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1399–1451

LXXIV

Rosello Roselli

Dovunque el sol suoi raggi chiari porge dal loco ove si leva e poi si pone, del nostro ben per pochi el ver si scorge. E del contradio ancor vera ragione

comprender non si sa, tanto è accecato ciascuno in seguitar sua oppinione. Che ci è di quanto ha om disiderato che non si pent' alfin d'averlo avuto,

ben che l'abbi felice dimostrato? Guarda qualunche mai possente è suto per favor popolare o per milizia che danno e che dolor n'ha ricevuto.

Chi d'eloquenzia avuto ha gran perizia, per esser ben facundo in saper dire, morto n'è suto con sua gran tristizia. E chi in fortezza ancor pose el desire,

per voler dimostrar quanto sia forte, miseramente s'è visto morire. Chi di molti denar s'ha fatto scorte ed ha piena la borsa al suo volere,

quanta dolente poi stata è sua sorte! Mira Longin, che volse molto avere, al tempo di Neron Seneca ancora, come si veggon nulla possedere.

Non passa mai del giorno solo un'ora che non abbi ogni ricco mille pene, veggendo sì come altri el lor divora. La dolce povertà sempre sta bene,

né mai d'alcun rapace è vicitata; non bisogna a guardalla uscio o catene. Se mai sarà da te gioia portata, bench'ella poca sia, temenza arai

sol d'una canna dal vento agitata. Ma quando nulla teco porterai, se infra mille ladron pigli el cammino, ben che solo tu sia, cantar porrai.

El primo voto, ch'al Signor divino si faccia per ciascuno, è che lui possa sempre trovar denari al suo dimino. Ma col veleno non si fa la fossa

chi con un vetro vol spenger la sete come chi in oro aver sua mente ha mossa? Qual più de' duo prudenti loderete: Democrito, ch'ognor che 'l piè moveva

ridea, vedendo 'l tempo ove 'l perdete; o Diogene, il qual sempre piangeva, considerando tanta vanitade ove 'l mondo imbrattato ognor vedeva?

Quanta è, Fortuna, la tua varietade, ché chi grande tu fai è in sommo onore e, se l'abassi, mai truova piatade! Caio Seian, che fu di gran valore,

ricco, magno, onorato e ben possente come si vede star con disonore! Volgi a Crasso e a Pompeo ancor la mente ed a colui che fé suddita Roma,

come lor vita finîr tristamente. Chi di corona mai ornò sua chioma, pochi son suti che di morte oscura non abbi alfin portata crudel soma.

Quanto fu ria, Demosten, tua ventura, e la tua, Ciceron, che nel più caro tempo ti venne di morir paura! Le vostre orazion veneno amaro

diêr alla vostra vita inanzi al tempo, né contra lui potesti aver riparo. Or vi levate a studiare per tempo per morte guadagnar vituperosa,

perdendo ogni sustanza e anco il tempo. Quanto Fortuna ti fu grazïosa, magnanimo e gentil Cartaginese, quando desti a' Roman doglia angosciosa!

Tu ti movesti di lontan paese, ornato di trïunfi e gran vittoria, seguitando pur lei a te cortese; e quando t'ebbe posto in tanta gloria

che rompevi i monti alla tua voglia, sì che Italia di te fa ancor memoria, in un momento d'ogni ben ti spoglia, togliendoti onoranza e signoria,

mandandoti in esilio con gran doglia. E, non trovando al tuo scampo altra via, morir volesti, pigliando il veleno, più tosto ch'esser d'altri in sua balìa.

Vedi Alessandro, a cui il ciel sereno tanto si dimostrò ch'al tutto volle, sì come Dio, tenere il mondo a freno, come di tante onoranze il tolle

piccola sepoltura. O vita nostra, quanto ch'in te si fida è vano e folle! La morte è quella ch'al fin ci dimostra quanto sien questi corpi da stimare,

per li qua' sempre facciàn festa e giostra. Ove se' Serse, che potesti fare de' monti mare e del mar come terra, sì che coi carri si poté passare?

El popol, che menavi teco in guerra, era sì grande che seccava i fiumi, quando ciascun di loro al ber s'atterra. Tu sa' ben che di rabbia ti consumi,

ché, sendo rotto presso a Salamina, perdesti tutti i tuoi real costumi. E fu sì grande allor la tua ruina che solo una barchetta aver potesti,

per poterti fuggir da tal rapina. Perché l'animo tuo dunche ponesti a voler tanta gloria, or pensa al fine e alla pena che per essa avesti.

Alzate gli occhi alle parte divine, o miseri mortali, e non cercate cose vi sien cagion di ta' ruine! E voi, che lo 'nvecchiar desiderate,

a quel che vi conduce la vecchiezza e i suoi lunghi martir considerate. Quando omo è vecchio, ciascuno il disprezza e non ch'ad altri, ma a se stesso spiace.

Con le gengive sole il pane spezza; triemagli il capo, che ma' truova pace, el naso a ciascun tempo gli distilla, el sapor del mangiar più non gli piace.

Del caldo natural non ha scintilla, e, ben ch'un gridi forte, non lo intende: non sa s'è voce umana o pur di squilla. E quando per mangiare el cibo prende,

pelle man d'altri convien che s'imbocchi e, come rondinino, el collo stende. Perduto ha 'l sentimento e 'l lum degli occhi, non conosce famiglia né figliuolo,

muovesi com'un sasso, quando 'l tocchi. Di giorno in giorno più gli acresce 'l duolo o per morte di figlio o di sua donna o di fratelli o d'altri di suo stuolo.

