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1592–1670

l'Ariadna

Scipione Errico

Era nel tempo quando Con ruggiadoso, e liquefatto argento Lor vicino morir piangean le stelle, E l'inimico sole

Contra quelle mandava Sue prime schiere i matutini albori: Questi spiegato al mondo Già de la luce avean bianco stendardo,

E al ventilar de la nemica insegna S'empia di freddo e di pauroso gelo L'umida notte, e lo stellato cielo. Già mandavano in terra

Le moribonde, e fuggitive stelle I lievi sogni erranti, Snelli ministri lor a chiuder pronti Sotto chiave letea l'umane luci:

Poiché quell'ampia, e rilucente schiera D'ardenti faci in sul celeste campo, Quasi in pubblico agon vinti guerrieri, Abborrian vergognando

Di spettator mortale il volto e 'l guardo. Onde, battendo i vanni, Quai vezzosi Amoretti, a l'aria algente Là su dal ciel la soporosa turba

Dolce scendea de la gran madre in seno. Già sentonsi i mortali Tra nettaree catene i sensi avvolti, Che, tolte de le cure omai le spine,

De la vita mortal godean la rosa: E muto il tutto par, ed Eco è muta, Di moto privo, e d'ogni senso è il tutto: E saper non si puote,

In quel commune oblio grave e profondo, S'ha suoi cultori, o s'è deserto il mondo. Sola tra sonno tanto in molli piume Ariadna destossi, e in mezzo il petto

Sola tra 'l gel notturno un rogo avea. Ella, il padre fugendo, Da l'isola di Giove a l'erma Nasso Con l'infido amator lieta gionta era,

Infelice donzella: E qui sotto auree tende e reggia pompa, Che fu de l'amor suo pompa funebre, Misera con lui giacque, ed a questa ora

(Poiché non dorme Amor s'ha chiusi i lumi) Destavasi meschina, E tra 'l sonno e 'l vegliar divisa e incerta, La man distese al petto

Del creduto, ma invan, Teseo vicino, D'averne il tolto cor forse bramosa: Stese, ma stese invano, Indi con l'altra tenta, e tenta indarno,

E se questo e quel piede in cerchio mena, E su quel letto sembra Natatrice d'Amor bella e dolente, Nulla tocca, null'ode, e nulla sente.

Ma il timor, fatto in lei Di pauroso guerrier guerriero audace, Vince il nemico sonno, e 'l fuga a un punto, Onde sciolta il bel crine,

E furiosa e ignuda Lascia a un salto le piume, e fuor ne corre, Ma quieto il tutto, e solo il tutto vede: Lassa, ch'altro non scorge

Che tra virgulti e fior l'aura pietosa Pianger suo scempio, e sospirar spirando, E le deserte tende, E 'l solitario lido

Pieno d'infideltà, vuoto di genti, E l'ombre dense e nere Mostrar d'atri colori La negra fé del mentitor malvaggio

Col pennel tenebroso in lor ritratta. Certa al fin del suo male immota agghiaccia, E le candide membra Del regno di beltà sembran cittadi

Ove il nemico giel fiero trascorre, E dei sensi i castelli altiero abbatte. Onde gelida stassi, Immobil fatta, ed insensibil mole;

Bella selce animata, Che foco ha tra le vene, e gela fuori. Ma in profondo pensiero, Quasi in ampio Ocean di torbid'onde,

Sua conquassata mente ondeggia e nuota; Lassa, che certa mira La fé rotta, il suo danno, e l'altrui fraude: Spesso larve le stima;

Ma che? se pur è forza Che quel ch'è vero creda; onde dal duolo, Qual da turbo crudel rapita nave, D'invendicabil ira

Altamente avampando, Lungo incerto sentier rabbiosa calca De l'inferno d'Amor furia aggitata, Che, se in man non ha face, al cor la porta;

Anzi una face tutta, ed una fiamma La misera rassembra, accesa, ahi doglia, Nel Fleghetonte d'amorosi abissi, E qual bruciante face,

Da mille furie scossa, e mille destre, Mille giri formava, e mille vie; E commossa mandava Faville di sospir, fiamme di strida.

