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1360–1419

21

Simone Serdini

Le 'nfastidite labbra in ch'io già pose mille vaghe dolcezze, e quelle apersi sì come Citarea volse e serrai, con altri ingegni omai, con altri versi,

mischiati con le lagrime angosciose, qui si convien che cantino i lor lai! O Furïe infernali, ov'io sperai già son molti anni alla mia debil vita,

poi che grazia dal ciel più non aspetto, voi m'aiutate, e poi ch'alla partita de l'alma trista mia <d>el corpo infetto sarà da voi accolta e seppellita.

Con le tue chiome, Erito, ora m'aita, quale apparisti al doloroso Igneo; ma fa che alla finita venga per me con Cerbaro e Anteo!

Sia maledetto il seme e chi 'l congiunse nel ventre diabolico ov'io giacqui difforme assai d'ogni virtute umana: o biastema di Dio con la qual nacqui,

maledetto sia il dì che mi ci giunse come figura mostrüosa e strana! O vulva adulterata, orrida e vana, perché non ti serrasti sul dolore,

sì che con teco insieme io fusse morto? Almen, da poi ch'uscito fui di fore, perché non fui io dismembrato o storto, e poi a' can dato a mangiare il core?

Maledetta la luce e lo splendore che prima mai s'aggiunse agli occhi mei, e chi ne fu l'autore coi denti 'l teness'io come vorrei!

Non fe' Tideo a vendicar sua onta qual, s'io potesse, i' sbranarei co' denti il tristo padre che mi pose in terra; per me fussero i cieli e i giorni spenti,

la stella d'Orïon armata e gionta contra del sole, e tutto il mondo in guerra! Perché l'ira di Dio non si disserra senza misericordia in pianti e strida?

E corra i fiumi impetüoso sangue; Furia nel volto suo venga, ch'uccida le radice dell'erbe, e venga un angue che col venen la terra apra e decida!

O Babilonia avara, ove si grida oggi gli onor, gli stati e la salute, così di te si rida, come per te si strazia ogni virtute!

Convertansi i dì miei in oscura nube, che non sian numerati in mese o anno, e sian le notte tenebrose in lutto, l'ore sian computate in mio affanno,

e qual più fera addormentata cube si svegli omai a divorarmi tutto; poi che fuor di speranza io son condutto, contra di me sia il prossimo e l'amico,

vinca come lion la parte avversa! Peggio Iddio non può farmi e più mendico, che perder l'alma trista ch'i' ho persa ed è in podesta al perfido inimico.

Or fusse tosto almen che l'impudico corpo si separasse fra' mortali e l'anima ch'io dico portassin poi le Furïe infernali!

Quivi Satàn coi dispietati artigli m'accogliarà fra tanti incliti viri, da poi che 'l corpo fia pasto di fera; quivi vedrò le lagrime e i sospiri,

ma sarò fuor d'esti mondan perigli, ch'esser non potrò peggio a quel ch'io era; quivi sarò fra Tantalo e Megera, poi verranno i Centauri a devorarmi,

talché di Capaneo portarò invidia. Molte fïate ancor farmi e disfarmi io mi vedrò e roder per accidia, graffi e serpenti fieno a confortarmi,

folgore e fiamme fieno a 'ncenerarmi: la maggior pena e 'l più crudele stento, tutto vo' comportarmi pur che di questa vita io fusse spento!

Non si rallegra il cavator del campo, che con la zappa sua trova il tesoro, qual io farei a ritrovar l'avello; però ch'è troppo singular ristoro,

chi de' morire e non vi vede scampo, di venir tosto a l'ultimo flagello; ché più di mille morti il dì fa quello che giudicato a morte, infino all'ora

la quale ad ogni passïone è fine. Questo è quel che mi strazia e che m'accora, poi che per legge superne e divine l'anima è del dimonio, e 'l corpo ancora.

Vorrei, poi ch'io men veggio esser di fora, con quanti mai ne piobber fitto al centro e chi più 'l cielo adora fusse con meco rüinato dentro!

Canzon, tu cercarai Cariddi e Silla, dove bùffaro mugghia in fra le sarte e apre il mar terribili procelle; poi cerca Mongibello in quella parte

dove più falde orribili sfavilla; poi te ne va fra le maligne stelle. Con le più disperate e tapinelle anime parlarai: piange e suspira

e di' che tosto me ne vengo ad elle, però che Dio m'è contra e 'l mondo in ira!

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