Non ti riveggio ancora e comporti ch'in me cresca l'affanno; farsi non dee tiranno un nume tutelar di chi l'adora.
E dove t'aggiri, o idolo amato? Rinaldo adorato, e come puoi soffrir ch'io non ti miri?
Sovra del carro mio per l'aria a volo qua ti portai, ma per goder te solo. E tu peregrino errando ten vai
nel vago giardino negando a me quei sospirati rai. Se vuoi fiori, ecco il volto. I frutti brami? Per gustarli, o crudel, basta che m'ami.
Deh, non lagnarti, Armida, ch'avrei l'alma di sasso, se lontan da colei movessi il passo che tra tante delizie il cor mi guida.
Raffrena i pianti e le strida, non s'odano più querele che troppo affliggono il core. Io t'amo né son crudele:
sdegna le crudeltà chi segue amore. Or sappi ch'in tormento vivo, se non ti miro; sempre per te sospiro
e dove non sei tu non v'è contento. Io sol per te sospiro e dove non sei tu non v'è contento. Sin che verdeggia
la tua beltà, per questa reggia passiam l'età. Senza ristori
non corra un dì; de' nostri amori godiam così. Esca dal nostro petto ogni martire:
chi seguace è d'amor deve gioire. Ma perché da me lungi, idolo mio? Curioso desio mi trasportò per queste
germoglianti foreste. Attendi, attendi me che sempre teco lieta vivrò dentro il tartareo speco. D'amarsi e mirarsi
in braccio al suo bene, è tanto gradita la vita che tal sorte dagl'astri unqua non viene.
Mira, Carlo, ma taci, nel cespuglio racchiuso quanto di donna può la forza e l'arte. Vedi, Ubaldo, in qual uso
s'impiega il nostro Marte, son guerre gl'amplessi e colpi i baci. Io di rossor mi tingo. Alle licenze lor dar fin m'accingo.
Frena l'impeto e saggio attendi di fortuna altro vantaggio. Ma tu chiudi le luci? Apri i begl'occhi, e 'l cieco arcier mille saette scocchi.
Non chiuder quei lumi che son le mie stelle; vantarle più belle il ciel non presumi.
Piovono i lampi loro di benigne influenze ogni ristoro. Se queste luci mie piovono in te dolcezze,
cada o risorga il die, sieno per sempre a vigilare avvezze. Aperte mie pupille, non ci chiudete, no,
ché di piaghe e faville il sen, vostra mercé, colmo vedrò. Che di sì gran beltà fiamme e ferite son tutte gradite, son tutte soavi,
né tal dolcezza hanno d'Imetto i favi. Qui per pochi momenti attendimi e t'adagia insin ch'io veda ne' futuri acidenti
quel che oprar mi convenga e vi proveda. Vanne, ma non tardar, anima mia ch'il tardar dell'amata è tirannia. Vado, volo e ritorno.
A chi ben ama, ogni momento è un giorno.
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