Or che Zefiro in grembo a Flora dorme, Né fronde tremolar si vede o foglia, Né m'ascolta altri che ginepri e sassi, Canterò in voce al mio dolor conforme,
Poi che il dolor a lamentar m'invoglia, Chi fatto ha gl'occhi miei di luce cassi, Ch'il dolce suon cangiassi Alla mia cetra, che tant'alto giva,
Ch'il sentier chiuso apriva Alla mia chiara stella Della sua fama illustre, eterna e bella: Mentre spiegava desiosa l'ale
Lieta mia speme a gloriose imprese Per farla chiara in parte ove non era, Sperando forse aver possanza uguale Al desio che d'Amor la face accese,
Troppo ne giva di se stessa altera; Miser chi crede e spera In cosa che mal ferme abbia le piante! Ecco ch'a le mie tante
Vane speranze un solo Serpe troncò l'audaci penne e 'l volo. Poi che caduta mia speranza in terra Vidi, e già chiuso a' bei pensieri il varco
Che m'avea aperto con sua mano Amore, Incominciò la dispietata guerra Che mi fa gir di grave scorno carco, E di piaga crudel ferito il core,
Che mille volte more Il giorno, e mille si raviva e sorge, Così martir mi porge; E mia pena è infinita,
Sendomi il viver morte, e 'l morir vita. Mentre piangendo, e di me stesso in forse, Lasso attendendo il fin di tanto affanno, Giva come uom che bene amando teme,
Tosto che dentro i miei pensieri scorse L'angue crudel, cagion d'ogni mio danno: Perché languida ancor vivea mia speme. Quest'è che più mi preme,
Nel dolce incerto, il certo amaro messe, Così la vita oppresse Al mio sperar fallace, Ch'in sé pur morto, in me sepolto giace.
Così d'ogni speranza ignudo e casso, Volgea pur (lasso) gl'affannati lumi In quella parte ove splendea 'l mio sole, Che mi fu duce all'amoroso passo:
Ma furo i miei desir sogni, ombre e fumi; Qui sospir nuovi il cor, nuove parole La lingua, che si duole Del mio mal, sciolse, a lamentarsi avezza:
Qui raddoppiò l'asprezza, Poscia ch'io non potei Saziar da lunge almen gl'occhi di lei. Quest'è l'empia cagion de' tristi pianti
Che da quest'occhi acerbamente verso, E in mille selve, in mille boschi sparsi. Quest'è l'empia cagion ch'a tanti e tanti Fiumi udir feci il doloroso verso,
E come amando amaramente io arsi; Ben potria gloriarsi, L'empio serpe e crudel, d'aver troncato Nodo tanto pregiato,
S'avesse avuto forza; Ma celeste valor mortal non sforza. Taci, canzon, che l'aura Soavemente a respirar ritorna,
Che così mal adorna Non ti portasse il vento; Ma resti qui tra noi nostro tormento.
Cookies on Poetry Cove