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1521–1581

Safo a FaoneEpistola vigesimaprima

Remigio Nannini

Hai tu, crudel Faon, lo stile e 'l verso Conosciuto di me, tosto che questa Carta data ti fu, da la mia destra, Anzi dal mio dolor vergata e scritta?

O non sapevi pur chi fosse quella Che t'inviasse i dolorosi accenti Se 'l nome mio non si leggeva in ella? Forse domandi ancor perché lo stile

Abbia cangiato in lagrimevol canto, S'ho più conforme ai bei lirici versi La bella vena, e di mia cetra il suono. Ahimè! che l'amor mio d'amari omèi,

Anzi di pianto e di sospiri è degno, E più conviensi a la mia doglia grave Lagrimosa elegia che verso lieto Che cantar mi facesse amata lira.

Lassa! che come al caldo tempo suole Arder in qualche campo arida messe, Di cui la fiamma or qua traporti Noto Or là Zefiro muova, ard'io meschina;

E 'l mio Faon là si dimora lieto Ove Etna arde e s'infiamma, ed io nel core Ho maggior fuoco assai che quel che 'l vecchio Nel monte sicilian Vulcano accende.

Né della cetra mia dolente al suono Accordar posso i dolorosi accenti, Ché 'l dolor non mi lascia insieme unire I già tanto da me cantati versi,

Ch'opra son di tranquilla e lieta mente, Non d'amari pensier turbata e carca, Perché le Muse il bel furor divino Più non mi danno, e le selvagge ninfe

E l'altre dee mi son, misera, a schivo; E m'è vile Amiton, m'è vil la vaga Candida Cidno, e la bellissima Ati Agli occhi miei, come solea, non piace;

Ed altre cento poi fanciulle e donne, Che castamente amai, mi sono a sdegno, Tal che tu sol quel ch'a cotante piacque, Quel che di tante fu, perfido, accogli.

Or il tuo viso, ora i begli anni sono Accommodati agli amorosi scherzi; E qual donna saria ch'agli anni e al viso (O bel viso, ove Amor insieme pose

Tutti gl'inganni suoi, le frode, e i lacci) Non rimanesse in sì bei lacci avvinta? Prendi la lira, e la faretra, e l'arco, Tu sarai quasi un manifesto Apollo;

E s'a la fronte tua le corna aggiugni, Nuovo Bacco sarai, che questo e quello Di grazia vinci e di beltà di viso; E 'l biondo Apollo pur s'accese, e Bacco,

Per Dafne l'un, per Arianna l'altro; Né questa o quella avea le Muse amiche, Come a me son tua sventurata donna, A cui dittavan già leggiadri accenti,

Tal che il mio nome omai risona intorno A quanto il sol riscalda, e bagnan l'onde; Né più gloria di me sen porta Alceo, Né più di Safo agli uditori è grato,

Quantunque abbia nel suon tant'armonia, E di gravi concetti il canto adorni. E se natura mi negò del viso, E de le membra la grandezza, e 'l bello,

E s'io ben veggio, e me ne sdegno meco, Che natural mia dote a me non vale, Non mi spregiar, perch'i' mi sforzo ognora Di farmi tal che la bruttezza sia

Da mie virtù, da le beltà dell'alma E da l'ingegno superata e vinta. S'io non son bianca, e' mi sovvien che 'l bianco Perseo di grand'ardor s'accese il petto

Per Andromede sua, che negra nacque In Etiopia, ove il gran lume vibra De' caldi raggi suoi più caldo il fuoco; E spesso a bel pagon candida suole

Colomba unirsi, ed è sovente amata Da verde pappagal tortora negra. S'alcuna mai non ti debbe esser donna, Se non chi per bellezza e per virtute

Fia di te degna, alcuna donna mai Non sarà di Faone amante, o sposa. Ma ben ti parv'io bella allor che tua Donna mi festi, e tua pregiata amante;

Allor che tu giuravi, ahi falsa lingua! Ch'io sol t'era gradita, e di me sola Ti facea ragionar l'ardente amore. E mentre ch'io talor prendea la cetra,

E nel bel grembo tuo mi stava assisa (Ben or me ne sovien, ch'i veri amanti Le passate dolcezze han sempre a mente) Dolci versi cantando, allor con molti

Dolci, graditi, et amorosi baci I dolci versi interrompevi, e 'l canto, E la voce lodavi, e 'l suono, e 'l verso; E le sembianze e le maniere mie

T'eran gradite: allor, misera, era io In ogni parte bella; allor piaceva La grazia e gli atti al mio Faone amato De la sua tanto allor felice amante;

Ma più quando d'amor si coglie il frutto, Ove il piacer ti s'addoppiava, e tanto T'eran gradite e le parole e i modi Che s'usan far nell'amoroso gioco.

