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1886–1907

Ode all'ignoto viandante

Sergio Corazzini

Ben ch'io t'oda passare vicino alla mia soglia e pensi che tu voglia battere e domandare,

non tormento a più viva fiamma la mia lucerna — cui, nella notte eterna guardo come a una riva —

e non se, a poco a poco, cresca la lontananza, vedovo di speranza, ormai, te folle invoco,

ché le tue mani sono colme di doni: porti ai dolenti conforti, ai felici perdono.

Hai pianto e un poco vuoi di quel pianto godere, qualche lagrima bere, ancora, con i tuoi.

Donare e perdonare! Contener nell'immenso cuore grani d'incenso pe' 'l più lontano altare.

Dire al nemico: Sei, tu, mio padre, mio figlio: dormi sul mio giaciglio, che io sul tuo dormirei.

E questo, senza pena dire e senza tristezza; sfarsi alla tenerezza come al mare la rena.

Ma, forse, tu non hai nessuno e, pure, torni, così, per pochi giorni, per un'ora, e non sai

tu, non sai che la povera piccola casa accoglie cader di nuove foglie, fiorir di rose nuove

e che più nulla, più nulla! del tuo rimane se, triste come un cane randagio, vaghi tu

imaginando i nidi più folti e più canori, tanto, che ora ne muori di dolcezza e sorridi.

Ma l'ombra non lo vede quel tuo sorriso: vela piccola che s'incela, sembra, nella sua fede,

e non è che una cosa trepida, tutta sola, che, per te, forse, vola, ma per gli altri non osa,

ma per gli altri non pare che una vela, una vela piccola che s'incela a l'estremo del mare.

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