Scrivo e non so perché. Non ho più cose da dirvi, e pure tanto arde in me la fiamma de le labbra dolorose de le labbra vermiglie come se
fossero molli petali di rose che, sperduti pei cieli, con un lento abbandono la bocca vi baciarono e presi da quel novo incantamento
avvinti su le labbra vi restarono; tanto arde in me senza soffi di vento la fiamma azzurra dei vostri occhi azzurri melanconici come un cielo tutto
eguale, senza rapidi sussurri, silenzioso nel suo triste lutto senza una voce che al core sussurri, tanto arde in me la fiamma silenziosa
fatta d'insidie, che non so pensare bocca, più de la vostra, dolorosa, occhi che sieno più simili al mare dei vostri, ne la veglia dilettosa!
Ieri vi ho attesa e non siete venuta. Non veniste, perché? Nulla, vi disse, nulla il cuore ne l'ora convenuta? nulla, nulla, la vostra anima disse?
Ogni cosa rimase allora muta? Ne l'attesa, vi colsi le più belle, le più fragili rose, ne intrecciai una catena al lume de le stelle,
una catena che finiva mai. Erano tante rose e tante stelle! Voi non veniste. Venne l'agonia de le rose. Siccome le illusioni,
lungo l'umana dolorosa via, cadono lentamente, senza suoni definiti, e sfioriscono una pia anima che le amò, così dai brevi
steli caddero petali, sapienti la voluttà dei vostri occhi grevi di ombre, i dolci petali morenti scesero con ondulamenti lievi
sulla terra. Lo stelo denudato, vergognoso rimase a udir gli scherni degli altri steli carichi: sul prato superbo di verdeggianti eterni
forse in quell'ora un mostro avrà ghignato. E ne la notte scialba, sospirosa, le mie rose morirono. Sì tanti petali cadder su la generosa
terra, che apparve agli occhi doloranti il boccio schiuso d'un'immensa rosa.
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