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1466–1500

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Serafino Aquilano

La nuda terra s'ha già messo il manto Tenero et verde, et ogni cor s'alegra, Et io pur hor do principio al mio pianto. Gli arbori piglion fronde, io vesta negra;

Ogni animal rinova la sua spoglia, La mia squarciata ogni hor men si fa integra. Cresce il canto agli uccelli, a me la doglia, Cercan là dove sia più verde fronde

Et io quel legno, ove non nasce foglia. Canton per festa e 'l mio riso s'asconde; Volando verso il ciel, lasson la terra, Io vo cercando tenebre profonde.

El mondo è in pace, io sol rimango in guerra. El sol più luce et più rende splendore: A me par nocte et esser giù sotterra. Hor comincian gli amanti il nuovo amore,

Hor si dona principio al canto, al gioco; Lasso! ogni hora in me cresce il dolore. Gli altri scaldansi al sole, io ardo al foco; Gli altri braman vivendo esser felici,

Ad ogni passo io più la morte invoco. Gli altri cercan compagni, et gli altri amici, Et io d'alcun trovar mi doglio et lagno, Bramando que' che mi son più nimici.

Qual tortora ne vo senza compagno, Piangendo sempre in su tronchon più vecchi, Mai in alcun chiaro rio la bocca bagno. Gufi et cornici suona<n>mi agli orecchi

Et vo qual vespertil se non la nocte. Chi non sa che sia morte in me si specchi? Qual animal si posa per le grocte, Qual sotto frasca, quale in ramo o steccho:

Io piango mie speranze al tutto rocte. Ciascuna piaggia è verde, et io son secco; S'io piango o grido, alcun non mi conforta, Et reformando il duol, mi risponde Ecco.

Chiamo il guardian della tartarea porta, Che mandi il suo nochiero alla mia riva, Che mi conduca fra la gente morta! Gli altri bramano insegna de l'uliva,

Et io guerra mortal per tutto mossa Et fin di me con ogni anima vivo. Gli altri regal palazi, io tetra fossa; Gli altri braman il mar di lacte et mele,

Io d'human sangue tucta l'acqua rossa. Gli altri braman pietà, io il ciel crudele; Gli altri il tempo tranquillo, io ria fortuna, Onde gonfiate et diromper di vele.

Gli altri veder vorrebeno in ciascuna Parte benigno el cielo e 'l firmamento, Et io che 'l ciel cadesse, sole et luna. Gli altri veder vorrien ciascun contento,

Et io ogniun morir d'ira et di rabbia Et ritornare in guerra ogni elemento. Vorrei vedere il fuoco in su la sabbia Et fulgurar dove habitan le genti,

Stridi, pianti, lamenti, aprir di labbia; Et che Eolo lassasse tutti e' venti, Sì che cadesse a terra ogni edificio, Et in guisa d'uccel volar serpenti;

Et che ogniun fusse un Sisipho et un Titio Et morto rinascesse alhora alhora Et ritornasse a maggior precipitio. Ogni furia infernale uscissi fora:

L'ydra, l'arpie, per maggior ruïna, Cerber, che i corpi human apre et divora; Né si vedesse più sera o mactina, Ma obscurità di nebbia et fumo nero,

Et là nascesse il sol dove declina. Ciascun uèr l'altro ogni hor fusse più fiero, Né si curasse più del paradiso, Et che 'l ciel fussi di Pluton l'impero.

El padre fusse dal figliol conquiso, El fratel dal fratel morto per sorte, Et l'un dall'altro a tradimento ucciso; Et mai non se gridasse altro che morte;

Al fine io diventasse un Melëagro, O che la pena mia fusse più forte: Uno affamato Erisitone et magro, O fuss'io di Isïon al dur partito

Vivendo sol di pianto acerbo et agro; Un Tantalo di sete et d'appetito, O qual miser Phetonte fulminato Et nel fondo di Lete sepelito;

over fuss'i' in quel modo ruïnato Come fu co' compagni suoi Lucifero, over quel Athëon da' can stracciato. Ogni augurio a me fusse mortifero,

Tutti in me congiurati gli animali Et ogni cibo mio fussi pestifero. Et, se possibile è, tutti i gran mali Sopra di me piovesser, et Vulcano

Sol per mia morte fabricasse strali. Fallere' più che mai <trovassi> strano Una nuova Medusa, un Brïarëo, Un crudo Caio, un Mezentio inhumano;

Neron tornasse, e 'l crudo Capanëo, Sylla pien di nequitia, et seco Mario; Coi denti al capo mi fusse Tidëo! Oh mondo falso, oh mondo cieco et vario,

Amor senza speranza, amor fallace, A me sì aspro, a me tanto contrario! Hor ch'io sperava haver con teco pace, Privo m'hai d'ogni ben, d'ogni dilecto,

Et grido et piango et tutto 'l mondo tace. Qual ingiuria maggior o qual dispecto Far mi potevi? Tolta m'hai colei, Che insino al ciel levava il mio intellecto.

