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1592–1670

L'ENDIMIONE

Scipione Errico

Non lungi al bel Meandro, Che in cristallina tomba Ne la canora morte i cigni accoglie, E con ben mille rote, e mille giri,

Spesso parte, e ritorna, e pugna, e nega, Quasi geloso avaro, De' liquefatti suoi lubrichi argenti Porger l'ampio tributo al mar tiranno,

Lamio, Lamio frondoso Con vago, e nobil fasto L'orgogliosetta fronte in aria estolle: E qual pavon superbo,

O bel notturno ciel, dimostra e spiega Di mille fiori e mille L'occhiuta testa, e la stellata pompa. Monte, ne la cui veste

Larga il verde tesor natura sparse, E i bei fregi reali emula vinse; Veste, che il sol riccamator trapunse Di tenerette, e colorite gemme

Con gli aghi d'or de' suoi temprati raggi. Par tra 'l popol de' monti Bel giovanetto amante, Sparso di mille odor la chioma e 'l volto,

O re leggiadro e donno, Cui tesson rose e gigli D'odorati rubini, E di molli diamanti

Al fresco erboso capo alto diadema. Fan di liquide perle Umidetti lavori A le feconde, e verdeggianti falde

Gl'intrecciati ruscei garruli e vaghi, Che sul fiorito letto, Quasi amoretti ignudi, Or annodati, or lascivetti errando,

Or con limpidi baci De la liquida bocca, Scherzan vezzosi, e leggiadretti a gara; E nel corrente scherzo,

Rotta fra denti di minute pietre La stridula favella, in bel concerto Lor cristalline lingue allettan dolci, Con lubrica armonia, l'erbette e i fiori.

A le correnti note Qui fur visti accordarsi I dipinti augelletti, e a stuolo a stuolo Spiegar la voce al canto, e l'ale al volo:

Qui con faccia odorata, E Primavera, e Flora, Quasi in pomposo trono assise stanno: Qui fu veduto Amore

Ne' coloriti sassi Aguzzar l'aureo strale, E vezzoso infiorarsi il crine e l'ale. Quivi alor che le stelle,

Lontano il sol nemico, Qual di vergini stuol lungi l'amante, Sfavillanti di gioia, Scintillanti di riso,

Mostravansi tra lor scherzando a gara; Quando l'antica madre Da l'atro opaco seno Partoriva la notte

Sua nera e dolce figlia, e l'avvolgea Intorno di stellate eterne fascie; Sovra la fertil cima in grembo a l'erbe Endimion leggiadro,

Con vezzi e scherzi alterni, Il suon al canto, e 'l canto al suono univa, Il più vago, il più dolce, il più vezzoso Fior de la verde età, de' fiori rosa,

Di bellezza fenice, Pastorello d'Amor, d'Amor imago: Anzi sbendato Amore Parea, che fatto avesse

L'arco di saettar arco canoro, E lira la faretra, e corde i dardi. Ondeggiavan commosse L'auree da l'aure, e inanellate chiome,

Ed in scherzanti rote, Ed in rotanti scherzi eran vedute A quel canto, a quel suono Trar nel campo de l'aria aurati balli;

Volgevansi i begli occhi In lascivetti, e sfavillanti giri, Ed a gara piovean vaghe faville, Che danzavan per l'aria a mille a mille;

Liete parean baciarsi Nei melati concenti Le tumidette labra, e uscian tra' baci Gravide d'armonia l'aure vezzose:

L'aure, che per passare Per l'odorato varco De' teneri coralli, Chiedeano esser accolte

Da la bocca gentile, e poscia accolte, Vaghe di ripassare Bramavano l'uscita, Ed invaghiti amanti

De la dolce incostanza Di partir, di tornare, Di tornar, di partir, godean felici. Gentilmente n'uscia

Da quell'uscio di rose Il dolce canto, e da la cetra il suono, E ne l'aerio agone il suono e 'l canto Fean, lottanti d'Amor, d'amor certame:

Si sfidavan leggiadri, Si percotean soavi, S'annodavan tenaci, Scherzavan lusinghieri:

Or seguito dal suon fuggiva il canto Ed or dal canto il suono, Or davan colpi alterni, E talor si vedea

Che sospirava l'un, l'altro ridea. A la canora lotta, Dolcemente ammirato, Tutto alor si converse il popol verde:

Tacquero i venti a prova, Fermarsi i rivi, anzi parea d'intorno Or ergersi or calar guidando il canto Tutta in un la frondosa ampia famiglia.

E di splendenti ed auree note pieno Parea libro al concento il ciel sereno. "Sorgete, egli dicea, Sorgete pecorelle,

Ch'or bifolca Diana Guida armenti stellati, Nettar pascendo in sui celesti prati. Esci bel capro omai,

Che pien d'invidia, e d'onorato zelo Già t'ha sfidato al cozzo il Capro in cielo. Vieni bel Toro, e un altro Fa' di vergini furto industre e scaltro.

Ergiti cane, e mira, Che da Lupo vicin là su più accorto Custodisce quel Cane Lucidi armenti di splendenti lane.

