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1360–1419

22

Simone Serdini

Io non so che si sia, ombra o disgrazia, che mi s'avvolge intorno de la mente, tal che tutta è disforme a quel ch'ell'era; io non so dov'io sia, non certamente,

né questa anima trista ancora è sazia del mal che per sua requie aspetta e spera. A me par esser trasformato in fera, non d'animo gentil, ma pigra e stanca,

che per sua negligenza odia la vita; così, insensato, a poco a poco manca ogni natural corso, onde è fuggita la ragione e schernita

la memoria, l'ingegno e l'intelletto: venuta m'è in dispetto quella cognizïon ch'amar dovria, e so' sì poco accetto,

ch'io non so qual si sia l'insania mia. Veggio le fere pellegrine e snelle nell'abito e negli atti esser conforme come natura le ministra e sprona;

e gli ucelletti le lor dolci norme cantano e l'altre crëature belle, ognuna al corso suo distinta e prona; gli arbori e l'erbe mai non abandona

l'ordine naturale, e 'l caldo e 'l gelo e la temperie e 'l frutto e 'l generare; veggio i liquori esser suttratti al cielo fino a sua regïone e congelare,

poi li vediàn versare in acqua, in neve, in grandine o pruina: a tutto il ciel s'inclina, perfino a quel che la natura sprezza,

e quest'alma tapina fugge derisa nella sua vecchiezza. Così mi duol la vita inferma e priva del maggior dono e 'l più nobil subietto

che 'l ciel dotasse mai nostra natura; ch'ogni altra passïon che l'intelletto è di men peso e men vergogna schiva che quella che giamai ben non si cura.

Senza pensier, senza ordine e misura, passato ho il mezzo e già corro all'occaso, carco d'oblio e fatto essemplo altrui; ché quanto al mondo un mostro sia, rimaso

nell'error dov'io sono e sempre fui, io non so bene a cui ne caglia, s'io medesmo il cerco e veggio: così la morte cheggio

senza sperar giamai di sullevarmi, ch'esser non posso io peggio, che nel fango ov'io so' vivere e starmi. Viver non poss'io dir, ma stare in essa

piena di passïon, d'ozio e d'accidia, ch'a nulla discrezion par che si mova; questa è colei ch'a ciascun'altra ha invidia e da vil servitù sempre è sommessa,

come ogni dì cominciar vita nova. Ahi, misero mio ingegno, or che ti giova, mostrando dir d'altrui, ch'io son quel desso, manifesto da pochi e dalla plebe?

Ma se d'altra virtù fusse concesso, donde che 'l lume tuo dormita e ebe, troppo miglior sarebbe che pietà lo svegliasse e no 'l martire;

che se speri al morire, non curando di vivere altrimenti, tu non sai dove gire, e di là forse n'è de' malcontenti.

Solo un pensiero in aspettando il fine compunge quel che le pietose braccia non denegò giamai a cor contrito; da che incurabil passïon mi caccia

verso l'estremo e l'ore son vicine, pianger la colpa mia e 'l tempo gito; ché quanto me medesmo abbia schernito del ben che 'nfino a qui Dio m'ha prestato,

né la grazia né Lui conobbi mai: sempre la voluttà, sempre il peccato conculcato ha il dover, sempre mancai! Ahi, Signor mio, e tu 'l sai,

ché vedi tutto, e io non mi t'ascondo: provede, e non secondo l'opere mie, misericorde e pio; ora del cieco mondo

ode l'orazïone e 'l prego mio. Delfica Maiestade in cui si crede, eccelsa in tre persone unica Essenza, stabile, eterno Dio, primo Motore,

sola, ineffabil, somma Providenza, a cui nulla s'asconde e che provede quel che non sa volere il nostro errore: tu Signor mio, tu Padre e Redentore,

che fatto carne nel virgineo chiostro poi col tuo proprio sangue il ciel n'apristi! Dell'infelice e misero esser nostro fa, Signor mio, sì come tu dixisti:

"Padre, perdona a quisti dell'ignoranza lor!", pendendo in croce; ché lo spirto è veloce, la carne inferma e piena di nequizia:

intende l'umil voce, Padre, misericordia, e non iustizia!

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