O qual era il vedere Far ne la bella ignuda La beltà col dolor gara e contesa, E con fiamma d'amor, fiamma di sdegno:

Sparso il crin biondo errava, E verso il mar rivolto, Parea correr volesse A l'infido amator per annodarlo;

Ma quelle amate luci, D'Amor vaghe fucine, Ov'affinava, ov'agguzzava i dardi, Eran fonti di fiamme, e fonti d'acque;

Sì ch'alor si vedeano Con ammirabil tempra Sotto il placido ciel de l'alma fronte Duo nemici elementi

Ne la sfera d'Amor in lega uniti; Ma in sì leggiadre guise La maestra beltade Ne la forma de l'un l'altro converse,

Che l'acqua arder parea, stillar il foco; E ne le guancie essangui Eran smarriti i bei vermigli fiori, E mesti in lor s'impallidian gli Amori.

Ma talor si vedea, sendo fugato Da lo sdegno guerrier l'essangue duolo, Di feroce rossor, ma dolce e vago, Porporeggiar le tenerette gote:

Alor ne l'animate Porpore orientali Con le liquide perle in lor cadenti, E col fin or de le disciolte chiome,

Tesser pareva Amore Di conteste beltà dolce ricamo. Ahi quante volte, ahi quante, Con unghie empie radenti,

Animati cortelli che l'offerse Del tiranno dolor l'ira ministra, Tempestò d'aspre piaghe, Carnefice crudel, l'essangui gote:

Quelle opponean talora, Per far qualche difesa, Pur come aurato scudo, Il crin errante e vago;

Ma quei ripari sciolti, ella meschiava Ferite di rubini, Stragge di lucid'oro, E in giù cader vedeansi

Di liquidi coralli amari rivi. Squarcia il viso, le guancie, Il vago petto offende, Per offendere insieme

De l'infido amator l'empio ritratto. Teseo, Teseo chiamava Tra' singhiozzi la bocca, Teseo, Teseo gridava

Eco fatta per lei dolente e mesta, Ma risposta non ha quella né questa. A la beltà schernita, A la beltà tradita,

Pianger parean pietosi Il cielo e gli elementi, E vestirsi per lei d'oscure bende Lungi i caliginosi orridi monti;

Languian le molli erbette, Radoppiar le viole Il leggiadro pallore: Parea la gentil rosa,

La regina dei fiori, Il rubino de' prati, Contra l'infido amante, Sdegnosa rosseggiando, avampar d'ira,

E contra lui le spine, Sua pungente famiglia, aguzzar tutte; Anzi è fama che l'ape, Ingegnoso augelletto,

Mezzo il volante stuol d'Amore imago, Al pargoletto corpo, al mele, a l'ago, Venne al purpureo labro, Ché rosa la stimò, perché ne tragga

Aurei celesti umori, E ben tolti gli avria, Ma de' sospir la disdegnosa schiera, De l'esalante cor fiamme sorgenti,

La sospinsero in fuga: Ond'ella, che conobbe I suoi leggiadri inganni, E de la bella e mesta il pianto e 'l duolo,

Con susurrante lutto, E girevol gridar, pietosa il pianse. Corre al mar, ma ritarda Le delicate piante,

Per poterle baciar, l'arena amante: Appiattarsi fur viste, ov'ella andava, Riverenti le spine, Di non offender vaghe

De' teneretti piè gli avorii ignudi; Ma più de l'altre ardite, Invaghite ben molte Per baciarla stendean l'acuta bocca,

Baciatrici pungenti, e crude amanti. Ma d'amor, d'ira, e duolo Come d'acuti sproni E stimolata e punta,

Ogni divieto rompe, e al lido arriva. Quivi unita al terren ruvida mole, Non so se scoglio o monte, a l'onde sporge, De' liquidi confini

Del regno ondoso usurpator superbo, Che tra scagliose roccie, E schegge, e aperte rupi, E precipizii orrendi,

Mostra piene d'orror le membra ignude. Sol poche parti ammanta Del suo petroso tergo La verde de l'April feconda veste,

Ma la sua steril cima D'ogni fregio spogliata alta biancheggia, Ed egli a punto sembra Calvo e canuto il capo

De la minuta arena annoso padre, Anzi, di scogli cinto, Par orgoglioso in vista De la sassosa turba antico duce;

O pur alto castello, Che di quel picciol regno in sul confine Contra il nemico mar la terra eresse. Qua la donzella ascese,

E qui s'offerse, ahi lassa, al mondo, e al cielo, Di mal gradito amore, Di fida fé tradita, Miserando spettacolo e infelice.

Essa il torbido sguardo, Che da lagrime spesse era impedito, Drizza a l'onde lontane, e lungi vede, Vede, o parle vedere,

L'infami infide vele Sul liquido sentier fuggir a volo, Ed al suo pianto mira Via più del sordo mar sordi quei legni.