Ahi sfortunata Safo! oimè, ch'or altra Donna ti stringe, ed in Sicilia hai sempre Nuove di belle donne amate prede. O del bel sicilian paese e grato

Donne, e donzelle, e voi ch'appresso al monte Del gran Vulcano or v'abitate liete La bella Nesa, eh non entrate, stolte, In quella stessa rete ov'io m'avolsi,

Né la sciochezza mia scusate, o quello Sì grave error ch'io fei d'amar un uomo Che venne strano ad abitar in Lesbo: Eh non prestate, o semplicette, fede

A sue parole, a sua fallace lingua, Ché quel ch'ora a voi dice, anco a me disse, Ed a voi fia, sì come a Safo, infido. E tu del terzo ciel lucida diva,

Che nel bel monte Erice in sì bel tempio Sei venerata con dovuti onori Dai crudi Siciliani, eh porgi aita A la tua vate; eh porgi, alma, consiglio

A chi del fuoco tuo sì caldo ha il core. Segue mai sempre empia fortuna, e cruda Un misero mortale? e tiene, acerba, Per oltraggiarne sempre, acerbo il corso?

Misera me! ch'io non avea veduto Del zodiaco suo sei volte il Sole Tutti i segni girar, che di mio padre Le morte membra accompagnate furo

Da' miei lamenti a l'infelice rogo, E le ceneri poi dal pianto asperse. E 'l mio fratel d'indegno foco acceso Di meretrice vil, vergogna e danno

Apportò seco, e de l'insania queste, E del suo vaneggiar le spoglie furo; Onde fatto mendico, indarno attese Malamente a cercar per l'onde infide

Quel ben che pria sì malamente avea In amante sì vil perduto e sparso; E me, che con carnal fraterno amore De l'error suo lo correggeva, a morte,

Misera, ha in odio, e quest'è il premio ch'io Dall'amor mio, e mia pietade arreco. E come se mancasse affanno e noia Per affannarmi e per noiarmi il core,

La mia picciola figlia a l'altre immense Gravi cure s'aggiugne, e quel che poi Ogni altra doglia, ogni pensiero avanza, La lunga assenza tua, che m'è cagione

Di sì lunghi lamenti, e lunghi pianti. Non ha, Faon, mia sventurata nave A le sventure sue propizio il vento. Vannosi incolti intorno al collo e sparsi

I miei capelli, e non m'adorna il dito Lucida gemma, e vil mi cuopre gonna, Né spiran le mie chiome arabo odore; Né con bei nodi d'oro in treccia avvolte

Rendon vaghezza al tramortito viso. Ma per cui debbo, oimè, misera, farme Adorna e bella? ed a cui mai debb'io Ingegnarmi piacer, se quella sola

Bella cagion d'ogni mio studio ed opra Di farmi bella e farmi ornata è lunge? Leve saetta e leve fiamma il core Mi saetta, e m'infiamma, e sempre ho meco

Nuova cagion di nuova piaga e fuoco; E perché acerbe, allor ch'io venni al mondo, Fosser le Parche, o di mia vita afflitta Ordisser crude i dolorosi stami,

O perché l'uso si converta in nostra Trista natura, io son sforzata amarte; E tal mi fe' Talia l'animo infermo, Ch'al gran foco d'Amor non trovo il gelo,

Né contra i colpi suoi sicuro scudo: Qual meraviglia è s'io m'accesi ed arsi Al bell'ardor de' tuoi begli occhi ardenti, E s'i begli anni e se 'l bel viso lieto,

Di cui potrebbe innamorarsi un uomo, A me stessa mi tolse, e a te mi diede? Quante volte tremai, lassa, e temei Che tu non mi togliessi, Alba, di braccio

Il mio Faone, e ten volassi poi Con esso al ciel; ma ti ritiene ancora Ne le reti d'amor Cefalo avvolta. E se dal cerchio suo la vaga e bella

Candida Luna il suo bel viso miri, Ella vorrà che su ne' monti, dove Suo bello Endimion s'adagia e dorme, Anch'ei si giaccia addormentato e stanco.

