Silvan, mai mosse al ciel tanta ruina, Né pastor vide tempestosa notte, Qual stata è questa insino alla mattina. Tal che starmi securo in queste grotte
Non ardisco, che 'l ciel sì irato apparse, Come suo spere guaste avesse e rotte. Tal che se in cao non vedo el mondo farse Mai più creder potrò che si sconfonda
L'un con l'altro elemento in mescolarse. Questo mi fa tremar como una fronda, Che in qualche nostro ovil non ce sia danno, Et acciò el vero a noi non si nasconda;
Mentre che queste a manducar qui stanno Prendi che vòi e metteti in cammino E 'l presto ritornar non te sia affanno. Ohimè, chi m'arde? ohimè, che crudo incendio
È quel che sento al cor, che tanto sbattime, Tal ch'oggi de me stesso ho vilipendio? In che giorno crudel mio fato imbattime? Qual peccato mi dà tal penitenzia,
Che sì crudel percossa el petto battime? Son preso, or chi me lega? E qual sentenzia A pianger mi condamna? E per qual opera Deriva el cielo in me tanta influenzia?
Sento tal foco nel mio petto adopera, Che ha quasi scosse le mie membra tenere, E vòl che presto me terra recopera. Ah, despietato Dio, figliol de Venere,
Come monstri a collor che più te fugino Quanto sai d'essi far più presto cenere! Or che li dardi toi sì me destrugino, Che più vorrai da me che farmi arendere,
Pria che del corpo tutto el sangue sugino? Tu sai che un morto cor non se può offendere, E voler poner me nel mesto funere, Mai più nel petto mio potrai contendere.
Però meglio è ch'ormai vogli deponere Quel crudo tosco che m'hai dato a bevere, Placando el mesto cor con qualche munere. Alcun scorno da me non puoi recevere,
C'hai presa scorta sì possente e valida Ch'arria con gli occhi suoi infiammato el Tevere. E se la fiamma è ben mortale e calida, Da poner foco in ogne cosa orribile,
Te 'l monstra aperto la mia faccia squalida. Et è la piaga sì forte impatibile, Che face el viver mio me stesso irascere, Che tal tormento a me sol fia credibile.
Or andate, capelle, andate a pascere, Andate insemi unite e nulla tardise, Ch'io sento altro penser nel petto nascere. E ciascuna de voi da' lupi guardise,
Che fra sti boschi ognor gli armenti predano, Ché 'l pastor vostro in foco aggiaccia et ardise. Andate, e li mei can solo ve redano Nel vostro albergo, ch'io ben voglio vedere
Quanto ad om diligente i ciel concedano. Or guarda se ad amor bisogna cedere, Ch'io lasso voi per una cosa strania Da cui mi sento ogne momento ledere.
Onde sì forte la tua mente svania, Ircano mio? Ché tanta amaritudine? E chi posto ha fra te tanta zizania? Dimmel, te prego, e questa solitudine
Onde procede? E sì crudel ramarico Ch'ognor te batte come fabro incudine? Deh va, Silvan, di ciò non pigliar carico, Perché non voglio ad altri dia fastidio;
El mio dolore in pianto lo discarico. Basta che ad ora ad or la morte insidio Per la tempesta in cui fortuna sorgime, Tal che la sorte ad ogne morto invidio.
L'amor el qual te porto, Ircano, scorgime A saper tutto, e so quanto più coprilo A te più doglia, a me più desio porgime. Al vero amico el cor piagato scoprilo,
Ché al mal palese facil se remedia, Per questo al tuo Silvan presto discoprilo. Or scolta el mio parlar, se non te attedia; Guarda sta notte a quel gran tempo pluvio
Che novo danno e gran dolor m'assedia. Venne tra 'l mio ovile un tal diluvio, Con sì crudeli e tempestosi fulmini, Ch'io fo, per rimembrar, degli occhi un fluvio.