Oh ingiustitia de tutti gli dèi A consentire al gran martyr ch'io porto, Duri in soccorso a tanti affanni mei! Come può mai parlare un che sia morto?

Come può mai vedere un che non vede? Come ad un che ha ragion se dà mai torto? Deh, perché il cielo almen non mi concede Ch'io mi possa cambiare in forme nuove

Per gire a quella che 'l mio cor possiede? Ma ogniuno in grembo a sua donna non piove! Ogniun non può mutarsi in cygno o toro, Ogniun esser non può Plutone et Giove!

Ché, si potessi anch'io, come fan loro, Cangiar l'aspecto, l'habito e 'l costume, Forse potrei por fine al mio martoro. Perché non ho di Dedalo le piume?

Ché mai non fu sì presto uccel volante Com'io sarei in seguir mio perso lume! Non posson come l'ale andar mie piante, Né mai più spero aprir questa tarpea,

Che m'ha renchiuse quelle luce sancte. Dove se' Circe, dove se' Medea? Venite per gran forza d'arte maga, Tornate a luce mia celeste dea!

Questa è colei che 'l cor m'arde et impiaga; Altro Apollo, Esculapio, altro Avicenna Non mi potria sanar la mortal piaga. Lei fu principio ad sì dolente pena

Et lei esser può fine et sol remedio Al crudel colpo che a morir mi mena. Questo è quel mal che m'ha posto l'assedio, Che a lassar vita ogni hor più mi ricorda

Et trovar qualche fin per manco tedio. Io so ch'io chiamo aiuto ad una sorda; Essa non sa, né vede el mal ch'i' pruovo, Et certo son che hormai di me si scorda.

Lei sta rinchiusa, et io solo mi truovo Piangendo la mia sorte aspra et molesta; Moro et nel morir poi mi rinuovo: Altra via di piacer al ciel non resta.

E' laberinthi son facti per mostri Et per spietate fiere da foresta; Anchor fuor delle tombe et fuor de' chiostri Et senza habiti nuovi o veste obscure

Se pon dir laude, psalmi et paternostri; Le prigion per i ladri et l'alte mure, Le cathene a' lëoni, agli orsi, a' cani, Non per bianche columbe humil e pure!

Non si richiede agli spiriti humani Se non verdi giardini, rose et viole Et fonti et fiumi, non luoghi aspri et strani. Non si richiede nube inanzi al sole,

Né che belleza stia rinchiusa o spenta In loco, ove habitar Amor non suole! Odi, anima gentil che mi tormenta, Odi mio pianto, odi <'l> dolore amaro!

Odi un che per tua causa si lamenta! Odi colui che non vede il sol chiaro! Odi colui che la vita rifiuta! Odi colui a cui morir è charo!

Tu mi se' facta cieca, sorda et muta, Io parlo al vento, agli usci, alle finestre: Ciascun di me si ride et non m'aiuta! Oh, animali, oh, fiere aspre et sylvestre,

Vaghe di sangue human, presto venite A divorar queste membre terrestre! Oh, imperador della ciptà di Dite, Deh! vieni hormai, ché sono al puncto extremo,

Per dar fine una volta a tanta lite! Io mi ti do per charta me medemo: L'anima regni teco e 'l corpo lasso A' lupi. Oh Morte, vien! ch'io non ti temo.

Cerbero, fa che a questo ultimo passo! Apri tre bocche et giù vivo m'ingolla! Ché volentieri nel tuo gran ventre passo. Et tu, Amore, che in mezo alla midolla

El fuoco m'accendesti, hormai ti sfama Et della morte mia sì ti satolla! Et voi che seguitate simil trama Pigliate exemplo hormai del mio languire!

ivi son specchio agli occhi, ivi son fama. Questo mi basta hormai, senza più dire: Felice è quel che impara a l'altrui spese Come voi, che vedete il mio martyre.

A·llei perdono quanto mai m'offese. Anima, passa fuor di tanti affanni! A tutti sia la mia morte palese: Un solo exemplo schifa molti danni!

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