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1466–1500

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Serafino Aquilano

Dimmi, Menandro mio, deh, dimmi, sozio, Perché non hai più armento in questo Lazio E par sii totalmente dato all'ozio? Tirinto, io te 'l dirrò, ch'io son già sazio

Ormai del pastoral nostro exercizio Nel qual son stato, ohimè, sì longo spazio. Vedendo esser sì scarscio el benefizio Deliberai lassar la grege e togliere

Più dolce vita et un più ameno ospizio. Et a la fin che frutto credi cogliere De questa vita tua sì solitaria, Che ti vòi tutto da l'armento sciogliere?

Spero, perché fortuna è tanta varia, Mutando altro abitar, altro consorzio Forse che la mia sorte ancor se varia. Non si conviene a ciò fare altro sforzio,

Sua ventura ciascun se porta al nascere, Ma ben mi spiace facci un tal divorzio. Tu vedi ch'or cominciano a renascere Erbette, fiori e gli arbori rinfrondano,

Tal che diletta assai gli armenti pascere. Né son più nive che li campi ascondano, E vedi, per usar loco silvestrico, Quanti pastori in gran ricchezza abondano.

Sì, ma non dice in questo aspro campestrico Quanti miseri morti se retrovano Gettati in qualche valle o loco alpestrico. Menandro, i ciel bisogna che se movano

E fanno pur li secchi pian renverdere, Né sempre mai convien desgrazie piovano. Ciascuno affanno el tempo fa disperdere; Ma sappii che color che mai non giocano

Nulla non puon già mai vencer né perdere. Dirrò, perché parlando i cor se sfocano; Ma qui recercaria Dameta o Corido, Perché nostri pastor tosto se arrocano.

Fu già el paese qui frondoso e florido, Dove vaghi ocelletti ognor cantavano, Et or deserto, assai combusto et orido. E li pastori all'ombra se posavano,

Dicendo canzonette e varie frottole, Or mesti stridi i ciel qui sempre bravano. E sentir se solean per queste grottole De Filomena e Progne antiqui laceri,

Et or civette, gufi, alocchi e nottole. E spesse volte ancor sotto questi aceri Maligni serpi el dì sì forte fischiano, Che m'han li stridi lor li spirti maceri;

E sì crudel venen tra l'erbe mischiano Che nostre capre ognor pascendo moreno, Tal che star qui i pastor più non se arrischiano. Passâro i tempi che già ameni foreno,

Ch'eran sì liberali e larghi gli omini, Ché come dei alfin convien s'adoreno. Deh fa, Menandro, mie parole romini; Non te lassar sì da la voglia spingere,

Chi vòl regnar convien se stesso domini. Se vòl saper dissimulare e fingere, Pigliar conforto ancor nel tempo exorbido, E ne le adversità fortuna stringere.

L'aer non è sempre gravato e torbido, E se 'l terreno è sì stiposo et aspero Forse el vedremo ancor fiorito e morbido. Par ch'abbii un cor più freddo ch'un diaspero,

Ch'esser solevi un om sì esperto et utile, Che quanto el penso più, tanto più inaspero. Or fa che mie parol saggie reputile, Ché tra pungenti spin le rose nascono,

Sì che nostro sperar non è disutile. Vedi ch'ognor le pecorelle pascono In ogne loco, in ogne aspro silvatico, Al freddo, e quando poi l'erbe rinascono.

E tu sei al mundo così archilunatico, Che non sai stare in questi ameni vicoli, Smarrito, inetto, ceco e poco pratico. Vedi li marinar con lor navicoli

Che in alto mar tempestose onde solcano In tanti affanni, in tanti aspri pericoli. Poi in qualche spiaggia o porto alfin se colcano Dubiosi e stanchi, e li bon venti aspettano

E loro affanni in gran speranza adolcano. E se han fortuna in mar l'ancore gettano; Poi quando i venti più non se desdegnano Allor più forte al navigar se affrettano.

