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1886–1907

Per un amico, morto

Sergio Corazzini

Fu dato di ricordare all'uomo, perché, amico, mio dolce, morto, pianga molto, nel ripensare

quello che d'un sogno antico nel core, gli rimanga. Tu ridevi, un tempo, tanto; eri, a volte, non scordo,

un po' triste e un po' folle. Piangevi! Sì; ma un pianto tenue, che il ciglio, ricordo, non ti lasciava, a lungo, molle.

Coglievi tanti asfodeli; ti piacevano, è vero? Molto! Molto: anche adesso, che sai le meraviglie dei cieli,

li hai, nel piccolo cimitero, sotto l'immobile cipresso? No, povero amico, povero amico senza i fiori

che amavi e senza sole! Perché, nell'ultimo ricovero, il corpo, che non ha più dolori, non ha più parole?

Perché? Ti lagneresti di questa mancanza, amico, chiamando i tuoi fiori divini. Invano: sotto i cipressi, mesti,

languirebbe il richiamo antico, come un pianto di canarini. Però, vedi, se da ogni mia lagrima nascesse un asfodelo,

tu saresti, amico, pago come lo fosti nei sogni, o t'invidierebbe il cielo che di soavi miracoli è vago.

Ora, amico mio dolce, riposi in eterno, tra morte creature, e m'hai lasciato quaggiù, a soffrire! Oh, ma questo, anima, come l'osi?

Schiudi le labbra pure, e fammi tu, morto, morire.

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