Udite, amanti, udite
Di me l'acerbo scempio,
Poiché son di Fetonte amaro essempio.
Egli sen cadde anciso
Col fulgurar d'una celeste mano;
E mentr'io chiedo, ohimè, pietate invano,
M'ha co' fulmini suoi morto e conquiso
D'una celeste Dea l'irato viso.
Giacque nel Po quell'infelice, ed io
D'eterno lagrimar in largo rio.