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1360–1419

14

Simone Serdini

Sacro e leggiadro fiume, ponte di gemme intarsïato e vago, dove Amor vidi ragionar col sole, dolce e benigna imago,

donde uscì il chiaro e benedetto lume che m'ha infiammato omai come Amor vòle; o beate parole, ch'è di lingua immortale essemplo in terra,

d'altra cetra più degna assai che Orfeo; fiori, erbette e vïole, che colse Apollo in mezzo al Citareo; fronte, principio della nostra guerra,

degna onestà mi serra dentro dagli occhi ov'è triunfo e impero, che, se 'l mio ver non erra, simil non vide mai nostro emispero.

Dritto sangue gentile, felice albergo e glorïosa parte dove si posa l'onorata trezza! Qual potenza o qual arte

in città tanto ingrata e tanto vile consentì nascer simile bellezza? Priva di gentilezza, benché già fusse di tant'alta impresa,

quanto è più sua vergogna ora il parlare! Nova piacevolezza in puro cor è assai più da pregiare, quanto da suo contrario è più contesa;

luce dal ciel discesa, per mostrar quanto il suo candido fronte n'abbia la voglia accesa, forse la invidia assai nostro orizzonte.

Tersi rubini e perle, rose colte di spin vermiglie e bianche, mille vaghi fioretti in un bel viso, fronde pallide e stanche

d'un mansüeto lauro, ch'a vederle mostran sembianti a noi del paradiso; un mirar dolce e fiso da far movere i sassi e volger l'acque,

e qual più dura petra esser più molle; uno angelico riso, ch'ogni estremo vapor discaccia e tolle, e convien ch'ogni nube inde si sciacque.

Io penso quanto piacque al ciel, che tanto di virtù il sublima, che forse mai non nacque sì gentil cor sotto di nostro clima.

Quello eccelso pensiero, quella benignità c'ha vinto altrui, l'aere invidïoso e ogni errore, benedico, e colui

che del suo nome splendido e altiero sì caldamente mi trafisse il core; fa, s'io, dolce signore, giamai mi specchio in la tua santa luce,

che benedetta sia l'or ch'io la scorsi! Ti ricordi d'Amore, quando negli occhi tuoi prima trascorsi, dove fui servo e tu colonna e duce!

Alto ingegno m'induce imaginar quanto è levato a volo il sol che mi conduce: vince le stelle e l'uno e l'altro polo!

Sien benedetti ancora mille fïate i passi e quei sospiri che già sì largamente uscîr del petto! Benedetti i disiri

e la speranza ch'io credetti ognora, e le lagrime mie con tanto effetto! Ancor sia benedetto la terra, il fiume, il ponte, il nido e l'orme

dove il bel piè pavoneggiando posa; e 'l supremo concetto che in quella effigie candida e vezzosa, ben ch'io sia indegno, ha consentito porme!

Benedette le forme della faretra, e l'arco e le saette, dove mai non si dorme di ringraziar le stelle tutt'e sette.

Va, canzonetta mia, riva del fiume d'Arno ove Dïana verso la Spina s'imbellisce e innova; tu la vedrai umana,

ché, se nel mondo mai fu leggiadria in un cor pellegrino, ivi si trova. Ma pria ch'a dir ti mova, inginòcchiati al sol come tu 'l vede:

poi quanto sai ti prova di ringraziarlo e dimandar mercede.

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