Ferma ella stassi, e immota, Che lo stupor, e 'l gielo Ripresso al cor profondo aveano il duolo; Poi disse: "Ahi Teseo, ahi Teseo,

Tu con le vele in un la fede hai sciolta, Perché l'aura ne porti e fede e vele: Vattene però crudo D'ogni pietate ignudo,

Teco fida verrà quest'alma amante; Vattene, passa il mare, E la tua infedeltà nel mar vedrai; Vattene, ch'alzerà per mio tormento

Le vele tue de' miei sospiri il vento". Così diceva, ed al parlare il varco Chiuse il dolor, ed ai sospir l'aperse; Sol parlavan per lei

I dolorosi omèi, Sol parlava per lei dolente il mare, Ch'a l'arene spargendo, Quasi canuto crin, l'argentea spuma,

Alto ululando accompagnolla al pianto; Pianser la fé delusa Tra l'amoroso nido in riva al mare Ceice ed Alcione, amanti e sposi,

E dolorosa risonar s'udio La piscosa sampogna al gran Nereo; E voi ninfe cortesi Del ceruleo spumante,

Sciolto l'umido crin, seco piangeste; Tu del fanciullo amato, Galatea, rammentasti il fiero scempio, E per esso, e per lei pianto versasti.

Qua v'adunaste allora, O conche, per raccor le vive perle Che le cadean dagli occhi in grembo a l'onde. E tu del mar signor, umido Dio,

Credesti ancor ch'un'altra Dea d'Amore Da le lagrime belle uscir dovesse, Qual da le salse spume un tempo sorse. Ma sparite le vele erano intanto,

E sparita sua spene: Sol agli afflitti lumi orrida s'offre La vastità vorace Degli ondosi del mar aperti campi;

Sol deserti paesi, Sol incolte campagne, Sol di belve e di mostri Empie caverne e spaventosi alberghi

Scorge ne l'ora ombrosa La leggiadra fanciulla ignuda e sola. Che farà? che dirà? Chi fia ch'a l'infelice

Porga aita o conforto? Duolsi, piange, e s'adira, Ma nessun è, che intenda Suo duol, suo pianto, ed ira:

Sul sasso al fin s'asside, Che con le dure schegge Avria ben forse offeso Quei candidi alabastri ignudi e molli,

Ma quel pianto gentil tenero il rese; Poscia a la bella, e ruggiadosa guancia Fa con la bianca man sostegno e posa, E 'l sospiroso guardo in giù dechina:

E ben mille pensieri, E ben mille disegni, E ben mill'onte ed ire Forma, guasta, rinova, e in lor s'avvolge,

E delira con lor, con lor si strugge, Quasi gelida neve ai caldi rai. A la pietosa e bella Dolorosa sembianza,

Al simulacro amaro D'un'estrema beltà, d'un duolo estremo, Già liquefatti in pianto Sarian la terra e 'l cielo,

Ma quegl'affanni acerbi In gran parte celaro L'ombre non anco spente; E tu, sciolto aureo crin, forse temendo

Che non ruini in questa guisa il mondo, Il bel viso umidetto anco ascondevi. Fu veduto in quell'ora Il cieco alato Iddio

Dispettoso e dolente L'aurata sua faretra, e l'arco, e i dardi Rompere e fracassare, E sovente asciugar a la donzella

Con la benda degli occhi il dolce pianto, Ed or con le gentili umide stille Mesto ammorzar la face: Vedeansi a schiera a schiera

I pargoletti Amori Con querulo susurro intorno a lei I suoi dogliosi affanni Pianger cortesi, e spennacchiarsi i vanni.

Non così bella, e dolorosa un tempo Là tra gli idalii boschi Pianse la Dea d'Amor l'estinto Adone, Né mai sì dolce in vista

Amorosetto cigno La sua morte gentil cantando piange, Com'essa, che in un punto Ne' melati lamenti al petto altrui

E dolcezza e pietà desta e rinova. "Partisti, ella dicea, Partisti infido, ahi lassa, E mi partisti il petto;

Ma, se non ti trattenne Il mio semplice amore, O la promessa fede, O la mia certa morte,

Trattener ti dovea, perfido, almeno Quel fil onde tua vita A le tue membra è unita, Quel fil, onde varcasti

De l'intricate vie Gl'insidiosi passi Del laberinto incerto: Ma, se d'un laberinto

