Quale mano pietosa, quale mano operosa, lo spiraglio breve oprì? Non lo so. Entrò il sole:
una festa di pulviscoli d'oro, e i caratteri morti, che composero parole e che fecero piangere
i deboli ed i forti, e che fecero ridere tante bocche di rosa, i caratteri tutti illuminò
de la sua luce meravigliosa. Le lettere fremettero alla improvvisa gioia, e nel silenzio della lunga camera
ove i placidi ragni, artefici sottili di sottili trame, ogni dì morivano di noia; ove era nata,
su tanti oggetti umili, polvere immensa, come se il suggello suo ci volesse all'opra abbandonata da umani che fatica rese vili;
nel silenzio le lettere si unirono, composero parole, versi, canti interi, per quel sole tanto bello e tanto buono, per quel sol che i pianti
d'una lunga tristezza, avea asciugato col suo raggio divino col suo raggio infuocato. E le trame di seta infransero
e si sperse nell'aria la polvere... O sole! dicevano le parole, i versi e i canti: O pio sole,
anche noi siamo amate da te. Tu ci vieni a trovare vieni ad illuminare con la tua dolce luce
noi povere sorelle... Oh quante volte, nelle mani degli uomini vivi abbiamo composta la morte!
E i pianti, e le angoscie, e il dolore che infrange il cuore, e le lagrime a rivi, e il riso folle dei felici...
Noi, così fredde, abbiamo composto più di un bacio appassionato; così piccine abbiamo più d'un immenso amore rovinato
quando ci dividevamo poi che l'ultimo bacio era stampato... Oh, ma tu fuggi, o sole! Ritornerai domani?
O ci abbandoni come già gli umani ci abbandonarono?... Dicon le cose: è sera! Dicon le stelle: è notte!
E solitaria e nera torna la stanza, a frotte tornano i ragni nelle tele loro, torna a regnar la polvere
là dove un giorno vi regnò il lavoro.
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