Torbido e tristo nella solitaria via, davanti la porta del postribolo, s'affioca e il buono incenso del turibolo, forse, è la nebbia che fa opaca l'aria.
Mai sacerdote curvo per i sacri facili gradi d'un superbo altare seppe con dolce sapienza fare omaggio a i freddi e vani simulacri.
Per i vetri malchiusi, a tratti, un grido fugge e ne trema il cuore del fanale e pensa la corsia d'un ospedale e un vuoto desolato nel suo nido.
Nido, ché, all'alba, sempre una leggiadra bocca una cara nostalgia d'aprile diffonde, giù, nel piccolo cortile che sogna il sole e fosche nubi inquadra.
Forse è la stessa che l'ombra di rauchi singhiozzi seminò, forse è la stessa che fredda rise a una volgar promessa e spasimò sotto i grandi occhi glauchi.
La notte, oh, quale triste cantilena langue per le tre camere fumose in fin che al suolo cadano le rose disfatte sulla lunga veglia oscena,
in fin che su la solitaria via strida la chiave dell'antica porta e che la tua, fanal, fiamma sia morta di passione e di malinconia.
Stelle! Non forse nell'orror notturno di una turba briaca o di una muta breve agonia, non forse t'è venuta dolce una voglia, fanal taciturno,
di stelle? e non ti tenne un'amarezza grande e un odio pel tuo triste destino e non ti parve poi, spento, al mattino, di sentirti morire di tristezza?
Cuor che ti duoli, soddisfatto mai, della vacuità de gli orizzonti, oh, bevi alle tue buone e chiare fonti, oh, cogli rose a' tuoi bianchi rosai,
ma non guardare, non udire, va' dolce e solingo e la tua lampa rechi luce a te solo e invano gli altri, ciechi, implorino la buona carità.
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