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1360–1419

106

Simone Serdini

Signor, ti piaccia di essaldir mio priego, per la benignità che in te regna; la boce mia e le grida ch'io spiego, fa che nel tuo cospetto, Signor, vegna;

e non mi far della tua faccia niego nella tribulazione che io sostegna: qualunche dì, Signore, io ti chiamo, china l'orecchie a me, che tanto t'amo.

Quando chiamo, Signor, non indugiare, fa che il tuo aiuto la risposta sia; ché altrimenti i' non posso pensare ch'aver possa salute l'alma mia;

e i mie' dì veggo forte mancare, e come fumo passano e van via; e l'ossa mie son fritte e arrostite, come se in padella fussin ite.

I' son tutto percosso e disseccato, sì come il fieno quando è messo al sole; senza la grazia tua mi son trovato, <che> non discende in me come far suole;

e di mangiare io ho dimenticato (il pane e 'l sacramento son parole!) e per lo pianto mio sono accostate l'ossa mia colla carne mescolate.

Simile fatto sono al pulicanno che solo senza compagnia dimora; e alle civette che di notte vanno similemente fatto son ancora,

le qual l'oscurità di notte sanno ché ne' peccati i' mi ritruovo ognora; come la passer solitaria in tetto di grazia e di virtù mi truovo netto.

I mie' nimici, che sono i dimoni, di me si fanno beffe tutto il dìe; lodanmi e giuran co' lor testimoni mostrandomi i peccati e le resie

però che lo vedevan per ragioni che 'l pan di cenere mangiavo, e sìe era il bromio col pianto mescolato, colle mie lagrime era temperato.

La faccia tua <è> adirata, Signore, e la indegnazïon tua mi mostrasti; per lo peccato mio e per l'errore percosso in terra cader mi lasciasti;

e passano i miei giorni con furore e non ho tanto tempo che mi basti: e come fien quasi son disseccato, quando egli è messo al sol, pel mio peccato.

Ma tu in eterno sempre mai dimori e la memoria tua fie sempre mai; perché tu se' il Signore de' signori, levandoti, di noi aver potrai

misericordia, <e> benché i miei errori truovi, per questo non ci lascerai: della misericordia egli è venuto il tempo, adunque non puoi far rifiuto!

Però che, Signor mio, tutti coloro che in nel nome tuo con te perranno misericordia tu arai di loro e ancora i tuoi servi li merranno;

e temeran tutti il tuo concestoro, i re e quanti nel mondo saranno: l'anime che nel mondo tu hai create nella tua grolia saranno trovate.

Tanto pietosamente <hai> riguardato i prieghi tutti delle umil persone, e mai non hai i pover dispregiato e hai essaldito ancor mia orazione.

Scrivansi queste cose ch' i' ho parlato tutte in nüova generazïone, e il popolo il qual lì sarà creato lauderà te, Signor glorificato.

E per questo ha riguardato il Signore dallo eccelso suo e giusto e santo, di cielo in terra, e per lo suo onore e per udir sol di coloro il pianto

che infermati son da tal dolore; e della grazia tua darai lor tanto che iscioglierai tutti que' legati che nella carne son vivificati.

Sì che liberamente sia annunziato la laude tua e 'l nome del Signore, e nella santa Chiesa rivelato e in Gerusalèm a tutte l'ore;

molto popolo insieme congregato in una fede e in un solo amore, e tutti i reami, a te servire, Signor, che lo puo' fare a te venire.

Rispose Iddio a me nella sua via della santa virtù sua grazïosa, della caduca corta vita mia mi manifesterà poi ogni cosa;

però, Signore, una grazia vorria: non m'ammezzar la vita mia penosa; in generazïon generazione, negli anni tuo' eterni istar vorròne.

E nel cominciamento tuo, Signore, la terra tutta quanta tu fundasti; l'opera di tua mano di valore furono i cieli, i quali tu formasti,

i quai periran tutti con furore sì come i vestimenti vecchi e guasti: Signor, tu sarai quel che rimarrai e gli atti tuoi non mancheranno mai.

E come copertoio saran mutati così so che nel mondo muteranno; e innanzi a questo tempo saran nati i figliuol de' tuo' servi <e> a te verranno,

e nel tuo regno saranno menati e quivi teco in eterno staranno: e così tutte lor generazione dirizzeranno a te loro intenzione.

Or è finito questo salmo quinto, appresso al sesto seguitare io voglio; s' io non avessi così ben distinto ogni suo senso, forte me ne doglio;

ché la <i>gnoranza mia m'ha tanto cinto ch' i' ho fallito, sì come far soglio: il parlar chiuso e 'l mio grosso intelletto da chi più sa m'ammendi il mio difetto.

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