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1466–1500

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Serafino Aquilano

Invida Luna, instabile et proterva, Ah! quanto ogni mortal di te si dole! Anchor che sij del ciel l'infima serva. Luce non hai, se non quanto che 'l sole

Talhor per sua virtù degna mirarte, Quando dal nostro ciel partir si vole; Et perché ben cognobbe ogni tua arte, Ché mai non fusti alla natura amica,

Non volse mai del suo calor donarte. Frigida sei, però de amor nemica. Ché, se 'l te havesse ancho el suo ardor concesso, Disfacto haresti quanto el ciel nutrica.

Pur tal, qual sei, hai tutto el mondo oppresso; Et perché el sol di tanto error si avede, La chiara luce sua ti toglie spesso. Amor non hai, virtù, né stabil fede;

Però sei a tutto el mondo insidïosa, Un nocturno spïon senza mercede! Nimica expressa d'ogni humana cosa, Nimica anchor d'ogni celeste spera,

Quantunque sij praeclara e luminosa. Ingrata al sol, per cui vai tanto altera: Lui crea et nutre, et tu le vite accurti, Ché per tua causa ognun convien che pera.

Spesso con Marte anchor te sdegni et urti, Scoprendo ogn'hor gli aguati in ogni lato Di Vener bella e soi amorosi furti. Così di te se biasma ogni crëato.

E come experto anch'io questo confermo, Turbando spesso el mio felice stato, Benché, se trovi alcun robusto e fermo, Poco tua forza val, cieca e deforme,

Ma sol tua preda è qualche corpo infermo. Et perché el tuo splendor non è conforme A quel della mia dea, l'ingegno sai Di mai non te mostrar, se ella non dorme:

Ad tanta luce sua ripar non hai, Et per fuggir da lei sì mortal guerra El dì te ascondi et sol di nocte vai. Ma se io la sveglio et lei puncto t'afferra

Col sguardo sol, vedròtti alhor fuggire Con scorno et vinta andar sotto la terra; Vedròtti cieca alhor scossa de ardire, Vedròtti anche scurir l'altera fronte,

Qual sì spesso è cagion del mio languire. Hor vanne, stolta! pria che 'l mio sol sponte, Ché tempo non harai da far difesa Con pôrte drieto a qualche excelso monte.

E se contra di lei vai de ira accesa, A dirte el vero: in ciò mal te consigli, Ché io vedo questa a te troppo alta impresa: Preda costei non è da' toi artigli!

Sappiamo el tuo poter, toe fiere scorte: Civette, guffi, alocchi et vespertigli, Nocturni monstri e già conformi forte Alle toe strane et monstrüose corna,

Nuncij di peste et di futura morte. Hor fuggi dunque, et nel tuo albergo torna! Remena la tua sparta compagnïa Pria che esca el sol, ch'ogni tua luce scorna!

Ma a che più dir di te la lingua mïa? Ché io vedo ogn'hora più tua luce abonda Come sorda, crudel, sfacciata et rïa. Gran facto el mio parlar non te confonda,

Gran facto con rubor non si spavente La monstrüosa tua faccia retonda! So che nel cielo el mio clamor si sente, Ma fare a te altra scusa non bisogna.

Questo te basti assai commodamente: Instabil sei, però senza vergogna!

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