Chi tacito l'arsenico si tolera È semplice, che 'l povero silvestrico Col stridere disfocase la colera. Non abita in questo orrido campestrico
Om pratico: qui Agricola non odemi, Ma bufali con pecore in alpestrico. Un vermine le viscere qui rodemi, Qui sfogomi con sonito durissimo,
Né coromi per rigido alcuno odemi. Mia fistula ebbe un canere dulcissimo, Or lacrime, disordine vocifero, Stil rustico, plorabile et asprissimo.
Comportalo el salvatico pestifero Ch'amorbano le pecore e li pascoli; Più nitido è dove abita Lucifero. Questi agini pur vedoli e pur pascoli,
Continuo per ordine li numero E mancavi de femine e de mascoli. Robbaromi anche el manico col vomero, Né vedesi ond'io suspico con l'animo,
Se 'l portano invisibile su l'umero. Depravasi ogne vivere magnanimo, E domina la spurcida avarizia, Onde ad aspero piangere me inanimo.
Solevasi ricorrere a iustizia Quando omini le pecore robbavano, Punendosi disordine e nequizia. Ricchi omini li poveri aiutavano,
De zuccaro li flumini correvano, E balsami questi arbori sudavano. Con cetere li rustici sedevano, Cantandoci su gli arzeni le frottole,
Né gl'invidi sì pessimi temevano. Or gli arbori rimbombano e le grottole De laceri stranissimi et orribili E gli aspidi ce albergano e le nottole.
Gran vipere c'han toxichi incredibili Con mordere e con zuffoli ci amazzano, Tra gli omini domestici e visibili. Lupi asperi, famelici che spazzano
E pongono le trappole a le pecore E soliti in lor sanguine se guazzano. Non odensi più murmuri de lecore, Ma d'asini salvatici che ragliano
E voleno che 'l valido si specore. Bisognami li naccari mi vagliano, Che la cetera e fistola postergasi, Che nottule nel lucido se abagliano.
Tale ordine, tal vivere summergasi E volino li fulgori per l'aria E bufali e ogne pecora dispergasi. Tal patria al ben vivere contraria
Se laceri e precipite con furia, De exorbito sì pessima e sì varia. Puniscasi con impeto la iniuria, Puniscasi ogne scelere, suggermini
El seculo di lucidi penuria. Ogne invido e malivolo se extermini, Insurgano le valide propagine E florido ogne sterile regermini.
Aprasi qualche orribile voragine, Tranghiottasi la perfida ignoranzia, Levandoci ogne squalida sua imagine. Perdasi ingratitudine ogne stanzia,
Diruppasi sì asprissimo abitacolo E seguiti in brevissima distanzia. Ma vedane prestissimo miracolo Per lucido e chiarissimo prodigio,
E dicalo d'Appolline l'oracolo. Che faccino a li superi litigio, Movendosi de i miseri lo stridere E lacrime che correno a lo Stigio.
Vedrannosi le insidie dividere E l'opere de' rustici magnanime Con utile grandissimo decidere. Vedrannosi le perfide e male anime
Submergere, che è licita tale opera, La machina stellifera se inanime. Né credasi chi maximo se copera, Quanto abita più culmin d'excellenzia,
Più l'impeto celicolo se adopera. E provolo per valida sentenzia, Le grandine che i nuvoli giù frombano Più ledono una arbolica eminenzia.
Li fulmini precipiti giù piombano Gran marmori, gran arbori, gran culmini, E i piccoli del strepito rimbombano. Dunque apransi le corpora per fulmini,
De pessimi e malefici, onde el vizio Attacchesi come edera per gli ulmini. Silenzio, che se accelera al iudizio, Del stridere son debile e non sazio,
Repongolo al bon termine propizio, Amplissimo lassandoci lo spazio.
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