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1360–1419

19

Simone Serdini

Novella monarchia, iusto signore, clemente padre, insigne e generoso, per cui pace e riposo spera trovar la dolce vedovella,

tu sai ben, signor mio, quanto dolore ella ha portato, poi che 'l dolce sposo, inclito e glorïoso, volse nel ciel la sua beata stella.

Ella rimase afflitta e tapinella fra le galliche mani, dilacerata dal suo proprio sangue. Non c'era più il Senato e i buon Romani,

non Cato, non Fabrizio, non Metello, non Camillo o Marcello, che per virtù fûr pari in fra gli dei! Con lei rimaser barbari e Caldei,

e sotto il sacro manto un crudel angue, ond'ella ancor si langue e viene a te per tua santa mercede, ché d'altri mai non ebbe amor né fede.

Signor, io dico d'una eccelsa donna, con le più illustre membra e più verace, che, s'ella avesse pace, sotto del sol non è simil bellezza.

Questa fu sotto il cielo una colonna di cui memoria eterna ancor si face, e che 'l sangue rapace domò nel mondo e ogni più fiera altezza.

Costei fu madre d'ogni gentilezza in colmo della rota, Italia, donna di ciascun terreno! Ma poi che Constantin la dette in dota

alla scisma cristiana e tirannia e quella simonia c'ha guasto il divin culto or più che mai, ella ha provato i dolorosi guai,

ch'a poco a poco ella è venuta meno, però che senza freno ciascuno è corso ad istracciarli i panni, chi con rapina, e chi l'ha giunta a inganni!

Non dico ancor del detestabil seme, nimico di quïete e caritade, che dicon libertade, e con più tirannia han guasto il mondo:

ahi, vendetta di Dio, perché non preme tanta nequizia, frodo e crudeltade, che ne venga pietade a chi d'ogni suo male è più giocondo!

Costor con loro inganni han messo al fondo già le cose di Dio e conculcato sempre ogni vicino! Ora è venuto il tempo, ora il disio,

or la santa iustizia a vendicarsi: ora veggio svegliarsi Italia bella, e chiama a te vendetta! Signor, tu vedi che ciascuno aspetta

il tuo santo vessillo e 'l tuo domino: che 'l sangue fiorentino purghi la sua più venenosa scabbia, e noi siàn franchi di cotanta rabbia!

Tu vedi il ciel, la fiammeggiante aurora, le stelle tue propizie e rutilanti, i segni tutti quanti ora disposti alla tua degna spada!

Vedi Pallade, Marte e Juno ancora, teco il braccio d'Alcide e d'Atalanti; vedi beati e santi, la terra e tutto che t'aspetta e bada!

Ricorditi di Julio in la contrada di Rubicon, che disse: "Io te seguitarò, Fortuna lieta!". Chi d'Alessandro mai tanto ne scrisse,

quanto fu più nel seguitar vittoria? Allor s'acquista gloria quando il poter s'aggiunge alla stagione: fiero Anibàl, ma vinse Scipïone

per seguir sua vittoria e sua pianeta. Però non stia quïeta la tua virtù mentre che 'l ciel la chiama, e or ch'è il tempo di triunfo e fama!

Se la tua forza e la tua destra ardita, la tua gran maiestate e providenza, séguita or sua potenza, chi contra Cesar fia mai troppo ardito?

Vedi or Fortuna quant'ella t'aita l'altrui divisïone e differenza, che senza vïolenza vedi la gloria tua e 'l buon partito!

Ahi, signor mio magnanimo e gradito, queste spade leggiadre rimetterenle senza aver corona? Ecco qui Italia, che ti chiama padre

e per te spera omai di trïunfare e di sé incoronare le tue benigne e prezïose chiome. A te ne segue stato, onore e nome,

a noi contento e ben d'ogni persona che mai non ci abandona: fede e speranza della tua virtute fia nostra pace e ultima salute.

Canzon, tu vai a tanta celsitudine, che, più presuntüosa assai che degna, ma quanto puoi, t'ingegna con umiltà piegarti a servitudine.

Quando dinanzi a sua mansüetudine tu serai in terra a' piedi suoi distesa, pregal di questa impresa, per parte d'ogni vero italïano,

principe di Milano, di Virtù Conte e di virtù dotato, iusto, prudente, forte e temperato!

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