Così fanno collor ch'al mundo regnano, Così se passa el tempo e soe perfidie, Così le stelle a nostre spese insegnano. Ohimè, chi può abitar fra tante invidie,

Fra tanta servitù, fra tanta inopia, Fra tanta falsità, fra tante insidie? Speso ho degli anni mei qui sì gran copia, A pioggia, a nive, a sol sì ardente e calido,

Ch'ognun dirria ch'io nacqui in Etiopia. E mai non ce ebbi un giorno ameno e valido, Anzi nutrito in tanta amaritudine, Che ancor ne monstro macilento e squalido.

Or più non voglio in questa solitudine Starvi, Tirinto mio, col cor sì trepido, Sì che tu batti in mia salda incudine. Non val far qui più de zampogne strepido,

Ch'ormai ciascuno ha roca ogne sua cetera, Né cantar dolce armonizante e lepido. Passò quella leggiadra usanza vetera, E vedo dove ognun lieto abitavasi

Tanto peggiorar più quanto più invetera. Ognor de malo in peggio el mundo aggravasi, Come in queste campagne se può vedere, Ch'ogne opra de virtù presto depravasi.

Or ben, Menandro mio, me è forte a credere Con tutte toe parol ch'al cor mi piombano Che alcun la sua virtù mai possa ledere. Vedo le selve de tua fama trombano

Del cantar dolce, ove non pòsi apponere, De che le valle ancor tutte rimbombano. E che sia stata alfin senza alcun munere Sentendolo, Menandro, e quanto aggraviti,

Vorrei vedermi apparecchiato el funere. Pur con tue pecorelle a l'ombra staviti Sotto un arbor frondoso, alto e fruttifero, Dove d'altri pastor lieti beffaviti.

Questo è de quel ch'ognor grido e vocifero, Ma serria a dirne troppo longa epistola, Quanto me è stato alfin crudo e pestifero. Che sol de rimembrar l'alma contristola,

Che mi fu l'ombra sì mortale e frigida Che ancor ne è roca ogne mia cetra e fistola. Spesso una serpe venenosa e rigida, Tra fior giacendo, lì me venne a offendere

E spesse volte la troppo ombra infrigida. Ma chi se fida mal se può defendere, Basta che i rami soi sì in alto sagliano Che a còrne frutti mai mi puotti extendere.

E così spesse volte i penser fallano, Ma color che per stran paese varcano Non è gran fatto se 'l camino abagliano. Mai de questo aer le nube se scarcano,

Ché li raggi del sol per tutto ingombrano E de frigida neve i monti carcano. E se pur qualche volta se disgombrano Son secche l'erbe, i faggi, e ciascun rovere,

Tal che gli armenti ben già mai se adombrano. A che dunque curar de greggi povere? E pur vedendo come i giorni volano È ben da imprese false se rimovere.

Or queste nive che dai monti scolano Forse farranno un dì gonfiare el Tevere, De che queste erbe spesso se consolano. Buttando fuor potranno i campi bevere

E converrà che qualche pianta germine, Donde alcun frutto se potrà recevere. Ohimè, chi può aspettar sì longo termine? Che un tal deserto mai bon pianta pullule

Che presto è offesa da maligno vermine. Ma ben sentir novi romori et ullule De ingordi lupi che fra i boschi albergano, E stranie voci de l'importune ullule.

Prima gli alpestri monti si summergano Ch'io curi più d'armenti umili e poveri, Che anco un dì spero tutti se dispergano. Cercar voglio a mia vita altri recoveri

Che guardar capre, boi, pecore e bufoli, Fra querce et ulmi, faggi, abeti e soveri. Se recerca a' pastori altro che zufoli, Altro che star mangiando a piè d'una acera

Fravole, fungi, more, uve e tartufoli. Chi tien la grege più desfatta e macera A colui par ch'ognor più s'empia el saino, E qual serve meglior, quel più se lacera.