Perché nulla toccar negli alti culmini, Né ruinâr da lor cervatti o daini Come far suole, e faggi, abeti et ulmini; Ma ben del grege mio capretti et agini,
Rastri, zappe, zampogne, accette e cistole, Rete, fiscel, caldar, carcasi e zaini, Et altre cose, che mai più racquistole; Tal che non me è rimasto altro che 'l piangere
E queste, ch'or col mio gran pianto attristole. Sì che oramai el mi bisogna frangere L'arida terra con mei rastri e vomeri, S'io voglio el pan per mio sostegno tangere.
Ché tutto quel che con sudor de l'umeri Ho guadagnato in questo aspro exercizio Perso ho in un punto, or se i mei danni anumeri. Se guardi, Ircan, col tuo retto iudizio
Per longa prova ormai te devi accorgere Che dare e tôrre è de fortuna offizio. Tu vedi ad ora ad ora el mare insorgere, E pur poco dapoi l'onde decrescono,
Se vorrai con la mente el vero scorgere. Così li bon penser sempre non rescono, Perché li ben che qui fra noi si covano, Mentre fortuna vòl, mancano e crescono.
Guarda li marinar che dolor provano Quando tempestose onde in mar li battino E fra contrarii venti se retrovano. E quando i ciel più irati li combattino,
Che convien desperati in mar se gettino, Nel desiato porto allor se imbattino. Convien li colpi de fortuna aspettino Color che regnar volno e non si rompere,
Ma come gionci far, che a l'onde flettino. Deh, non voler tra gli animal te compere, Ché d'animo gentil questo è ricovero De non lassarsi dal dolor corrompere.
Ora che siamo qui sotto alcun sovero Lieti viviam, che in questa vita fragile Povero è l'om quanto se stima povero. A sovvenir ciascun natura è agile,
Ogne pigro animal trova da rodere Al freddo, al caldo, al secco, al tempo erbagile. Tempo è da mendicar, tempo è da godere, Tempo è da lacrimar, tempo è da ridere,
Tempo è da nudo andar, tempo è da fodere. Convien dal tempo el tutto se considere Fin che 'l ciel vòl. Deh, non più, Silvan, fermate;
Ecco chi vòl da me l'alma dividere. Ah, ah, questa è collei che 'l petto infermate? Questa è collei che sparse ogne toe vittime, E che sì spesso a lacrimar confermate?
Ai tuoi dolor bisogna altro che pittime, Ch'ora conosco ben che molto importano. Tace, Silvan, ché col parlar più afflittime. Fermati, Ircano.
Agli ochi soi mi portano. Dov'è el tuo sentimento? Or da me fugese, Ché dove gioca amor li sensi scortano.
Deh, ascolta qui. Di' a lei ch'alquanto indugese, Ché come calamita el ferro tirame. Va, che per mal veder ciascun destrugese.
Non mi fugire, o ninfa, alquanto mirame, Ché te darrà tal fede el mio colore Ch'io te porto nel core, E sol da te la mia vita depende.
A che cerchi amazzar chi non t'offende? A che cerchi fugir chi t'ama tanto? Non vedi el crudo pianto Di che convien che 'l corpo se distille?
Non vedi uscir del cor tante faville Che han fatto del mio petto un Mongibello, Dove col gran martello Par ch'ognor regne el gran fabro Vulcano?
Non mi fugire, aspetta, or va pian piano, Ch'io non son fier leon, tigre, né orso, Che con rapace morso Devorar voglia tua tanta bellezza.
In cor gentil già mai regnò durezza, Dunque perché mi fugi, o ninfa bella? Ohimè, che cruda stella Me stringe a seguitar chi me desface.
Vedi, ogne membro mio te cerca pace E tu al iusto pregar cruda e proterva, Fugace più che cerva, Desprezzatrice sei di fé sì pura.
Pensa ch'ogne bellezza el tempo fura E questo per exempio te 'l demostro; Guarda el bianco ligostro Come in un punto se delegua e passa.