E nel bel carro suo Venere in cielo Portato avria, ma la si vede ancora D'esser in pregio al suo diletto lume, Che su nel quinto ciel fiammeggia e luce.

O del bel secol tuo gloria e splendore, O bel garzone e crudo, eh torna omai, Eh torna, ingrato, a la tua Safo in seno. Io non ti prego che tu m'ami, ahi lassa,

Ma sol che l'amor mio non abbia a schivo, Né perch'arda per te t'adiri meco. Quante, mentre ch'io scrivo, amare e calde Caggion dagli occhi miei lagrime! vedi

Come la carta è qui macchiata e molle, Ch'è testimon de l'angoscioso pianto. Se dentro al petto tuo crudele avevi Fermo il pensier d'abbandonarmi, e quindi

Lunge abitar, tu pur dovevi almeno Cortesemente dipartirti, e dirmi, Senza chiamare il proprio nome, a Dio. Tu non portasti (ahi sfortunata!) teco

Gli ultimi baci miei, gli ultimi pianti, Che versar face in dipartenza amara Ardente amore; e non temei già mai Quel che far mi dovea dogliosa e mesta,

E di tanti martir crudel albergo. Alcun de l'amor tuo non ho qui pegno, Né meco altro riman che 'l crudo oltraggio, E la memoria de l'ingiuria immensa

Che tu m'hai fatto; et affrenar tua voglia Non potette di me l'affetto ardente, E 'l dolce pegno, e quel pregiato dono Che tu de l'amor mio portato hai teco;

Né potei darti, oimè, ricordo alcuno Al duro tuo partir; né detto avrei Altro, se non che in così dura assenza Non m'avesse, crudel, posto in oblio.

E per quel fuoco giuro, e per quel nodo Che m'arse l'alma, e m'annodò la mente, E per le nove ancor sacrate Muse, Che quai miei numi riverente inchino,

Ch'allor ch'un uom mi disse: il tuo Faone E l'allegrezze tue sen vanno, o Safo, Né lagrimar potei, né lungamente Parlar, misera me, perch'in un punto

Il subito dolor mi fe' di smalto, E tolse agli occhi, ed al palato insieme Le lagrime, e la lingua, e dentro al petto Empio ghiaccio costrinse il sangue e l'alma.

Ma poi che 'l fier dolor, scemando in parte, Agli occhi, al petto, ed a la lingua diede Le lagrime, i sospiri, e le parole, Allor piangendo e sospirando dissi:

Ahi crudo mio destino! ahi mia sventura! Ahi de la vita mia misero fine! Percossi il petto, e mi squarciai le chiome, E non mi vergognai stridendo al cielo

Scapigliata mandar dogliosi omèi, Qual madre pia che sovra il corpo esangue Del suo caro figliuol si lagna e plora. Il mio crudo fratel s'allegra e gode

Del mio dolore, e talor viemmi inanzi, E perché vile, e di vergogna piena De' miei lamenti la cagione appaia, Sorridendo mi dice: ond'hai meschina

Giusta cagion di lamentarti? io veggio Pur qui la figlia tua star lieta e viva. Vedemi il vulgo, oimè, negletta e vile, Livida il volto, e lacerata il seno;

Né di me stessa più, lassa, mi prende Vergogna o cura: e mal conviene insieme Con onesta vergogna amor non casto. Tu sol mia cura sei, tu 'l mio pensiero:

Te sol desio, te sol piangendo chiamo, E dormendo sol te rimiro e veggio, Ove il sogno mi fa la fosca notte Qual più bel dì parer lucida e chiara:

Ivi ti trovo, ivi t'abbraccio, e stringo, Ancor che molto mar, che molti fiumi M'ascondin di Faon l'amato aspetto; Ma troppo è il sonno fuggitivo e leve,

E del fallace ben la gioia è corta. Spesso mi par con le mie braccia fare Lieta a la fronte tua dolce sostegno, Or mi par ch'a le tue sia leve soma;

E ragionar con teco, e le parole Risonarmi sì vive ne la mente, E sì conformi le sembianze al vero, Che il falso intenta come il vero ascolto.

