donna Bisoria".
Tu, frate Zucca, in tanta vanagloria vivi per crescer da tal gente in loda: ahi, fuggi sì vil froda e l'atto con disnore e danno misto!
Vergognati oramai, vergogna, tristo, poi che conosci il ben c'hai già perduto, e piglia il vivo aiuto, ferma gli omeri tuoi, férmati omai!
Ben ti ricorda degli antichi assai e de' moderni, che poi il mezzo tempo han fatto sì per tempo, ch'egli hanno aggiunto il frutto di scïenza.
Simon, se tu conosci Providenza, quanto ella sa, se seguirai sua via (ché poco ti varria, lei conoscendo, e tu non la seguissi),
tu benedicerai quanto ch'io dissi nel ricordarti sue lucissime orme: ella non pigra o dorme, ma sempre con amor t'incita e sveglia.
Così ti trovarrai fra sua fameglia, pochi e solenni, e non ti fia gran briga, ché, ben che sia fatiga, opera volontaria è con diletto.
Ella t'accogliarà sì nel suo petto, che d'uom mortal tu sarai fatto eterno, e col suo buon governo raggiugnerai quel che già corre al varco.
Ma sappi pria, se vuoi servare il carco, che pigli illustro e prezïoso speglio, però ch'el saria meglio non cominciar che poi lor mal finire.
Or sappi ben, se lei vorrai seguire, ti convien sette cose principali, certo senza le quali poco sarebbe ad imbastir tua gonna.
Constanza ti conviene aver per donna, Umiltà, Castitade e Astinenza, subietta Obedïenza, Sollecitudo e Amor d'esse cose.
Or vanne e studia d'opre virtüose: vedi filosofia e 'l sacro alloro, e non ti curar d'oro, ch'egli è dalle tue sette alme scacciato.
Ricorditi Fabrizio ed il buon Cato, Pavol celeste, il buon Lizio e 'l Petrarca, ché, se guardi loro arca, scritto non ci è tesor d'oro o d'argento.
Se così fai, tu viverai contento viverai con ragione, onore e fama. Eccola che ti chiama, e dice: "Surge, alla vela, alla vela!".
Su su da l'ozio, omai non caütela! Ecco i benigni venti e 'l mar tranquillo; vedi il fermo vessillo che t'apparecchia: or prendilo e conosce!
Tu vedi il mondo pien di tante angosce, la cresciuta malizia e 'l mal che surge, ciascun s'industria e urge altri ingannare, e froda il proprio signo.
Vedi il mondo disposto oggi in maligno, pien di sospetto e pien di vitupero; non si cura l'impero celestïal, ma fassen gabbi e scherni.
Tu non t'accorgi ben, ché nol discerni, e già l'ira di Dio tocca il supplizio; egli è pian pian l'inizio: omè, il tardar farà pessimo fine!
Io non ci so rimedio a tante spine altro che darsi tutto a virtù sola: io t'ho detto che vola e che t'insegnarà la via decora.
Tu ve' lo spirto nostro or dentro or fora in un momento, e non sai del vïaggio; or fa che tu sia saggio con providenza al ben che puoi ancora:
ché savio è quel che si provede ad ora.
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