Poco dianzi io ti trassi, or perché, crudo, Laberinto maggior provar mi fai? A le città paterne N'andrai, spietato, ed ivi

Tra glorie, vanti, e feste Orgoglioso dirai l'ottenuta vittoria Del mostruoso parto D'un mostruoso amore,

E le prove, e i perigli Altiero accrescerai. Ahi fiero! in mezzo questi Vanta, vanta spietato

La vittoria più degna, La vittoria più illustre, D'aver in erma arena, In solitario lido,

Mezzo i notturni orrori, E schernita, e delusa, e abbandonata Giovanetta donzella, Semplice amante, e sola;

Ma, se di me malvaggio Questa vittoria avesti, Perché la vinta, ohimè, teco non porti? Me tra l'alte tue pompe

Miri schernita Atene, E col mostruoso teschio Del Minotauro anciso In un condur si veda

Questo mostro di doglia, Questo mostro d'affanni, Questo mostro d'Amor, mostro di sorte; Ed ivi forse alcuno

Qualche stilla di pianto, Il mio amor condolendo, e la mia fede, Mi verserà cortese. Ma che vaneggi, ahi lassa,

Infelice Ariadna? Svellasi omai dal core La traditrice imago, Arda fiamma di sdegno il vil ritratto.

Deh venite, venite Fere selvaggie, e voi Or con unghie, or con morsi Cancellate cortesi

Da questo infetto core De l'empio mentitor l'iniquo aspetto: E di fere esser preda Non ti doler, mio core,

Se da fera maggior ancisa è l'alma. Alor veloce e snella, Io n'andrò spirto ignudo, E indivisibilmente,

Or al tergo or ai fianchi, Quasi arrabiato veltro, contra l'empio, Che per lo mar sen fugge, Latrerò, morderò, sì che in quest'onde

Novamente si veda Altra Scilla d'Amor, anzi di sdegno: Prenderò, cangerò contra il crudele, Com'è vario il mio mal, varie le forme.

Frangerò l'empie vele, Romperò remi e legni, Farò che col mio pianto Sorga larga procella,

E con miei fieri gridi, E con gl'irati sguardi, Formerò tuoni e lampi; De' miei sospiri il vento

Gonfiarà l'ampio mare, Sgorgherà dagli abissi La caligine eterna, E l'aria impura ed empia

Cingeran atre nebbie, Ed usciranno a gara, E voleran veloci Mezzo i tartarei orrori i mostri ardenti:

E Sfingi, ed Idre, e Draghi, E Briarei superbi, Ed altri (se di loro Ha il regno di Pluton forme più atroci)

Girinsi intorno il guardo Del fugitivo iniquo, E minacciosi e fieri Gli appresentin vicina

Irreparabil morte, E tra lor lagrimoso Il mesto spirto mio voli e s'aggiri, E dica: Ahi troppo indegna,

Ed iniqua mercede Diede un infido amante a fida fede. Ma che penso? che parlo? Dove, dove infelice,

Di pensier in pensier trascorro e piango? Io pur qui neghittosa Lacrimando m'assido, E con vane parole,

E con folli disegni il duolo avvivo. Ahi delusa, ahi dolente, Forse quest'aria ombrosa Che coprì tue sventure,

E quest'onde nemiche Che rapiro il tuo ben daranti aita? Dove afflitta m'avvolgo? Invocherò le stelle,

Che dolorose anch'esse, Mentre or io mi querelo, Per non veder mio duol fuggon dal cielo? Ardisci, o core, ardisci,

Ecco l'onde vicine, ardisci, ardisci, E se 'l foco provasti, or prova l'acque: Questo mar del mio duolo Fatto forse pietoso,

Dentro il liquido sen grato accogliendo Queste cadenti membra, A l'amata cagion del mio dolore Mi renderà cortese;

O pur col freddo umore Estinguerammi il foco, E col foco la vita". Così diceva, ed ecco

Tramortita sen giace, E pallidi, ed essangui, Smaltati, ohimè, per tutto Fur di gelate perle i vivi argenti:

Chiude i lumi la vista omai smarrita, E un'imago di morte a lei dà vita, E 'l corpo infermo e lasso Sopra un sasso parea gelido sasso.

Così presso a Peloro Cantando Opico un giorno, Al gran Lanza rivolto, Ch'ei qual nume d'onore ammira e cole,

Disse: Già sola e mesta Al partir di Teseo pianse Ariadna, Ed or pianger si sente Più mesta al tuo partir Zancla dolente.

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