Ogni anno si rinuova nera gonna, la casa ha piena ognor di nuovi pianti chi vuol vecchiezza aver per sua madonna. Mettiti, prego, il re Pilio davanti,

ch'altro non fa se non forte dolerse, veggendo gli anni suoi già esser tanti. Quando Antiloco suo car figlio perse, chiamavasi infilice e bestemiava

la morte, perché inanzi nol somerse. Così il padre d'Acchille ancor gridava, così Laerte pel suo figlio Ulisse, quando per mar secretamente andava.

Che guadagnò Priàmo, se lui visse molti e molti anni, veggendosi morto Ettorre inanzi a sé, se 'l ver si scrisse? E poscia, per trovar qualche conforto,

morti molti figliuol in sua presenza, vidde Polite essere ucciso a torto. Non bastò al ciel questa crudel sentenza, ché vidde la sua Troia esser disfatta

e lui ancor aver tal penitenza. Non fu, Solone, di persona matta la voce tua, quando tu dicevi: «Solo nel fin filicità s'accatta».

O caro cittadin Marco, ch'avevi sottomesso Cartagine a' Romani, grandissima ragion se ti dolevi, ché ti convenne tra popoli strani,

i qua' da te fùr già fatti suggetti, gir mendicando 'l pan con prieghi vani! E tu, Pompeo, che pur meglio aspetti per viver lungo tempo, or che vergogna

t'è ora che 'n due parti il corpo getti? Non fu macchiato di sì trista rogna Lentul, che 'n gioventù finì 'l suo corso, degno d'ogni gran mal, se 'l ver s'agogna.

Cetego e Catellina ancor tal morso fuggiron di fortuna, e non troncati finîr lor vita sanza alcun soccorso. Voltatev'ora a que' che onorati

son suti di bellezza in quanti affanni per lor bellezze si son consumati! O Lucrezia gentil, che ne' prim'anni della tua gioventù con propria mano

pigliasti morte per mostrar gl'inganni ricevuti da chi con pensier vano corromper volse la tua casta vita, mostrando ne' suoi atti esser villano!

E tu, Virginea, ch'eri sì gradita di tua bellezza, guarda che 'l tuo padre vuol che non servi, ma che sia servita. Quant'era meglio che tua cara madre

non avessi pregato ognor gli dei che le bellezze tue fusson leggiadre! Non aresti gustati tanti omei che 'l tuo buon genitor t'avessi uccisa

per finir la quistion de' falsi e rei. Sempre sarà e sempre fu divisa beltà da pudicizia, e quest'è certo; però non vestir mai simil divisa.

E ben che 'l tuo dottor sia stato sperto in dimostrarti ogni moral virtute e come del ben far s'ha ancor buon merto, per questo non arai la tua salute

perché 'n tal modo el mondo è omai corrotto che le lingue de' padri om sa far mute. Lo spendere abbondante e buono scotto, che doni ad altri, ti fa sempre ardito

a corromper ciascun, ben che sia dotto. Or vedi come puoi esser gradito del tuo figliuol, vedendol tu somesso, per sua beltà ad ogni mal partito.

Degli adulterî ne farà sì spesso, o costretto d'Amor o per denari, ch'altro sperar ne puoi che tristo messo. E se i pensier suoi fusson pur vari

da ogni corrutela e cosa vana, fuggendo d'Amor sempre e morsi amari, verranne quella che con mente strana Ipolito mandò a' lochi oscuri,

perché non seguitò sua voglia insana. Quanto son falsi e quanto son duri i pensier d'una donna, quando vole ch'alle sue triste voglie om sempre duri!

Quand'Amor la costringe, onde si dole, non è cosa sì aspra e sì crudele quanto essa, né sarà mai sotto el sole. Non cura onestà né esser fedele;

spécchiati in Messalina e sta' qui fermo, ch'alla mia barca più non vo' dar vele; e pensa che col mondo om non ha schermo e che son vani e prieghi al sommo Giove

che facciàn col pensier fallace e infermo. Lascia adunque el governo a lui, che piove le grazie tutte, e lui solo sia quello che provvegga al bisogno che ti muove.

Non dubitare che filice ostello troverrai nel suo regno imperïale, e secondo il bisogno ogni mantello. Ma tu, che nella zucca ha' poco sale,

cieco e da cupidigia ancor commosso, cerchi quel che non sai s'è bene o male. Non vo' però lasciarti tanto scosso che non abbi da me qualche buon detto,

se pur al dimandar fussi percosso. Se oferisci al Signor benedetto per grazia aver da lui, non esser lento a dirgli che ti dia buono intelletto,

e che 'l corpo sia sano e ben contento coll'animo gentil, che mai non tema di morte alcuna suo crudel pavento. Ma credi veramente l'ora estrema

esser don di natura; e gran fatiga portar ben possa, che niente il prema; e che nell'ira mai non facci riga, o desideri nulla, e ch'è meglio

d'Ercole le fatiche ed ogni briga che con lussuria avere in man lo speglio e viver con vivande, come fece Sardanapal, lussurïoso veglio;

e che vogli virtù aver per vece d'ogni mondana cosa,c'ha possanza a liberarti d'ogni trista pece. Chi vuole aver Prudenza per sua 'manza

i fatti tutti a lui propizî vede, ben che si dichi che Fortuna avanza e come dea nel cielo abbi sua sede.

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