Così nostra beltà presto ce lassa; Però mentre che puoi cogli alcun frutto Prima che torne brutto, Perché ogne nostro ben fuge come ombra.
Et ogne van penser dal petto sgombra, Prima che 'l verno la campagna spoglie, Perché quanto ne coglie De questa vita l'om tanto ne porta.
Solo el pentir più ch'altro disconforta, Dove poi non si può remediare, Né si può reparare D'aver sì malamente el tempo speso.
E però, ninfa, non t'aggravi el peso D'amar pastori con squalente barbe, Che ancor poco ti garbe; Ogne erba sua virtù non ha di fora.
E se vòi consentir ch'al tutto io mora Levami con tua man sì grave incarco; Tu hai lo strale e l'arco, In un sol punto la mia vita spaccia.
Che cerchi oggi de far più degna caccia, Che d'aver presa e incatenata un'alma? Che cerchi magior palma, Che dominare un cor libero e franco?
Per ben che abbi ferito el corpo stanco, Più ch'altro la tua fuga me destruge; Che val chi dona e fuge? Ma quel se stima assai che in campo resta.
Dove sei andata sì veloce e presta? Ahimè, dagli occhi mei chi me t'ha tolta? Misero, chi m'ascolta? Vedo mei prieghi al vento se deleguano.
Miser, gli affanni tuoi già mai non treguano, Se già non pigli via più salutifera, Ché reposo et amor poco se adeguano. Ben può chiamar la sua vita pestifera
Chi nanti al suo morir la morte chiamase, Per desperata sorte, aspra e mortifera. Che vita è questa or che cotanto bramase, Che per curar d'altrui se stessi scordano,
E come altri può amar chi sé non amase? Miser collor ch'al bon consiglio insordano, Vedendo el ben d'amor futuro e dubio E del presente e certo se discordano.
Ircan, pensando in te tutto me assubio, Ch'io vedo porti al cor tanta tristizia Che non te lavaria tutto el Danubio. E duolmi assai che sì longa amicizia
Non voglia i toi secreti a me conmonichi, Ben par che abbi di fé poco devizia. Monstravi aver penser sì malanconichi Del novo danno, or so ben ch'altro assedio
T'ha avolto el cor de più sospiri erronichi. Or lassa andare e non te dar più tedio, Ma col ricordo mio teco consigliate, Ch'al mundo non è mal senza remedio.
E de sì grave somno ormai resvigliate, E se vòi tal penser te venga in odio, A li exempli d'altrui per scudo appigliate. Fuge dal corpo tuo, finge tal frodio,
Ché un puro cor tal è donarlo a femina Qual dar l'agnello al lupo per costodio. Chi ferma el suo volere unisce e gemina El foro e l'acqua e può fermar Mercurio,
E coglier frutto se in arena semina. O despietato e turbulento augurio È de volere amar chi ognor te examina; Come de senno el cel dà tal penurio?
Come l'impresa tua serrà magnanima, Se dal primero dì comenci a perdere El cor, la libertade, el corpo e l'anima? Se nostra età già mai vedi renverdere
E sai con che prestezza i giorni volano, A che sì falsa impresa non disperdere? Silvan, le toe parol poco consolano Mia afflitta mente, e senza effetto passano,
Ché più saldi penseri el cor me involano. E quanto dici più, più se fracassano Le toe ragion, ch'io so quanto consumomi, E quanto han ben collor che se compassano.
Ma vedo ben che d'un tal foco allumomi, Ché non mi vale el suon de la tua predica A possermi stutar, sì in fiamma assumomi. Però, ti prego, in altra parte predica,
Ché è piaga invenenata et incurabile Quella d'amore e sai che mal si medica. Chi è for del gioco ha un veder mirabile E l'altrui male assai facil reprendese,
Ma quel che sé stesso ha non è tanto abile. Se del foco d'amor ciascuno accendese Omini, dei superni e gran diaoli, Un vil pastor da lui come defendese?
