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1399–1451

XXIII

Rosello Roselli

Or hai, crudel Fortuna, ogni tua possa dimostrata in ver me, fedele amante; però lagrime tante escon degli occhi, onde è già fatto un fiume.

Or hai questa mia vita sì percossa ch'io più non mi sostengo in sulle piante e vorei aver davante chi mi facesse in ver la morte lume.

Io non viddi già mai peggior costume, per bene amar ricever doglia e pena, aspra, spiatata dea piena d'inganno! Tu lieta del mio male e del mio danno

al lagrimar ch'io fo, mai non dai lena, né sciogli la catena, ch'a mio dispetto mi mantiene in vita, umile e sbigottita

in modo ch' io non so ove mi sia, dispetto al mondo e a te, malvagia e ria. Radoppia el mio penar, perch'io non veggio, meschino me, chi m'ha percosso a morte,

con sì dolente sorte che non posso morire, e non son vivo. Fortuna trista, che mi puoi far peggio che di quella prigion chiuder le porte,

ove già vidi scorte le bellezze del cielo, onde or son privo? Io mi credetti aver già stato divo, acquistatolo in tanti lungi affanni,

che non doveva mai essermi tolto. Ora, senza cagion, mi s'è rivolto el mondo a dosso con tutti i suoi inganni; e son tanti i miei danni

che son peggio che Giobbe divenuto. Deh, fusse io cieco e muto, acciò che s'adempisse ogni sua voglia di chi prende piacer tenermi in doglia!

Era el mio viver senza alcun sospetto, amando in pura fé donna gentile, altera e signorile, che ben parea su dal ciel discesa.

Pigliava in veder lei tanto diletto ch'ogni cosa mondana avevo a vile e con leggiadro stile in fargli onor facea ogni alta impresa.

Ora tu, invidiosa, hai fiamma accesa che per maggior mia pace morte cheggio, non sapendo a cui far debbia mia scusa. S'io potesse veder chi è che m'accusa,

chi è che m'ha privato del mio seggio, con gran ragione io veggio che come mentitore el farei tristo, essendo chiaro visto

ch'io servo mia madonna con disio che per virtù di lei poi veggi Iddio. Ciascun, che d'Amor sente il mortal colpo, debbia sapere quel ch'è amar con fede

e poi, senza merzede, per altrui error cader d'ogni speranza. Mirate, amanti miei, quanto io mi spolpo per questa bestial turba che non crede,

quanto più chiaro vede, che la ragione ogni appetito avanza! Però tosto ve armate, e con baldanza pigliate a far di me scusa e vendetta

con questi che al mal dir stan tanto intenti. Fate che sien del mondo al tutto spenti, come gente malvagia e maledetta, chi in mal dir si diletta,

sì che di lor si secchi ogni radice. Allor sarà felice questa anima dolente, ch'arde sempre in crudel foco e non è chi la tempre.

Tal donna non fu mai per certo in terra ornata di virtù e di bellezza e con tanta fortezza quanto è madonna mia, per cui sospiro.

Perché, mondo dolente, in tanta guerra viver mi fai? Non vedi che disprezza madonna con fermezza ciò che se trova in questo mortal giro?

Quanto più mi rivolto e intorno miro non posso altro pensar che a Dio far priego, che facci trare a ogni om l'ultimo strido. Signor che reggi el tutto, in te mi fido;

umilemente in ginocchion mi piego, ché non mi facci niego di quel che giustamente a te dimando: manda, Signore, il bando

con l'angelica tuba e da' inizio a far venire el tuo santo giudizio. Ahi, turba maledetta, che cercate l'altrui penar con sì malvagia mente,

misera trista gente che dolcezza acquistate nel mal dire! Bugiardi e traditor, voi non pensate quante anime gentil son sute spente

per non istare intente, quando a torto cercate il lor morire. O giustizia de Dio, puoi consentire a non ponir chi ha sì forte errato,

mostrandone vendetta manifesta? Alza, Signor del cielo, omai la testa; risguarda il mondo, che è già dissolato sol per questo peccato,

che contra chi ben fa vinca l'ingiusto! Signor, se tu se' giusto, mostra nel cielo omai sì fatto segno che veggi ognun che tal peccato ha ' sdegno.

— Or è tanto, canzone, il core afflitto, per aver sempre mal, facendo bene, che non posso più dir quanto io vorria. Convien che truovi tu dunque la via

e modo di mostrare a chi mi tene per mal dire in gran pene, con quanta dritta fé sempre ho servito, e che prendi partito

non accusar mai più persona a torto, perché ne fia punito o vivo o morto.

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