Narrar non lice più: che quel che poi Gustar mi face il desiato sonno, Donna tacer, bench'inonesta, deve. Ma come l'alba arriva, e seco il sole

Apre ai mortali il giorno, ed a questi occhi L'imagin toglie, e 'l simulato bene, E de l'alba e del sol mi doglio meco, Ch'abbia fatt'il mio ben fallace e corto;

E desta ai boschi, ed a quegli antri corro, Che già fur testimon de' miei contenti, Come se i boschi ancor, come se gli antri Serbino in lor quel che mi aggradi, e giovi.

E scapigliata e di me stessa priva, Quasi da mala incantatrice spinta, Dove il dolor mi mena, affretto il piede; E veggion gli occhi miei quegl'antri, ahi lassa,

Che già di marmi ne sembraro adorni, Aver dentro e di fuor scabroso il tufo; E in quella selva arrivo amata e bella, Che tante volte in se medesma accolse

Ambi noi insieme, e tante volte diede Su l'erbe a' corpi nostri amico letto, E ne coprì con la frondosa chioma; Ma de la selva, e del mio cor non trovo

Ivi il signore, e m'è quel loco a vile, Che cotanto mi fu pregiato e caro. Veggio piegate ancor l'erbette, e i fiori Ove (infelice me!) giacemmo insieme,

E l'orme impresse de l'amate piante, Sopra cui stommi, lassa, e sospirando Quell'erbe tocco: e quel felice loco Ove gli omeri tuoi posasti, o 'l piede,

E quei bei fiori, oimè, che già mi furo Cotanto grati, or da' miei pianti sono E da' caldi sospir tiepidi e molli. Spoglia il verde arbuscel le verdi fronde,

E gli uccellin su gli sfrondati rami, Mostrando che di me lor caglia, stanno Con l'ali basse, e dolorosi e muti. Sol Progne s'ode, a cui del figlio incresce,

E duolsi ancor che del marito odiato Non sparse pria che del suo figlio il sangue. Piagne Progne i suoi figli, e Safo anch'ella Del suo misero amor si lagna e duole,

E tanto duolsi, e lamentando geme, Ch'ogni animal nel bosco il sonno ingombra. Ivi sorge bel fonte, e via più chiaro D'un fiume cristallino, e caro al sole,

Entro a l'acque di cui, quant'alcun crede, Sacro s'asconde, e riverendo nume, E sopra cui de' suoi bei rami estende Quella ninfa gentil le frondi e l'ombra,

Che di Priapo il gran furor fuggendo In pianta si cangiò soave e bella; E di fresch'erba, e di fioretti vaghi La terra è sempre intorno intorno adorna:

Sopra cui mentre affaticata e stanca Avea chiuse le luci al sonno e al pianto, Mi parve un garzon nudo aver inanzi Di bellissimo aspetto, e dirmi: – O donna,

Che di sì cieco ardor te stessa infiammi, E mal de l'amor tuo cangiata sei, Vattene al mar Atteo, e sali al monte Ove Apollo have il tempio, indi ne l'onde

De l'amor tuo cadendo amorza il fuoco. Quindi dal fiero ardor sospinto e mosso Di Pirra sua Deucalion si trasse, Né fero a le sue membra alcuna offesa

L'onde marine; anzi il bel seno amato Potea baciar di Pirra: egli in oblio L'avea già posta, et ammorzato e spento Il grave incendio, e l'amorosa fiamma.