Pastor ci son che a quel gran Cacco attraino, Et Ercule chiamando indarno stanchiti E nostri can, se san baiare, or baino. Tirinto mio, se qui del vero affranchiti,

Che a testa a testa la tua gregge numeri, Converrà pur che a mia ragione abranchiti. Ciascun ce robba come hai volti gli umeri Pecore, boi, capre, caprette et agini,

Pale, zappe, zampogne, aratri e vomeri. E portano i latron pieni i lor saini D'erbe circee, ch'ognun fanno volvere In sterpi, in saxi, in cervi, in capre e in daini.

E quai siano costor, mai ti puoi solvere, Ché vanno transformati et invisibili E poi dispergon come al vento polvere. Magici versi assai strani et orribili

Con cener de sepulcri adosso portano Che fanno ognor con lor cose incredibili. Così gli altri pastor lieti sconfortano, Mentre le vaghe pecorelle pascino

Con le lor mani i nostri armenti accortano. Ah, ah, questo è Silvano, ognor ci nascino Nove malizie, or che sia lui ne dubito Che 'l veddi ben l'altrèr drieto ad un frascino.

Che stava per robbarmi, et io de subito Li corsi drieto e quando el cresi giongere Mi fe' cader, che ancor mi duole el cubito. Che se 'l giongeva in modo el volea pongere

Con quel bastone e batterglie le chiappole, Che 'l facea per doler tutto disgiongere. Ma lassa andar, che mi dì queste soe trappole Se scopriran, ché sempre i ciel non dormino

E forse raverem zampogne e zappole. Convien che i tempi alfin pur se disformino E ch'a noi porga el ciel pur qualche grazia, E li pastori a i lochi si conformino.

El vederemo un dì per sua desgrazia Stracciar da' nostri cani irati e calidi, Fin ch'ogne pietra è del suo sangue sazia. Non però tornaranno i tempi validi

Che tra pastor sì forte ognor si stridano, Che per pietà ne son li campi palidi. Però, Giove, se in te solo se fidano, Perché questi alti monti non disculmini

Dove rapaci lupi ognor se annidano? E voi, del gran Vulcano, ardenti fulmini, Che in cielo, in terra e in mar fate tremiscere, Perché non date ne i saxosi culmini?

Terra, a che non tragliotti in le toe viscere Queste mal piante, che fiorir non lassano, Tal ch'ognun possa a suo malgrado adiscere? Questi patron che d'altrui sangue ingrassano

Caschino tutti in qualche gran voragine, Che quanto d'alto più, più se fracassano Come quella superba, alta Cartagine E la gran Troia già desfatta in cenere,

Così di lor non resti alcuna imagine. Non regni sempre qui Bacco con Venere Che mandano virtù smarrite e palide Fra questi boschi, e fra l'erbette tenere.

Pastori assai genti ignoranti e pavide In questi campi ognor fra noi concorreno, Che non conoscon pur le capre gravide. Poi in un momento in tanta altezza scorreno

Che ti bisogna farli reverenzia, E questo è quel che i cor gentili aborreno. Qual più dolor, qual magior penitenzia Che andar suggetto a chi da nulla apprezolo,

Senza arte, senza ingegno o experienzia? Solea regnar virtù, quel tempo prezzolo, Fra la famosa e gran riva del Tibero, Et or ventura Dio che 'l senno sprezzolo.

Però, Tirinto mio, fermo delibero De non star più dove de rabia suggomi, Ché non può comperarsi un stato libero. Così da queste selve al tutto fugomi,

Senza voltarmi indrieto, anzi nascondere Ché remembrando sol de doglia strugomi. Or più non posso a toe parol respondere, Menandro mio, ch'or ben saggie reputole,

Ché con vera ragion mi fai confondere. Onde convien però che mi discutole D'un tanto errore e da' penser fantastici, Così le greggi ancor con te refutole.

Lassando i boschi e gli animal forastici E voglio sol con te vero abitacolo, Ché so parlando le parole mastici; E così butto el zainetto e 'l bacolo.

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