Ohimè, che indarno a le mie orecchie ciaoli, Ch'io ho vòlto el cor sì fermo in tal vestigio Che nol converterian mille san Paoli. Però deponi ormai sì gran litigio,
Ché, se possibel fusse, io te certifico La seguirei fin giù nel regno stigio. Questa tua scusa alfin molto damnifico, Ircan, che nulla è forte a l'om magnanimo,
Se con la oppinion mia non somnifico. Se ai mei ricordi alquanto fermi l'animo E pigli el mio parlar come da sozio Te levarò d'esser sì pusillanimo.
Fatiga, suda in qualche altro negozio; Semina, zappa, pesca in fiume et equore, Ch'amore, Ircano mio, sol nasce d'ozio. Tosa al suo tempo e mongi le toe pecore,
Et usa vischio, o rete, o qualche trappola, Pigliando cardellin, fanelli e lecore. E fa qualche orticin con la tua zappola, Piantando foglie, lattuchette e neputa,
E solverai questa tenace lappola. Tu vedi fra pastor come se reputa Chi ben suo gregge guarda et è sollicito, E che fama ha chi al tristo ozio se deputa.
Or lassa andare un tal volere illicito, Fingendo da chi tutti i mal derivano, Ché chi non t'ama amar non mi par licito. Convien chi segue amor che morti vivano,
Perché la vita lor non è più libera, E iusto è poi se a un fin dolente arrivano. Però vien meco e firmo te delibera Seguir mia voglia e pigliarai la cetera,
E quel tuo preso cor cantando alibera. Perché tu sai che 'l duol che troppo invetera È assai dubioso e puosi mal sanare, E te ne accorgeresti in l'età vetera.
Non ti bisogna ormai più contrastare Non posso far, Silvan, ch'io non te 'l dica, Questa fatica al tutto te sia tolta. Poco t'ascolta el cor, perché altri stima,
Chi el vinse prima tien di lui le chiave, Però non ave forza el tuo consiglio. Quel vago ciglio che m'ha qui condutto Mi prese tutto e per mostrar più forza
Mi diè la scorza e lei portosse el resto. Però molesto me è de viver senza Et ho timenza de rapaci lupi Che tra sti rupi ognor gran preda fanno;
Che con inganno alcun non la divore; Ché se ella more io ancor con lei perisco E se languisco ognor per troppo fe', Spero mercè, da lei che dar la po',
Ché certo so che mai se mosse stella In farla bella sol per la mia morte. Ma credo forte che sua gran virtute Per mia salute fusse e per mio bene,
E con tal spene oggi seguir la voglio, De scoglio in scoglio, ognor de monte in monte, Che a fronte a fronte bestie rude rude Stan crude crude a divorar chi passa.
Deh, lassa, lassa ch'io dubito dubito, Pre esser tal preda e sì piccola piccola Che se la magnaran subito subito. Or va, poi che non stimi una vil briccola
El mio ricordo, ond'io desfatto vedoti, E tal sentenzia sculta in marmor ficcola, E per più non garrir tutto concedoti. Tornasti pur, Silvan, che ce è da novo?
Altro non trovo che contar ti possa, Se non la scossa d'un pastor sì dura, Che dà paura averlo a recordare. Vogli 'l contare e dire el caso presto,
E qual sia questo c'ha sì dura sorte; Ce è danno o morte o ver che caso strano. Ardese Ircano, e vivo non si regge, Lassato ha 'l gregge e va seguendo amore.
Chi gli arde el core? Egli è ninfa silvana, O ver villana o umil pastorella? Egli è sì bella e sì lucente e pura Che spezza e fura ognun che gli è da presso;
El sa sol esso che gli ha tolto l'alma. Ch'ogn'altra salma non li grava el petto; Qualche suspetto i' n'ho che sia mortale, Ma ben fatale o qualche dea celeste;
Ch'in bianca veste va fuggendo Ircano, Che so pian piano arà sua età finita, Se lei che può non lo ritorna in vita.
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