Ben ch'io t'oda passare
vicino alla mia soglia
e pensi che tu voglia
battere e domandare,
non tormento a più viva
fiamma la mia lucerna
— cui, nella notte eterna
guardo come a una riva —
e non se, a poco a poco,
cresca la lontananza,
vedovo di speranza,
ormai, te folle invoco,
ché le tue mani sono
colme di doni: porti
ai dolenti conforti,
ai felici perdono.
Hai pianto e un poco vuoi
di quel pianto godere,
qualche lagrima bere,
ancora, con i tuoi.
Donare e perdonare!
Contener nell'immenso
cuore grani d'incenso
pe' 'l più lontano altare.
Dire al nemico: Sei,
tu, mio padre, mio figlio:
dormi sul mio giaciglio,
che io sul tuo dormirei.
E questo, senza pena
dire e senza tristezza;
sfarsi alla tenerezza
come al mare la rena.
Ma, forse, tu non hai
nessuno e, pure, torni,
così, per pochi giorni,
per un'ora, e non sai
tu, non sai che la povera
piccola casa accoglie
cader di nuove foglie,
fiorir di rose nuove
e che più nulla, più
nulla! del tuo rimane
se, triste come un cane
randagio, vaghi tu
imaginando i nidi
più folti e più canori,
tanto, che ora ne muori
di dolcezza e sorridi.
Ma l'ombra non lo vede
quel tuo sorriso: vela
piccola che s'incela,
sembra, nella sua fede,
e non è che una cosa
trepida, tutta sola,
che, per te, forse, vola,
ma per gli altri non osa,
ma per gli altri non pare
che una vela, una vela
piccola che s'incela
a l'estremo del mare.