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1615–1685

PARTE SECONDA

Sebastiano Baldini

Usciam dal varco, Ubaldo! Tempo non è da rimanervi occulti or che rivolge Armida i passi altronde. Su, destati, o Rinaldo,

né più tra vezzi il pigro core esulti. A che trar neghittoso ore gioconde? E quivi si nasconde il tuo valor degno d'eterne glorie?

Questi sono i trionfi e le vittorie? Il vigor rendi agli spirti, dal sopor l'alma si desti e si sfrondino gl'innesti

sul generoso crin di fiori e mirti. La fronte che d'usbergo armata esser dovria, cinta è da nastri e invece di sudori ambre distilla.

Non un florido albergo il campo è tuo passeggio; ivi ai disastri ti chiama ognor la bellicosa squilla. Sul tuo capo sfavilla

di rose e di ligustri una corona, quando t'offre gl'allor Marte e Bellona. Non più, non più prigionero rimanga sì forte campione.

Eroe ch'è sì degno guerriero riporti palme e corone, la vittoria t'aspetta ch'alla guerra ti chiama e alla vendetta.

Ozio sì vile fugga da me. Alma gentile marcir non de',

se l'inaffia il sudor palme germoglia e fia che messe di trofei raccoglia. L'iniquo Solimano il nostro stuol decide

e il superbo Argante ancor l'uccide. Noto è là che da noi vivi lontano; torna alle franche tende, o duce invitto, e l'esercito ostil pera trafitto.

Chi mi scuote dal sonno, chi mi mostra qual fui, qual essere deggio? Quest'occhi — ah, non vaneggio! — le mie deformità soffrir non ponno!

Mirati in questo speglio, se tu sei quel, quel che dall'Azzio sangue, già per serie d'eroi, vanta i natali! Dai letarghi io risveglio

con questi lampi la virtù che langue; deh, segui ad acquistar pregi immortali! E negl'eterni annali de' fatti egregi e delle glorie avite

non rimangan le palme inaridite. Fregi indegni e pompe vili, che dintorno mi cingete, lacerate al suol cadete.

Un Ercol sì, non un Rinaldo fili! Già le magie conosco e le protesto, già ravviso le frodi, già ravviso le forze e le detesto.

Quell'intrepida virtù ch'in te languida si sta, si ritolga a servitù, si riponga in libertà.

Sdegni alma nobile giogo servil, il laccio ignobile rompa ad onta d'amore un cor gentil.

È viltà le catene avere al piè. E perfido è d'amor chi serba fé. In piage sì remote il giovenil error sepolto giaccia,

chioma che d'oro sia più non m'allaccia, ché libero il voler l'alma riscuote. Ben m'avveggio ch'il core ed il sembiante esser dee di guerriero e non d'amante.

Volando al naviglio si corra né golfo i mar n'atterrisca; bellezza piangente s'abborra, se fia che pregando assalisca.

Ah, fermati! E per dove, dimmi, e con qual ragione, o coppia indegna, da me lungi trasporti il mio tesoro? Non dee vivere altrove

l'alma dell'alma mia.Chi mai v'insegna, empia, a furarmi l'idolo ch'adoro? Lasciatemi il restoro, non mi si tolga il posseduto bene,

non s'esponga un sol core a tante pene! Di senso già priva per duol mi disfaccio; deh, riedi alla riva,

deh, tornami in braccio! Ah, traditrici scorte, chi del chiuso giardin v'aprì le porte? Quel serpe, quel dragon, quei mostri tutti

dunque restar distrutti? E voi, ninfe canore, in mezo all'acque, nude il sen, sciolte il crine, lasciato il mio confine

in abbandon cedere a lor vi piacque? Navigante, rendetemi il crudele, rivolgetemi a me, perfide vele. E non v'è chi m'ascolti,

né chi ver me rivolti un guardo, un guardo sol per mio conforto, e lo vedo e lo provo e lo sopporto? Almen dai claustri

voi, torbid'Austri, uscite fuor. Torni l'indegno su questo regno,

schiavo d'amor. Demoni e Furie, d'ondose ingiurie empite il mar.

Pera sommerso quel core avverso al mio pregar. Resta in pace! Abbastanza

condescese a tue voglie chi sciolto si ritoglie alla magica stanza. Resta, ch'egli sen parte,e godi gl'agi

del tuo vago giardin, de' tuoi palagi. Quanto fu vergognoso il viver tra' piaceri al gran guerriero, tanto fu glorïoso

alla virtù tornando il suo pensiero. Quando talor si pente un nobil core, per magia di virtù gloria è l'errore.

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