Sorgete pecorelle, E lascivette e belle, Leggiadri scherzi e salti Meschiate in vaga guisa, or bassi or alti,

E con le mandre a prova Gareggeranno in questo ombroso velo, Col ciel la terra, e con la terra il cielo". Così cantava, ed imitar le note

Volevano le Sfere Dolce oltraggiate, e gentilmente offese, Ma vinte al fin cedendo Al vezzoso maestro

Di quell'arte canora, Si fermaro ad udir, per apprenderla. Tu da l'eterne rote Gli t'inchinasti, o Cigno,

E tu, celeste Cetra, esser trattata Da quelle man di nevi Invida e ambiziosa alor volevi. Mirollo alor Diana,

Ma il mirar, l'ammirar, l'andare a volo, Dal piacer, nel desir, fu un punto solo. Arde l'algente Dea, Né spegner può favilla

La signora de l'acque a un tanto foco, Né d'onestade il giel temprar l'arsura, Ma, mentre avido e chino Fissa nel divo aspetto il guardo immoto,

Par del polo d'Amor indica pietra: Oblia già il Sol, e dal bel viso pende, E dal sol di beltà la luce attende. Pronto e lieve dal cielo un sogno intanto,

Ch'alato, ignudo, e cieco, Amor parea, Precipitossi a vuol di Delia messo, Ed invisibil venne Al canoro d'Amor gentil Orfeo,

E le luci, e le labra Dolce gli bacia, e quelle Sotto nettarea chiave al fin serrarsi; In sen poi gli s'immerse, ed egli vinto

Dal suo dolce nemico al pian cadeo: Correr fu vista allora, Di peso sì gentil ambiziosa, L'odorata de' fior tenera turba:

Parean le belle membra Sul miniato letto Vaghi fiori giacenti in grembo a' fiori, Ed in seno d'odor suavi odori.

Scende repente in questo, E candida, ed ignuda, Stampa di luce, ed inargenta l'ombre, E 'l liquido seren rapida fende

L'innamorata Dea: Ignuda se non quanto, Con lunghe righe d'or al bianco petto Calando il folto crine,

Ai molli avorii un aureo vel formava, Ed una gran beltà l'altra celava. Scese, e d'invida gioia oppresso stette Del verde monte lo stellato Aprile,

E i pargoletti figli De la stagion fiorita Lor vaghezza ammirar, che via più bella Col pennello d'Amore

Ne l'idea di beltà vedˆr ritratta. A sì vaga bellezza, a sì bella vaghezza Volse il capo odorato il bel Narciso, E 'l proprio foco estinse, ed arse al novo.

Ella sen viene dove Giaceva il fior de la beltà su l'erba, E famelica, e prona Gli occhi bramosi al divo aspetto affissa,

E del giacente Sol Clizia rassembra: Poi dolce e lieve il bacia, Tutta arrossita e lieta, Ma la vider le stelle, e con un riso

Ne dier vezzose al sommo Giove avviso. Essa gli rompe alor l'odiosa veste, La rival de' suoi baci, Del suo Febo la nube, e va spiando

Per quell'intatte brine Le più ascose bellezze. Destasi quello, e mira L'improvisa vaghezza,

L'improviso tesor d'alta beltade; E sé ignudo giacer tra bella ignuda. Ed ella: Io Cinzia sono, Cinzia son io, mio Sole,

Che d'appresso, e da lungi ognor m'ecclissi. Sorse al tremendo nome, e fuggir volle L'attonito garzone, Che pensò d'Atteon lo scempio e 'l danno;

Ma la dolce nemica Tra' bei ceppi di latte Strette e avvolte ne tien sue nevi intatte. A l'ignude bellezze

Egli intanto s'affisa, E su le bianche membra Mira ondeggiar lascivo il crin aurato, Quasi in letto d'argento un aureo mare,

E scorge unite in lei, Del canto di beltà musiche note, Bianco sen, chiara fronte, e rosee gote; E i lumi, che facean con lor splendori

Fenici l'alme ed elitropii i cori. Da un nembo di dolcezze oppresso e vinto, Il bel garzon alor molle la bacia Ove bianca s'apria,

Tra due crudette poma, angusta via: Doppiamente arrossissi Delia, e con rose rose E con porpore alor porpore ascose.

Bacia il garzon, e ne l'amato petto Pargli spirar in mezzo il bacio il core; Quando baldanzosetto Con legami d'avorio

La sua dolce catena egli incatena, E la bella prigion fa prigioniera. Ma chi dirà giamai L'inondante dolcezza,

La traboccante gioia, La profonda d'ambrosia alta vorago De' cari amanti? o spiegherà parlando Gl'interrotti lamenti,

Gli amorosetti accenti, Gli accennati desiri, I tremanti sospiri; O quel che s'udia roco

Sussurrar dolce, e suffular de' baci, Mentre che nel raccor il mel d'Amore Era una bocca a l'altra ed ape e fiore? Parean le belle membra

Nevi che strengean nevi, O contendenti avorii, e in dolce pugna Eran spade le labra, e piaghe i baci, Scudi i bei petti, e le bellezze insegne,

Scudier le grazie, e gli amoretti araldi. Fermi stavan talvolta immoti e muti, Ma con bocca degli occhi Nel silenzio loquace

Raggionavano i cori; E con dolce languire D'Amor nettar divin sugeansi a gara Gli animati alabastri avvinti e stretti.

E la propria beltade Vivamente ritratta Egli in essa mirava, ed essa in lui, E scambievoli spegli eran d'un volto:

Ed era questa a quel d'un solo viso, E quello a questa ancor, fonte e Narciso. Così un dì per far dono Del canto e di se stesso a degno eroe,

Cantò sul lido di Cariddi Opico, Poi disse: O gentil Goto, Spieghin tuoi chiari pregi, Ch'io con umil silenzio onoro e celo,

Muse l'eterne menti, e cetra il Cielo.

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