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1592–1670

INNO AL SOLE

Scipione Errico

Or a le vere e sole Tue lodi esser presente, Non isdegnare, o Sole, E illustrar la mia mente,

O del canto del ciel chiave splendente. Tu de' prati superni La beltà più pomposa: Cinzia tra' fiori eterni

Par viola vezzosa, Vener bella ligustro, e tu sei rosa. Tu tra' celesti mostri Arcier pomposo e vago,

Tu ch'a l'Indo t'inostri, E de' tuoi pregi vago Specchi ne l'Ocean tua bella imago. Tu movi, qual nocchiero,

Remi del tuo splendore Sul ceruleo sentiero: E quasi alto cultore Semini luce a l'aria, e mieti ardore.

In pomposo lavoro Con chiari ardenti raggi, Aghi e pennelli d'oro, Tu ricami e ritraggi

Su le tele de' prati allegri maggi. A la terrestre scena Èil vel da te squarciato, E se ti mira appena

Di lucid'arme armato L'esercito di stelle, è già fugato. Tu di calde ed algenti Stagion padre giocondo,

E de' corpi viventi Tu genitor fecondo, Nobil occhio del ciel, e cor del mondo. Quasi alto re talora

Per l'orizzonte vai, Ed è la vaga Aurora La tua porpora, ed hai Bel diadema real d'eterni rai.

Io t'onoro, immortale Face che il mondo bei, Però che tutto eguale In opre e in vista sei

A la bella cagion de' danni miei. Tu porti i rai divini, Ella la vaga ed alma Pompa de' biondi crini:

E con diversa palma Tu abbagli occhi del corpo, essa de l'alma. Con l'acceso splendore Tu rendi il tutto ardente

E pur non pati ardore; Ed ella fa cocente Ogni gelato petto, e ardor non sente. Ogni pianeta e stella

Da te la luce prende; E la sembianza bella, Che i freddi cori accende, I miei foschi pensier lucidi rende.

Mentre a la piuma frale Icaro invan s'attiene Cade al tuo raggio: e l'ale Costei di falsa spene

Mi rompe, e fa cader in mar di pene.

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