Questa legge han quell'acque; or vatten lieta, E non temer da quel fatale scoglio, Per acquetar l'ardor, gettarte in mare –. E detto questo si fuggì col sonno;

Ed io tremante e spaventata surgo, E svegliata nessun rimiro, o sento, Onde rigai d'amaro pianto il viso. Dunque n'andremo al dimostrato sasso,

E vincerem con la gravosa doglia, E con l'insano amor, d'ogni periglio, E d'ogni morte la paura estrema; Ma segua qual sia più dogliosa sorte,

Ch'ogni altro aspro martir, ch'ogni altro male Fia del presente mal martir men grave; E leve me n'andrò per l'aria a volo, Ché mie membra non han gravoso il pondo.

Tu di Venere ancor pregiato figlio, M'adatterai le piume, acciò non sia A quell'onde morendo infamia eterna. Io poi che spento fia l'ardente foco,

E le piaghe saldate, e sciolti i nodi, A Febo donerò l'amata lira, Intorno a cui saran tai versi scritti: – Questa a te, biondo Apollo, amica cetra

Safo, la tua mercé, dal folle amore Libera dona, ed è conforme il dono, Perch'ella a te sì come a lei conviensi –. Ah spietato Faon, perché mi stringi,

Perché mi sforzi a ricercar ne l'acque, Misera me, del mio sì lungo male, De la mia cruda e sanguinosa guerra, Il bel rimedio, e la bramata pace,

Se trar mi puoi tu sol d'ogni aspra doglia Tornando indietro il fuggitivo piede? Tu col bel viso tuo donar mi puoi Quella salute, e quel contento estremo

Ch'io da quell'onda Attea mal lieta attendo, E mi sarai per tua beltade amata Più che le Muse, e più ch'Apollo in pregio. Puoi tu già mai, o de' gelati scogli,

O del rabbioso mar più crudo e fero, Gir, s'io morrò, de la mia morte altero? Quanto era meglio assai che questo seno, Che queste membra mie, che tra quell'acque,

Che tra quei duri e perigliosi sassi, Oimè, tratte saran, s'unisser teco, E caramente l'abbracciassi, come Festi mentre ch'amor ti fece mio:

Queste le membra son, quest'è quel seno, Che tu solevi già lodar cotanto, Cotanto aver in pregio, e tanto amare, Tanto parerti a maraviglia bello.

Or bramo, lassa, aver leggiadro il verso, E 'l bello stilo che m'ha fatto onore; Ma fier martir sì mi tormenta l'alma, Sì la mente m'infosca, e sì m'atterra,

Che vinto dal dolor negletto stassi Mio plettro, e tace, e la mia lira è muta. O di Lesbo fanciulle amate e belle, Che mi foste cagion ch'io tanto amassi,

Non venite più meco a cantar versi, Né di mia cetra più vi muova il suono, Che tutto il bel, tutto quel buono, e vago Che vi piacea, Faon portato ha seco,

Quel bel Faon che sì felice e lieta Pur or, misera me, chiamava mio. Fate ch'ei torni a me, che seco ancora Il verso tornerà, la cetra, e 'l canto,

Perch'egli sol con sua presenza grata A la mia lingua, ed all'ingegno porge Le soavi parole, e 'l verso lieto, E con l'assenza sua mi toglie il tutto.

Ma che parlo io? A che m'affliggo indarno? Puoss'egli muover mai co' prieghi ardenti Un animo selvaggio, un cor di fera? Non vegg'io, folle me, ch'i pianti e i preghi

Tutti veloce via gli porta il vento? Oh quanto bramo che quei venti istessi Che se ne portan le parole e i pianti Mi faccin riveder l'amate vele,

E mi ritornin la mia vita indietro! E questo a te si converrebbe, ingrato. Ma s'entro al tuo pensier prefisso hai teco Di ritornare a me tua fida amante,

Ed hai già posti in su la poppa i voti, A che sì tardo è 'l tuo ritorno, e lento? Sciogli la fune omai, che 'l mare e i venti Vener nata del mar, benigna e pia,

Placidi ti farà, propizii e buoni; E sederassi al bel governo Amore, Spiegando con la sua picciola mano Le bianche vele; e da lui stesso poi

All'antenna saran nel porto accolte. Ma se starti lontan da me ti piace, E fuggirti da me t'allegri e godi (Che degna pur non son d'esser fuggita),

Scrivimi almen, crudel, che da quel sasso Giù de l'onda fatal me stessa tragga.

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